Il giorno in cui mio marito mi disse che la Panda andava intestata a sua madre, stavo scolando la pasta. Ricordo che contai i buchi dello scolapasta, uno per uno, mentre lui parlava. Ne contai ventitré prima di rispondere.
— Mia madre dice che è più giusto così, — ripeté Andrea, appoggiato allo stipite della porta. Aveva le chiavi della macchina in mano, le faceva girare attorno al dito. — Ti ha aiutato con l'anticipo, no?
L'anticipo. Diecimila euro. Sui novantamila totali. Sua madre, la signora Wilma, ce li aveva dati tre anni prima, quando avevamo comprato la Panda a metano. Io avevo messo il resto: i risparmi di cinque anni di lavoro all'agenzia immobiliare, i pranzi saltati, le vacanze mai fatte. Ma quei diecimila euro erano diventati il suo lasciapassare per ogni conversazione.
— Allora? — insistette Andrea.
— Allora cosa?
— La intestiamo a lei. È sua madre, — disse, come se spiegasse la cosa più ovvia del mondo.
Io presi la pentola e versai l'acqua nel lavandino. Il vapore mi salì in faccia.
— La macchina è mia, Andrea. L'ho comprata io.
— *Nostra*, — corresse lui. — L'abbiamo comprata *noi*.
Chiusi il rubinetto. Mi voltai. Andrea stava lì, con quella faccia da bambino che ha paura della maestra, quella che faceva ogni volta che sua madre alzava la voce al telefono.
— Tua madre ha già una macchina, — dissi. — Una Yaris del 2010.
— Ma è vecchia. E poi dice che la Panda è più comoda per andare in chiesa, al mercato…
— La Panda è comoda anche per me, che la uso per andare al lavoro ogni giorno.
Andrea sospirò. Si passò una mano tra i capelli, che gli si stavano diradando sulle tempie. Sua madre diceva sempre che era colpa dello stress. Io sapevo che era colpa sua, che gli succhiava l'aria da trentaquattro anni.
La signora Wilma abitava a tre isolati da noi, a Brescia. Aveva un appartamento in via della Stazione, al secondo piano senza ascensore, con le scale che puzzavano di umido e di fritto. Veniva da noi il martedì e il venerdì, con la scusa di portare i biscotti. In realtà entrava, apriva i mobili della cucina, riordinava le pentole e mi spiegava come si faceva il ragù.
Io la lasciavo fare. Per tre anni ho lasciato fare. Perché Andrea mi guardava con quegli occhi da cane bastonato e io pensavo: è sua madre, lascia perdere.
Ma la macchina no.
Il giorno dopo la signora Wilma venne a casa. Entrò senza suonare, come sempre. Io ero in bagno a mettere la crema sulle mani. Sentii la porta chiudersi e le sue pantofole strascicare sul pavimento.
— Carlotta! — chiamò. — Ti ho portato le verdure dell'orto.
Uscii dal bagno. Lei era in cucina, con una busta di plastica in mano e zucchine ovunque. Le aveva già messe sul tavolo, sopra le mie carte di lavoro.
— Ciao, Wilma, — dissi.
— Siediti, siediti, — fece lei, come se casa sua. — Dobbiamo parlare.
Restai in piedi.
— Andrea ti ha detto della macchina, — disse, senza domandare.
— Sì.
— E allora? — Mi guardò con quel sorrisino che avevo imparato a conoscere. Lo stesso che faceva quando metteva le foto del suo defunto marito sul mio comò.
— Allora niente, — risposi. — La macchina resta intestata a me.
Lei smise di sorridere. Solo per un secondo, poi lo rimise su, più tirato.
— Carlotta, io ti ho dato diecimila euro. Ti sembra poco?
— Non mi sembra poco. Mi è sembrato un aiuto. Ma non ti dà diritto alla macchina.
— Un *aiuto*? — Si portò una mano al petto. — Io ti ho aiutata quando non avevi niente. E adesso mi tratti così?
La guardai. Cinquantotto anni, capelli tinti di un biondo troppo chiaro, lo smalto rosso scheggiato sulle unghie. Ogni volta che parlavamo, trovava il modo di farmi sentire in colpa per qualcosa. Anche per il meteo.
— Wilma, — dissi piano, — la macchina la uso tutti i giorni. L'ho scelta io, l'ho pagata io, è intestata a me. Perché vuoi che la intesti a te?
— Perché in famiglia le cose si dividono! — sbottò. — Io non ho niente di mio, dopo che mio marito è morto. Tu hai tutto: il lavoro, la casa, mio figlio…
— Io ho tutto? — ripetei.
— Sì! E io sto da sola in quell'appartamento con le scale che mi fanno male alle ginocchia. E tu non vuoi nemmeno intestarmi una macchina che usi tu!
Ecco. Il punto non era la macchina. Il punto era che io avevo qualcosa che lei non poteva controllare.
— Me ne vado, — disse lei, alzandosi di scatto. Prese le sue zucchine e le rimise nella busta. — Tanto vedo che qui non sono gradita.
Non la fermai. Per la prima volta in tre anni, non la fermai.
Andrea quella sera non mi parlò. Cenò in silenzio, con la faccia scura. Poi andò a letto prima delle dieci. Io rimasi in salotto, con il computer aperto, a guardare case in affitto su idealista.
Non lo ammettevo nemmeno a me stessa, ma stavo già cercando un'altra sistemazione.
Il giorno dopo Wilma chiamò Andrea al lavoro. Glielo dissi io, perché lui me lo raccontò la sera, con la voce stanca di chi ha appena litigato con un muro.
— Dice che la stai umiliando. Che non le fai nemmeno una foto della macchina.
— Una foto? — scoppiai a ridere. — Perché dovrei farle una foto della mia macchina?
— Non lo so, Carlotta. Dice che non la tieni bene. Che la vorrebbe vedere.
Mi alzai dal divano. Presi le chiavi della Panda dal tavolino, le infilai in tasca. Sentii il metallo freddo contro la gamba.
— Senti, Andrea. Io me ne vado di casa.
Lui rimase fermo, con il bicchiere d'acqua a mezz'aria.
— Cosa?
— Ho trovato un appartamento in zona stazione. Piccolo, ma va bene. Trasloco sabato.
— Per una macchina? — urlò. — Mi lasci per una macchina?
— No. Ti lascio perché quando tua madre ha chiesto di intestarsi la mia macchina, tu hai detto di sì.
Andrea aprì la bocca. La richiuse. Il bicchiere tremò nella sua mano.
— Io non pensavo che…
— Lo so, — dissi. — È questo il problema.
Il sabato arrivò in fretta. Andrea mi aiutò a caricare gli scatoloni, in silenzio. Sembrava un funerale. Sua madre, per fortuna, non si fece vedere. Aveva mandato un messaggio ad Andrea: *"Se se ne va, non tornare da me a piangere."*
Lui non me lo mostrò. Ma io lo vidi, perché aveva lasciato il telefono sul tavolo e lo schermo si era acceso.
Il mio nuovo appartamento era al terzo piano, senza ascensore, con una cucina piccola e una finestra sul cortile. La prima sera mi sedetti sul pavimento, con le gambe incrociate, e piansi. Non per Andrea. Per tutti gli anni in cui avevo pensato che essere gentile significasse dire sempre di sì.
Poi mi asciugai le lacrime con il dorso della mano e aprii una scatola di cartone con su scritto "CUCINA".
Dentro c'erano i bicchieri. Uno per uno, li lavai e li misi sul lavello ad asciugare. Il rumore del vetro contro l'acciaio mi calmò.
La signora Wilma chiamò un mese dopo. Non io: chiamò Andrea, e lui me lo disse.
— Dice che ti perdona. Che puoi tornare.
— Perdonarmi? — scoppiai a ridere. — Ma perdonarmi di cosa?
— Per come ti sei comportata. Dice che è disposta a dimenticare.
— No, Andrea. Io non torno.
Lui rimase in silenzio qualche secondo. Sentii il rumore delle macchine in strada, fuori.
— E per la macchina? — chiese, a bassa voce. — Che faccio?
— La macchina è mia. Fatti venire da tua madre a prenderti.
Riattaccai. Poi uscii, scesi in strada, salii sulla Panda. Accesi il motore e rimasi lì, con le mani sul volante. Il serbatoio era pieno. La macchina era pulita, l'avevo lavata io il giorno prima, a mano.
Wilma non l'ha mai avuta. Non l'ha mai vista. Non l'ha mai toccata.
Ora vivo da sola, a Brescia. Faccio la pendolare, vado al lavoro in macchina, torno a casa la sera. Il mio appartamento è piccolo, ma profuma di caffè e di bucato. Ho comprato una pianta grassa al mercato di via Roma. Costa poco e non muore quasi mai.
Andrea ogni tanto mi scrive. "Come stai?" Io rispondo: "Bene".
Poi metto via il telefono e vado a dormire.
La mattina dopo mi sveglio, prendo le chiavi della Panda dal tavolino e scendo in strada. La macchina è lì, sotto casa. È mia.
E per la prima volta dopo tanto tempo, lo so davvero.







