Marta Bellini teneva la contabilità dell'agriturismo "La Sorgente" da diciannove anni, da quando il vecchio proprietario, il signor Corradi, l'aveva assunta appena diplomata al ragioniere. Ora il figlio di Corradi, Davide, aveva preso in mano l'attività, e Marta continuava a occuparsi dei registri, delle fatture, dei pagamenti ai fornitori — quaranta chilometri a nord di Perugia, tra le colline dove d'inverno la nebbia si ferma nelle valli fino a mezzogiorno.
Quella mattina di ottobre Marta stava riordinando le cartelle degli affitti stagionali quando trovò, infilata tra due contratti, una vecchia mappa catastale ingiallita. C'era scritto a matita, in un angolo, un nome che non aveva mai sentito: Acqua Rossa. Frazione di sette case, spopolata dagli anni Sessanta, a una decina di chilometri dall'agriturismo, oltre il bosco di castagni.
Chiese a Davide, mentre lui contava le fatture dei fornitori di vino al bancone della cucina.
"Boh," fece lui, senza alzare gli occhi dal foglio. "Mio nonno ne parlava. Diceva che il torrente lì diventava rosso in certi periodi, per via del ferro nella terra. Ma è tutto crollato, non ci va più nessuno."
Marta non ci pensò più, fino al giorno in cui Davide le chiese di andare a controllare un vecchio fienile che apparteneva ancora alla famiglia, vicino a quella frazione, perché un geometra doveva fare una perizia per una vendita.
Ci andò con la sua Panda, un sabato di fine ottobre, con le foglie dei castagni che coprivano la strada sterrata. Il fienile era proprio all'ingresso di quello che restava del paese: sette case, come diceva la mappa, quasi tutte senza tetto, i muri di pietra ancora in piedi, le finestre vuote come occhi. E in mezzo, tra due case, un piccolo corso d'acqua, secco in quel periodo, con il letto di sassi che aveva davvero un colore diverso — un marrone-arancio, ruggine, non proprio rosso, ma si capiva da dove venisse il nome.
Stava fotografando il fienile per il geometra quando sentì una voce.
"Non è suo, quello."
Un uomo sulla settantina, con un cane al guinzaglio, era uscito da una delle case che sembravano diroccate. Si chiamava Ettore Sansoni, l'unico abitante rimasto di Acqua Rossa. Viveva lì tutto l'anno, con l'elettricità portata da un generatore e l'acqua da un pozzo.
Marta gli spiegò chi era e perché era lì. Lui si rilassò un poco, ma ripeté: "Il fienile forse è del Corradi. Ma la casa dietro, quella coi due meli, quella non è sua famiglia. È mia."
E le raccontò una storia che il vecchio Corradi non aveva mai messo per iscritto da nessuna parte: che negli anni Cinquanta suo padre aveva ceduto in affitto perpetuo un pezzo di terra alla famiglia Sansoni, in cambio dell'uso dell'acqua del torrente per irrigare i campi più a valle. Un accordo verbale, tenuto per fede, mai registrato in catasto. Con la spopolazione tutti se n'erano andati, tranne i Sansoni, che avevano continuato a vivere lì aspettando che qualcuno, prima o poi, provasse a rimettere le mani su quella terra.
"Adesso che il vecchio non c'è più," disse Ettore, "e il figlio vende tutto quello che trova, aspettavo che qualcuno venisse a bussare."
Marta tornò all'agriturismo con le foto del fienile e con quella storia in testa, che le sembrava più urgente delle foto stesse. Ne parlò a Davide la sera, mentre lui chiudeva la cassa del ristorante.
"Un accordo verbale di settant'anni fa non vale niente," disse lui, senza guardarla. "Il geometra ha già il mandato per la vendita. Fai la tua parte, Marta: contabilità. Il resto lascialo a me."
Ma Marta non lasciò perdere. Prima di tutto perché conosceva Davide da quando aveva dieci anni e sapeva che, dietro quella sicurezza, c'era soprattutto fretta di chiudere i conti prima di Natale — l'agriturismo aveva debiti con la banca, e vendere terreni "morti" come quelli di Acqua Rossa era il modo più rapido per fare cassa. E poi perché nell'archivio che curava da diciannove anni, in fondo a uno scatolone mai aperto, sapeva che c'erano le vecchie carte del padre di Davide, quelle che nessuno aveva più guardato dopo il funerale.
Ci mise tre sere, dopo l'orario, con la luce della lampada da tavolo e una tazza di camomilla che si raffreddava sempre uguale. Trovò quello che cercava in una cartellina di cartone marrone, legata con lo spago: una lettera del 1958, scritta a mano dal nonno di Davide, indirizzata al padre di Ettore Sansoni. Non era un contratto, ma c'era scritto nero su bianco: "vi cedo l'uso della terra dietro il torrente, come discusso, in cambio dell'acqua per i miei campi, finché la vostra famiglia vorrà starci." Una copia, con la firma. L'originale, probabilmente, Ettore ce l'aveva ancora.
Marta non portò subito la lettera a Davide. La portò prima a uno studio notarile di Perugia, con cui l'agriturismo aveva già lavorato per altre pratiche, e chiese un parere: quella lettera, unita alla presenza continuativa di Ettore per settant'anni, poteva valere come titolo di usucapione? La notaia, dopo aver letto tutto con calma, disse che sì, con quella documentazione più la testimonianza sul posto, Ettore Sansoni aveva basi solide per rivendicare quella porzione di terreno — e che se il geometra avesse proceduto alla vendita senza dichiararlo, l'agriturismo si sarebbe esposto a una causa lunga e costosa.
Portò tutto questo a Davide una domenica mattina, mentre lui controllava le prenotazioni per il ponte di Ognissanti. Mise sul tavolo la lettera, il parere scritto della notaia, e le foto della casa con i due meli.
"Puoi vendere lo stesso," gli disse. "Ma non puoi vendere quella parte come se fosse libera. E se lo fai, prima o poi te la fanno pagare in tribunale, con gli interessi."
Davide lesse la lettera due volte. Poi guardò Marta, che in diciannove anni non gli aveva mai portato un problema che non fosse già risolto per metà.
"E cosa vorresti fare tu?"
"Chiamare il geometra. Escludere dalla perizia il pezzo di terra coi meli e la casa. E far intestare quel pezzo a Ettore, con un atto vero, davanti alla notaia. Costa poco, per un pezzo di terra che comunque non riuscirai mai a vendere per intero senza rogne."
Il lunedì dopo, Davide chiamò il geometra e rifece i confini della perizia. Il mercoledì, con Marta seduta accanto a Ettore nello studio della notaia a Perugia, firmarono l'atto di cessione formale: milleduecento metri quadrati, la casa coi due meli e l'accesso al torrente, intestati a Ettore Sansoni, per la cifra simbolica di un euro, in cambio della rinuncia a ogni pretesa sul resto del fienile.
Ettore firmò con la mano che tremava un po', non di paura. Fuori dallo studio, prima di risalire sulla sua auto vecchia di trent'anni, si voltò verso Marta.
"Mio padre diceva sempre che l'acqua rossa porta fortuna a chi resta e disgrazia a chi se ne va senza pagare il conto," disse. "Non ci avevo mai creduto fino a oggi."
Marta tornò all'agriturismo giusto in tempo per il turno di pranzo, con la cartellina marrone ancora sotto il braccio e il generatore di Ettore che ronzava, in lontananza, come l'unica luce accesa in un paese che il catasto aveva dimenticato da sessant'anni.







