Erano le cinque e venticinque del pomeriggio e, come ogni giorno, Alessio Varale stava spegnendo il computer con la stessa precisione con cui aveva chiuso l’ultimo report. Allineò le penne sul taccuino, fece scorrere la cerniera della ventiquattrore e infilò il cappotto. Un rituale. Alle cinque e mezza spariva. Non importava se la finanziaria stava chiudendo un’acquisizione, se i soci erano riuniti con i calici in mano o se gli altri restavano inchiodati alle scrivanie per dimostrare chissà cosa. Alessio usciva.
Per sei mesi Camilla Rossetti se l’era tenuto per sé. Quella sera, però, qualcosa le scattò dentro.
«Perché non esci mai con nessuno?»
Lui si bloccò con la maniglia a metà corsa. La domanda era uscita più tagliente del previsto. Camilla si incrociò le braccia, la schiena dritta contro lo stipite dell’ufficio che era appartenuto a suo padre per trent’anni. Rossetti & Partners, Bologna. Grattacielo di vetro a due passi dai portici, quindici piani di ambizioni e bilanci.
«Sono quattro anni, Alessio. Cene di lavoro zero. Vacanze aziendali zero. Una telefonata personale? Mai. Lo sanno tutti. Rifiuti le promozioni, non vieni agli aperitivi e alle cinque e mezza ti volatilizzi.»
Lui ruotò quel tanto che bastava per mostrarle un paio di occhi grigi, senza rabbia. Solo una stanchezza così fitta che Camilla avrebbe voluto rimangiarsi ogni sillaba.
«Cosa nascondi?» aggiunse, stavolta con un filo di voce.
Alessio guardò l’orologio a parete. Le 17:26. Poi guardò lei.
«Lo vuole sapere sul serio?»
Sei mesi prima Camilla era entrata nel gruppo di famiglia come direttrice finanziaria più giovane della storia della società. Trentadue anni, un ufficio con vista sulla Torre degli Asinelli, un compenso a sette zeri e il cognome stampato sull’insegna. Suo padre aveva fondato la Rossetti in un monolocale di via Indipendenza e adesso, a un passo dalla pensione, ogni membro del consiglio la osservava per capire se la figlia avesse ereditato il fiuto o soltanto il nome.
Camilla sopravviveva aggrappandosi ai numeri. I numeri non spettegolavano sul nepotismo. Non sorridevano educati durante le riunioni per pugnalarla dopo. La prima settimana passò in rassegna le schede di ogni reparto e si bloccò su quella di Alessio Varale. Quattro anni di prestazioni impeccabili. Zero errori di reportistica. Soddisfazione clienti nel tre per cento dei migliori della società. Tre proposte di scatto a quadro. Tre rifiuti.
Lo convocò subito.
«Lei è uno degli analisti più solidi della struttura. Perché ha rifiutato ogni avanzamento?»
«La posizione prevede trasferte e serate.»
«Di solito è così che funziona.»
«Io preferisco uscire alle 17:30.»
Camilla sbatté le palpebre. «La maggior parte delle persone farebbe carte false per quelle opportunità.»
«Non tutti.»
«Allora lei cosa cerca?»
Alessio rispose senza esitare. «L’ho già trovato.»
Lei lo congedò. Sul momento lo liquidò come un tipo senza nerbo, di quelli che si atteggiano a filosofi per nascondere la pigrizia.
Alle 17:32 di quel pomeriggio Alessio infilava la sua Lancia Y grigia nel traffico di porta Lame, direzione sud. La Casa di Cura “Villa delle Querce” sorgeva sulle colline di San Mamolo, fra cipressi e un silenzio rotto solo dai merli. Gli infermieri non gli chiedevano più il tesserino. La stanza 36 era in fondo al corridoio est. Dentro, Laura Varale giaceva sotto un copriletto color lavanda, il torace che si alzava e si abbassava al ritmo del ventilatore.
Quattro anni prima un furgone guidato da un uomo con il triplo del tasso alcolemico consentito le aveva invaso la corsia sulla tangenziale. Laura era sopravvissuta. Non si era mai svegliata.
Alessio si sedette accanto al letto, prese la mano immobile e posò sul comodino un romanzo sgualcito, Il deserto dei Tartari. «Ciao, amore mio.»
Le raccontò della nuova direttrice. «Mi ha chiesto perché non voglio diventare manager. Non sapevo come spiegarle che il ruolo più importante della mia vita ce l’ho già.»
Le spostò una ciocca di capelli dalla fronte e cominciò a leggere. Stava leggendo lo stesso libro dal giorno dell’incidente. Non aveva mai saltato una riga. L’avevano cominciato insieme, e per lui non esisteva altro modo di finirlo.
Alle sette passò a prendere la figlia Alice al centro estivo di via Saragozza. Lei lo travolse con un cartoncino colorato. «Hai detto alla mamma del dettato?»
«Sì.»
«E che ho preso bravissimo?»
«Gliel’ho detto due volte.»
Quella sera cucinarono le tagliatelle al ragù con l’aglio abbondante, come le faceva Laura. Alice apparecchiò per tre. La terza sedia restò vuota. Nessuno le aveva mai chiesto di toglierla.
Passò un mese. Camilla si trovava nel parcheggio interrato della Rossetti quando incrociò Alessio al telefono, appoggiato al cofano della sua utilitaria. «Arrivo fra venti minuti. È stata tranquilla oggi?» La voce era di una dolcezza che in ufficio non aveva mai sentito.
Il mattino dopo chiese all’ufficio del personale di recuperare il contatto d’emergenza. L’unico numero che non fosse la suocera corrispondeva alla Villa delle Querce. Camilla digitò il nome sul computer e scorse le parole “gravi cerebrolesioni”, “stati vegetativi persistenti”, “famiglie che non smettono di sperare”. Chiuse la scheda di colpo, con la sensazione di aver appena spiato dentro un cassetto.
Da quel giorno fu impossibile non notarlo. Alessio pranzava da solo su una panchina al Parco della Montagnola con un tramezzino al prosciutto. Non teneva foto sulla scrivania. Nel primo cassetto, però, c’era un piccolo orologio da polso femminile, un Omega d’epoca, cinturino di pelle consumata. Declinava ogni invito con la stessa frase educata: «Ho un impegno.»
Il primo scontro vero arrivò in occasione del ricevimento annuale della Fondazione Albertini. Serviva qualcuno che rispondesse alle domande tecniche degli investitori e l’unico in grado di farlo era lui. Camilla lo convocò e gli ordinò di presentarsi il sabato sera al Palazzo di Varignana.
«Non posso.»
«Non è facoltativo.»
«Ho un impegno.»
«Lo sposti.»
«No.»
Per un attimo si sentì sfidata. Poi notò qualcosa sotto la calma: paura vera, come un animale braccato.
«Tutte le sere?» chiese d’istinto. «Lei ha un impegno tutte le sere?»
«Sì.»
Camilla pensò alla clinica. Inspirò. «E se spostassimo il ricevimento al pomeriggio?»
Alessio allentò le spalle. «Sposterebbe tutto?»
«A me serve lei. A lei serve uscire entro le cinque. Sono cose che possono coesistere.»
L’evento cominciò alle due. Lui arrivò in completo grigio, tenne testa a domande taglienti, rassicurò i nervosi e salvò la presentazione quando un socio scambiò la redditività con il margine operativo. Alle 16:43 si avvicinò a Camilla.
«Grazie per avermi agevolato.»
«Mancano due minuti.»
Un angolo della bocca gli si piegò. Alle 16:45 era già fuori. Un investitore seguì la scena: «Il suo analista migliore se n’è andato.»
Camilla guardò la porta vuota. «Ha un posto più importante dove stare.»
Le parole le uscirono da sole. Una vita intera a credere che il lavoro fosse il posto più importante.
Qualche settimana dopo la fondazione benefica della Rossetti selezionò Villa delle Querce come possibile beneficiaria. Camilla si aggregò al giro ufficiale. Il direttore mostrò le palestre riabilitative, il giardino della memoria, la cappellina dove i parenti accendevano ceri di pochi centesimi. «I nostri ospiti restano qui perché qualcuno si rifiuta di arrendersi.»
Arrivarono all’ala est. Dalla porta socchiusa della stanza 36 Camilla vide Alessio seduto, la mano di Laura nella sua, il libro aperto. Sulla parete un esercito di disegni colorati. Il direttore notò il suo sguardo fisso.
«Quella è Laura Varale. Trauma cranico. Il marito viene ogni giorno.»
«Marito?»
«Sono quattro anni. Mai saltata una visita.»
Camilla uscì in cortile. Si sedette su una panchina di pietra, accanto a una fontana che perdeva. Non aveva mai pianto in vita sua per qualcosa che non fosse stress o rabbia. Stavolta il nodo in gola faceva male come un taglio. Trentadue anni, non aveva mai riprogrammato un impegno per amore. Alessio aveva ricalibrato un’esistenza intera attorno a una promessa.
Da quel pomeriggio cambiò il modo di dirigere. Spostò le riunioni dopo pranzo, stroncò le chiamate alle sette di sera, rispose alle lamentele del consiglio con un secco: «L’orario è finito. Il resto è suo.» Alessio lo notò, s’informò. «Non dovrebbe fare favoritismi per me.» «Sto solo cominciando a capire che le persone possono essere fedeli a più di una cosa.»
Cominciarono a parlare di altro oltre ai bilanci. Camilla gli raccontò del padre, degli esami nascosti a cui la sottoponeva ancora ogni consiglio d’amministrazione, delle riunioni in cui si sentiva ancora la figlia del fondatore e non il direttore. Alessio ascoltava senza correggerla.
«Ti sembra tutto facile, vero?» gli disse una volta.
«Per niente.»
«Eppure non perdi mai la calma.»
«Ne ho persa troppa il giorno che hanno arrestato quello che ha investito Laura. Da allora tutta la calma che trovo la porto lì.»
Un venerdì Alice ebbe la febbre e Alessio dovette portarla in ufficio. Camilla li trovò nella saletta caffè, lui che scaldava i tortellini al microonde e la bambina china su un album da disegno.
«Sei molto carina» sparò Alice alzando la testa. «Papà non l’ha detto, che sei carina.»
Alessio stava quasi per rovesciare il piatto. «Alice…»
«Cosa? Parla dei tuoi grafici. Della faccia della direttrice non ha mai detto niente.»
Camilla rise, e fu un suono nuovo. «Cosa stai disegnando?»
Alice mostrò tre figure stilizzate davanti a una casa con le persiane verdi. «La mia famiglia. Papà, io, e la mamma. La mamma è malata, però papà va a trovarla tutti i giorni. Anche quando è stanco.»
Non c’era retorica, solo l’esattezza implacabile dei bambini.
Più tardi, mentre Alessio scendeva al parcheggio con Alice addormentata sulla spalla, Camilla rimase davanti alla macchinetta del caffè. Appoggiò la tazzina sul ripiano e rimase a guardare la formica che camminava sulla mensola, in tondo, cercando una via. Che cosa era disposta a fare lei per qualcuno? Non lo sapeva.
Ora i mesi erano diventati sei, e Camilla aveva fatto quella domanda. «Perché non esci mai con nessuno?»
Erano ancora fermi nell’ufficio di lei, con il sole di Bologna che dorava le persiane.
Alessio mollò la maniglia e si appoggiò allo stipite, le braccia conserte ma non sulla difensiva. «Mia moglie è stata travolta da un ubriaco quattro anni fa. Non si è più svegliata.»
Camilla sentì lo stomaco stringersi, le tempie pulsare.
«La chiamano stato vegetativo persistente. I suoi genitori hanno fatto un funerale simbolico due anni fa. Mi hanno detto: lasciala andare. Tutti me l’hanno detto.»
«E tu no.»
«No.»
«Perché?»
Lui la guardò dritto negli occhi, con una quiete che non lasciava spazio a nessuna bugia.
«Perché lei mi avrebbe aspettato.»
Nessun gesto. Nessun movimento. Camilla aprì la bocca e la richiuse. Si morse l’interno della guancia talmente forte da sentire il sapore del ferro. Riavvolse mentalmente tutti i giudizi affrettati, le frecciatine sulla mancanza di ambizione, sulle cene mancate, e ogni pezzo andò a schiantarsi contro una parola sola: attesa.
Alle 17:30 Alessio uscì, come sempre. Camilla si sedette alla scrivania, fissò il telefono muto. Non rispose alle mail, non guardò i report. Prese il soprabito e scese in strada. Guidò senza accorgersene fino al cancello di Villa delle Querce, parcheggiò la Mini Cooper in mezzo alle magnolie e rimase lì, con il motore spento, a fissare la finestra illuminata della stanza 36.
Non era invidia. Non era tristezza per se stessa, o il desiderio di essere amata allo stesso modo. Era un’ammirazione che bruciava, il bisogno di fare qualcosa di concreto. Rientrò a casa e passò la notte a rivedere il bilancio della fondazione. La mattina dopo sottopose al consiglio un progetto per destinare metà del fondo sociale alle famiglie con un congiunto in stato vegetativo. «Si chiama Fondo Laura.» Non diede spiegazioni private, ma scrisse una lettera cartacea ad Alessio e la lasciò sulla sua scrivania.
Dentro c’erano tre righe.
«Ho capito. Non ti chiederò più niente. Però se Alice ha bisogno di qualcuno che la porti al parco quando sei in clinica, io i sabati sono libera. C.»
Quella domenica alle dieci del mattino suonò al campanello del suo appartamento in via del Pratello con una confezione di bignè e un aquilone nuovo. Aprì Alice, gridando: «Papà, c’è la direttrice!» Alessio comparve in corridoio con un grembiule sporco di farina. Le offrì un caffè. Il terzo posto a tavola era ancora imbandito.
Non accadde nulla di romantico, non c’era spazio per quello. Ma qualcosa cominciò a ricomporsi. Camilla smise di contare i minuti fino alle 17:30 come una perdita e imparò a considerarli il momento in cui un uomo andava a leggere un libro alla moglie, pagina dopo pagina, senza saltare nulla.
E una sera di dicembre, mentre fuori il ghiaccio incrostava la fontana di Nettuno, Alice chiese a Camilla di accompagnarlo. Camilla la guardò, poi guardò Alessio. Lui fece un gesto con la mano, un invito quieto. Salirono in tre sulla Lancia grigia. Per la prima volta, Camilla entrò nella stanza 36. Prese la sedia libera vicino alla finestra. Alessio aprì il libro e cominciò a leggere a voce alta, e quando la sua voce si incrinò per la stanchezza, Camilla proseguì il paragrafo successivo, senza nemmeno accorgersi che le sue dita avevano sfiorato quelle di lui sul bracciolo. Fuori, un merlo cantava al buio.







