Il caffè, e la pioggia sull’asfalto a fine settembre. Gliel’ho detto tante volte a mia suocera. Lei continuava a comprarmi profumi. Ogni Natale, ogni compleanno, ogni scusa: una boccetta. “Tieni, così non puzzii di bar”, diceva. Io ho una caffetteria a Verona, in via Mazzini. Il caffè è il mio mestiere, mica la mia puzza.
Alda aveva settantadue anni e un’idea tutta sua di me. Suo figlio Paolo — mio marito — lo trattava come un ragazzino. Io per lei ero quello che gliel’aveva portato via. Non me l’ha mai detto in faccia, ma lo vedevo da come mi passava il pane: lo appoggiava sul tavolo dal lato opposto, così dovevo allungarmi. Da come non imparava il mio nome. Per undici anni mi ha chiamato “tu”.
Paolo non vedeva niente. Diceva che ero paranoico. Ma io con Alda ci vivevo, quando lui era in trasferta a Bolzano per la ditta di infissi. Erano i mesi peggiori: io chiudevo la caffetteria alle sette, tornavo a casa, e lei era lì. Sul divano. Con la sua tazza di camomilla e il telecomando in mano. “Hai spento bene la macchina del caffè?”. Ogni sera la stessa domanda, come se avessi undici anni e un motorino.
La faccenda della poltrona è esplosa un martedì di ottobre. Erano le sei e mezzo del mattino, pioveva quel piovischio fine che sa di foglie bagnate. Ero in cucina a prepararmi il caffè con la moka — un rito, il primo della giornata — quando Alda è entrata in ciabatte. Si è piazzata davanti al tavolo e ha detto: “Quella poltrona in salotto è mia. La voglio per il mio appartamento.”
Io ho continuato a girare il caffè. “La poltrona l’ha comprata Paolo per la casa.”
“L’ha comprata coi soldi che gli ho dato io.”
Non era vero. O meglio: undici anni prima, quando avevamo aperto la caffetteria, Alda ci aveva prestato dodicimila euro. Li avevamo restituiti in quattro anni, ogni rata puntuale, con bonifico. Paolo teneva i fogli in una cartellina blu nel cassetto della scrivania. Ma Alda non riconosceva i bonifici. Riconosceva solo il prestito.
Ho bevuto il caffè in piedi, appoggiato al lavello. “Senti, ne parliamo stasera con Paolo.”
“Paolo non c’entra. La poltrona è mia.”
Il campanello della caffetteria sarebbe suonato tra quaranta minuti. Non avevo tempo per una guerra. Mi sono cambiato, ho preso le chiavi della macchina. Sulla porta ho sentito la sua voce: “Se non la porti tu, la faccio portare da mio nipote col furgone.”
Il nipote è Mirko, ventitré anni, palestra e poche domande. Quello che ti suona il campanello e aspetta sul pianerottolo a braccia conserte. Ecco, forse è stato lì che ho cominciato a non dormire.
Ma la storia vera è un’altra. Quella che Paolo non sapeva. Alda non voleva la poltrona per casa sua. Voleva la poltrona perché dentro c’era un vecchio scialle di sua madre. Ricamato a mano, color tabacco. Lo teneva lì, piegato sotto il cuscino, da quando la madre era morta. E quella poltrona — un pezzo di velluto verde del 1963 — per lei non era un mobile. Era una bara.
Io lo scialle non l’ho mai visto. Alda non l’ha mai nominato con me. L’ho scoperto solo dopo, da una vicina, la signora Rachele del terzo piano, che mi ha fermato in ascensore: “Quella poltrona di sua suocera, con lo scialle della Bruna… ci tiene come a una figlia.” Io sono rimasto lì col sacchetto del pane in mano, l’ascensore che si richiudeva.
Paolo tornava il venerdì. Per tre giorni ho evitato il salotto. Alda la sera spingeva la poltrona di qualche centimetro, per segnare il territorio. La sentivo strusciare sul parquet alle dieci e mezzo di sera. Non so come spiegarlo: era il rumore di una resa dei conti.
Venerdì sera Paolo arriva con due buste di spesa e una bottiglia di Amarone. Cena, silenzio, stoviglie che sapevano di pioggia. Poi Alda dice: “Martino ha detto che mi dà la poltrona.”
Ho appoggiato la forchetta. “Non ho detto questo.”
Alda si è alzata. È andata in salotto, si è seduta sulla poltrona, ha incrociato le braccia. “Allora la porto via domani. Mirko viene alle dieci.”
Paolo mi guardava come se la soluzione fosse arrendersi. “Mamma, per una poltrona…”
“Non è una poltrona”, ho detto io.
E lì ho fatto una cosa che non avevo programmato. Sono andato in camera, ho preso la cartellina blu dal cassetto, sono tornato e l’ho buttata sul tavolo. “Undici anni di bonifici. Ogni rata. Vuoi contarli?”
Alda non ha guardato i fogli. Ha guardato me. E ha detto la frase che non avevo previsto: “Io quei soldi non te li ho chiesti indietro. Ti ho chiesto la poltrona. Ma tu non capisci cosa vuol dire avere un cuore. Hai solo la caffettiera al posto del cuore.”
Paolo ha sospirato. Un sospiro definitivo, da arbitro che sceglie la parte della madre. “Dài, per una poltrona…”
Mi sono alzato, ho preso la giacca. “La poltrona resta qui. E domani se viene Mirko, chiamo i carabinieri.”
Sono uscito. Ho camminato fino alla caffetteria, l’ho aperta, ho fatto un caffè per me. Il primo che non sentivo. Mi tremava la mano con la tazzina.
Ma la verità è che io la poltrona non volevo tenerla. Volevo che Alda me lo chiedesse come si chiede una cosa a un uomo. Non come si arretra un credito. Volevo una parola sola. Per favore. In undici anni non l’aveva mai detta, né a me né, credo, a nessuno.
Il giorno dopo non ho aspettato Mirko. Alle otto del mattino ho svitato io le gambe della poltrona, l’ho avvolta in un telo da imbianchino, l’ho caricata in macchina e l’ho portata da Alda. Lei abitava due vie più in là, in un trilocale al pianterreno con l’odore di minestrone nei corridoi.
Le ho suonato il campanello. Ha aperto in vestaglia, i capelli in bigodini. Non ha detto niente.
Ho sistemato la poltrona al centro del suo stanzino, davanti alla finestra che dava sul cortile. Ho tolto il telo. Il velluto verde sembrava mangiarsi la stanza.
Le ho dato le chiavi. Non quelle della poltrona — la poltrona non ha chiavi. Le ho dato le chiavi della mia caffettiera nuova, una La Marzocco che avevo comprato e mai usata. Non c’entrava niente. Non l’avevo pensato. È successo e basta.
“Questa fa il caffè come dico io”, ho detto. “Così smetti di dire che puzzo di bar.”
Alda è rimasta sulla porta. Ha preso le chiavi. Le ha girate tra le dita. E per la prima volta in undici anni ha abbassato la voce: “Grazie, Martino.”
Poi ha chiuso la porta. Piano, come si chiude un hotel a fine vacanza.
Sono sceso le scale. Fuori pioveva ancora, di quel piovischio che si attacca alla pelle. Mi sono fermato sotto la grondaia del portone. Ho acceso una sigaretta che non fumo. Non l’ho fumata. L’ho guardata spegnersi da sola tra le dita, mentre da un balcone del primo piano, per due secondi, si è mossa una tenda color tabacco.
E io ho pensato che forse, per la prima volta, non era per me.







