Avevo quarantasei anni quando ho capito che mia moglie non mi aveva mai guardato davvero.

La storia comincia da un pomeriggio di novembre, a Milano. Pioveva da tre giorni. Io ero in cucina, in piedi davanti alla finestra, e strizzavo uno strofinaccio come se dovessi spremerne l'acqua. Non c'era acqua. C'era Livia, mia moglie, che mi diceva che aspettava un figlio.

Io sono Alessandro. Sandro, per tutti. Faccio il programmatore da ventisette anni, undici dei quali sposato con Livia. Ci siamo conosciuti che avevamo già passato i trenta, tutti e due, in un ufficio di Cinisello Balsamo dove lei faceva la contabile. Era una donna tranquilla, con i capelli scuri e un modo di parlare lento, senza fretta. La prima volta che l'ho vista stava mangiando un tramezzino davanti alla macchinetta del caffè, con un tovagliolo piegato sulle ginocchia e la schiena dritta. Mi è piaciuta subito.

Non abbiamo avuto figli. Non per scelta. Ci abbiamo provato per anni, poi Livia ha smesso di parlarne, e io ho smesso di chiedere. Vivevamo bene, in un appartamento di cento metri a due passi da Baggio, comprato l'anno prima di conoscerla. Lavoravo, lei lavorava, d'estate andavamo a Rimini una settimana, il sabato pomeriggio passavamo da mia madre, che abitava proprio a Baggio, e poi a cena fuori. Una vita normale. Di quelle che non fanno rumore.

E poi è arrivata Milena.

Milena era l'amica d'infanzia di Livia. Non l'avevo mai conosciuta, perché vent'anni prima si era trasferita a Vicenza con il marito, un tipo che stava nel commercio di elettrodomestici e, da come raccontava Livia, guadagnava bene. Poi il silenzio. Una telefonata ogni due anni, forse. E all'improvviso, un martedì verso le sette di sera, il campanello suona e sul pianerottolo c'è una donna bionda, magra, con una grossa valigia marrone e gli occhi gonfi.

Livia l'ha riconosciuta subito. Io no.

Milena ha raccontato la sua storia in un fiato: il figlio morto in un incidente l'anno prima, la moto, la pioggia, il camion. Il marito che beveva. Le botte. L'ospedale. La casa intestata a lui. I fratelli che non l'hanno voluta.

Mia moglie l'ha accolta come una sorella. Non mi ha chiesto il permesso, me l'ha detto. "Resta da noi finché non trova qualcosa." Ho sospirato e ho detto va bene. Lo avrei rifatto? Forse no. Ma quella sera, vederle abbracciate sul divano, con Milena che piangeva sulla spalla di Livia, mi sembrava la cosa giusta. Ho pensato: è il momento di essere generoso.

Milena è rimasta cinque mesi.

I primi tempi stava chiusa nella stanza degli ospiti, con le tapparelle abbassate. Poi ha ripreso colore. Si vestiva bene. Usciva. Livia le aveva trovato un posto da commessa in un negozio di borse in corso Vercelli, attraverso una sua ex collega. La sera cenavamo insieme, e Milena parlava, parlava, parlava. Di moda, di viaggi, dell'amica che aveva sposato un industriale di Varese, di quanto fosse bello avere una casa con il giardino. Io ascoltavo poco. Lavoravo molto, in quel periodo. Avevo accettato un incarico grosso, una piattaforma per la logistica di una ditta di Monza, e passavo le serate al computer.

Poi le cose hanno cominciato a cambiare.

Prima è cambiato il mio conto in banca. Niente di strano, il lavoro rendeva. Poi è cambiata Livia. Non nel modo che pensate voi. Diventava silenziosa, si fermava a guardarmi con una faccia che non le avevo mai vista. Io la attribuivo alla stanchezza. Sbagliavo.

Una domenica mattina, verso le dieci, Livia era in cucina. Io leggevo il giornale. Milena era uscita, non ricordo per cosa.

"Sandro," mi ha detto Livia, "dobbiamo parlare."

Ho abbassato il giornale. Aveva le mani appoggiate al tavolo, le dita intrecciate.

"Dimmi."

"Sono incinta."

Sono rimasto fermo. A quarantasei anni, dopo undici anni di tentativi andati a vuoto, dopo le analisi, i consulti, le lacrime silenziose in macchina tornando dal medico. Mi sono alzato. Volevo abbracciarla. Ho fatto due passi verso di lei e lei ha alzato una mano.

"Non è tuo, Sandro."

Il rubinetto in cucina perdeva. Me lo ricordo, il rumore.

"È per Milena," ha detto. "Ho fatto la fecondazione con un donatore, in una clinica privata, tre mesi fa. Milena non può portare avanti una gravidanza, dopo quello che le ha fatto suo marito. Io sì. Gliel'ho promesso."

Io pensavo: è uno scherzo. Livia non ha mai avuto questo senso dell'umorismo.

"L'ho fatto per lei," ha ripetuto. "Ma la bambina la cresceremo insieme, io e Milena."

Non sono un uomo violento. Non ho mai alzato le mani su nessuno. Ma in quel momento ho afferrato lo strofinaccio e ho cominciato a strizzarlo, e continuavo a strizzarlo, e non so perché, ma mi sembrava che se avessi smesso avrei dovuto urlare, o piangere, o rovesciare il tavolo.

Livia parlava con una voce piatta. Non chiedeva scusa. Diceva "l'ho deciso da sola", diceva "so che sembra assurdo detto così", diceva "io ti voglio bene, ma Milena ha bisogno di me in un modo diverso".

Poi la porta si è aperta, ed è entrata Milena. Aveva una borsetta color cammello e un giornale sotto il braccio. Ci ha guardati, ha posato la borsa, ha detto: "Ah. Gliel'hai detto."

Mi sono girato verso di lei.

"Tu," ho detto. "Tu in casa mia."

Milena ha scosso la testa, come se fossi io a creare un problema.

"Sandro, non fare la vittima. Io non ti ho rubato niente. Livia ha passato vent'anni a pensare agli altri. Ora pensa a sé."

"A te, vuoi dire."

"È lo stesso."

C'è stato un silenzio lungo. Poi Livia si è seduta. E con una voce che non ho riconosciuto, ha detto: "Io mi trasferisco da lei a Vicenza. Tu resti qui. La casa è tua, l'hai comprata tu. Non voglio niente."

Mi sono messo a ridere. È stato uno strano rumore, anche per me.

"Non vuoi niente," ho ripetuto.

"No. Solo i miei libri, i vestiti. E la macchina."

La macchina era una Panda vecchia di nove anni. Me ne fregavo della macchina.

Sono uscito di casa. Ho camminato fino al parco di Baggio, sotto la pioggia, senza ombrello. Mi sono seduto su una panchina bagnata e sono rimasto lì. Nessuno mi ha chiesto niente. A Milano, a novembre, la gente cammina veloce, con la testa bassa.

Quando sono tornato, la stanza di Milena era vuota, l'armadio aperto, il letto rifatto. Non c'era nessun biglietto. Solo il silenzio di una stanza che qualcuno aveva lasciato in fretta.

Non le ho più riviste.

Le settimane dopo sono state strane. Andavo al lavoro, tornavo, cucinavo, dormivo. Una sera ho calcolato che Livia mi aveva lasciato undici anni di vita in comune. Undici anni. Non piangevo. Non bevevo. Facevo le cose. Una mia ex collega, Daniela, mi ha scritto per sapere se stavo bene. Ho risposto: "Tutto a posto." Era giugno, il primo anno dopo.

Poi un sabato sono salito in macchina e sono andato a un rifugio per animali fuori città. Non so perché. Forse perché la casa era troppo silenziosa. C'era una gatta grigia, magra, che si chiamava Nuvola. Aveva otto anni. L'ho presa.

Nuvola è la prima cosa che mi ha fatto sentire qualcosa. Si sedeva sul bracciolo del divano e mi guardava, senza chiedere niente, senza parlare. La sera la mettevo sulle ginocchia e le raccontavo del progetto a cui lavoravo. So che sembra da matti. Ma mi ha salvato.

Un mattino di ottobre, un anno e mezzo dopo, il telefono ha squillato. Era un numero che non conoscevo. Ho risposto.

"Sandro? Sono Paolo."

Paolo era un vecchio amico dell'università. Non ci sentivamo da sette anni.

"Ti chiamo per una cosa," ha detto. "Sto aprendo una piccola azienda a Bergamo, mi serve un socio tecnico. Sei il primo a cui ho pensato."

All'inizio ho detto di no. Poi ci ho pensato su. E ho accettato.

Ci abbiamo messo un anno a far girare l'azienda. Il secondo anno abbiamo cominciato a guadagnare. Il terzo anno ho venduto la mia quota. Non per soldi. Perché avevo capito che il lavoro non mi bastava più. Ero stanco di fare le cose per riempire il tempo.

Con i soldi della vendita ho comprato una casa piccola a Saluzzo, con un pezzo di giardino. Nuvola e io ci siamo trasferiti a marzo del terzo anno. La casa aveva una veranda vecchia, un ciliegio in fondo al giardino, un cancello che cigolava. Ho cominciato a sistemare le cose da solo. Non per altro: per fare qualcosa con le mani.

E poi un giorno, apro la porta del garage e trovo una busta gialla per terra. L'aveva infilata il postino che passava quando non c'ero. Non c'era mittente.

Dentro c'era un foglio. Una lettera, scritta a mano, con una calligrafia che conoscevo bene.

Diceva: "Sandro, la bambina è nata, si chiama Alice. Sarebbe bello se potessi venire a Vicenza, a conoscerla."

L'ho riletta tre volte. Poi l'ho piegata e l'ho messa nel cassetto della cucina, sotto i tovaglioli.

La lettera non diceva niente del perché, dopo due anni, Livia volesse che andassi a Vicenza. Non diceva niente della casa, dei vestiti, della Panda. Non diceva niente di quello che c'era stato prima. Diceva solo: sarebbe bello.

Ho chiuso il cassetto. Sono uscito in giardino. Il ciliegio era in fiore. Ho preso la scala, le forbici da potatura, e ho cominciato a tagliare i rami secchi.

Io non sono andato a Vicenza. Non ho richiamato. Non ho risposto.

Ho preso il telefono, ho aperto l'app della banca. Ho fissato l'importo per qualche secondo: quattrocento euro al mese. Per la bambina.

Poi ho spostato la cifra su un conto di risparmio. Un conto che non toccherà nessuno, finché Alice non avrà diciotto anni. Ho dato un'occhiata al saldo. Bastava.

Ho piegato la lettera di nuovo, stavolta in quattro. L'ho messa nella tasca dei pantaloni. Più tardi l'avrei bruciata nella stufa, insieme ai rami secchi del ciliegio.

Nuvola mi è passata accanto, con la coda alta. L'ho guardata andare verso la veranda. Pioveva di nuovo.

Il cancello ha cigolato.

Mi sono girato.

Ma non c'era nessuno.

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Avevo quarantasei anni quando ho capito che mia moglie non mi aveva mai guardato davvero.