Il cane del tornante

Un martedì di ottobre Piero, dal bancone del bar, mi ha messo davanti il resto del caffè e ha detto: «Sul tornante delle tre cipressi c'è un cane che non si sposta da lì. Sarà una settimana, forse dieci giorni».

Io sono Dario, ho quattordici anni. Il tornante delle tre cipressi è sulla provinciale che scende verso San Quirico d'Orcia: una curva secca, una piazzola sterrata e un'edicola votiva con la Madonna dai fiori di plastica stinti dal sole. Il gatto del bar, che si chiama Grappa, dormiva sul bancone vicino alla macchina del caffè.

Quel pomeriggio sono andato a vedere. Il cane stava sdraiato nella ghiaia, vicino all'edicola. Non era un pastore tedesco puro, si capiva subito. La coda arricciata a ciambella sulla schiena, un orecchio che non restava mai dritto. Però era grosso, il pelo scuro, gli occhi color miele. Ogni volta che passava una macchina alzava il muso e seguiva il veicolo finché non spariva dietro la curva. Poi posava il muso sulla zampa e restava immobile.

Nei giorni dopo ho cominciato a portargli pane e avanzi. Mangiava tutto, fino all'ultima briciola, ma se facevo un passo verso di lui indietreggiava. Non ringhiava. Ti osservava con una specie di prudenza, come uno che ha già preso troppe fregature. Faceva i suoi bisogni dietro le ginestre e tornava al posto. Al tramonto stava sempre lì, sul bordo dell'asfalto.

A novembre la nebbia in Val d'Orcia è un muro. Le macchine andavano piano. Qualcuno si fermava a lasciare cibo. Un camionista che porta la frutta al mercato gli ha lasciato una cassetta con una coperta. Il cane ci dormiva dentro, ma all'alba era già di nuovo sulla strada, con il sedere sulla ghiaia e il muso verso la curva.

Mio padre lavora al frantoio. Torna a casa con le scarpe che sanno di olio nuovo e mi chiamava pazzo perché passavo i pomeriggi al tornante. A dicembre mi ha aiutato a costruire una cuccia con le tavole dei bancali e una lamiera ondulata. L'abbiamo messa vicino all'edicola. La prima notte di pioggia il cane è entrato, si è asciugato, e poi è uscito di nuovo. Stava sotto l'acqua, fermo, con il pelo zuppo, a fissare la strada vuota.

Io lo chiamavo Ombra. Non lo sapevo ancora, ma dentro di me avevo già deciso che era mio. Ogni giorno, tornando da scuola, passavo dalla piazzola. Mi sedevo a distanza e gli parlavo. Gli raccontavo di mio padre, della scuola, della partita. Lui teneva un orecchio piegato dalla mia parte e l'altro verso la strada.

«Sei rimasto solo, vero?» gli ho detto un pomeriggio. «Non è che tutti sono come quello che ti ha lasciato. Qualcuno che ti vuole bene c'è».

Lui ha sbadigliato. Non per noia: per nervosismo. Poi si è girato verso la curva, perché un furgoncino stava rallentando. Non era nessuno.

L'inverno è passato così. A febbraio è nevicato una mattina, un dito di neve sulle crete. Ombra si è seduto nella neve e non si è spostato finché non mi ha visto arrivare con il cappotto di mio padre addosso. Quella mattina ha fatto una cosa nuova: ha camminato accanto a me per cinque minuti. Mi ha leccato la mano. Aveva la lingua ruvida e calda.

Ad aprile le ginestre sono esplose di giallo. Le rondini tornavano. La strada si è riempita di macchine con le targhe di mezza Italia. Ombra passava le ore sulla piazzola, alzava il muso a ogni motore. A ogni curva, sperava che fosse la macchina giusta.

Un sabato pomeriggio, era il sette aprile, una Jeep Renegade nera ha rallentato e ha imboccato la provinciale verso la piazzola. Ombra è scattato in piedi. Ha attraversato la strada correndo, si è piazzato davanti al muso della Jeep. La macchina ha inchiodato, sollevando polvere. Un uomo è sceso, tarchiato, sulla trentacinquina, con gli occhiali da sole a specchio alzati sulla fronte.

«Rex!» ha gridato. «Pensavo fossi morto, brutto bastardo!»

Il cane gli è saltato addosso. Ha cercato di leccargli il viso, scodinzolava con tutto il corpo, guaiva. L'uomo l'ha spinto via con il ginocchio, poi si è messo a ridere.

«Guarda che roba, sei vivo. Non ci credevo».

Mi sono avvicinato. «È il tuo cane?»

«Era mio», ha detto lui. «L'ho pagato per un pastore tedesco puro. Dopo tre mesi si capiva che era un incrocio. Se lo portavo all'allevamento, i miei soci mi pigliavano in giro. A settembre sono ripartito per Brescia e l'ho mollato qui. Ha corso dietro alla macchina per un po', poi non l'ho più visto».

«È sei mesi che ti aspetta qui», ho detto. «Non si è mai mosso dal tornante».

Lui ha fatto un gesto con la spalla. «Che ti devo dire. Adesso ho una pastore tedesco con pedigree, vuoi vederla?»

Ha aperto lo sportello posteriore e ha tirato fuori un cucciolo dalle zampe lunghe. L'ha sollevato come un trofeo. «Guarda che arti. Tra due mesi ti sembra un purosangue da esposizione. Quella lì sì che è una vera cagna da allevamento».

Ombra si è seduto. Ha smesso di scodinzolare. Ha guardato il cucciolo, poi ha guardato l'uomo. Poi ha cominciato a leccarsi una zampa, come se gli prudesse un punto che non riusciva a grattare.

«Mi dispiace, amico», ha detto l'uomo. «Due cani non li posso tenere. Chi se lo immaginava che ti saresti arrangiato? Guarda che bei denti hai, sei in forma».

Ha rimesso il cucciolo dentro, ha chiuso lo sportello. È salito. Il motore ha fatto un rumore cupo e la Renegade è ripartita in un getto di ghiaia.

Ombra è partito dietro. Ha corso per una cinquantina di metri, le zampe che battevano l'asfalto. Poi si è fermato nel mezzo della strada. Ha guardato la macchina allontanarsi, diventare una macchia nera in fondo alla valle. Ha fatto un mezzo giro su se stesso, è tornato alla piazzola con le orecchie basse.

Mi sono seduto accanto a lui. Mi tremavano le mani. «Quello non vale niente», ho detto. «Tu non sei scarto, sei il cane più fedele che esista. Io non ti lascio. Mai».

Lui continuava a fissare la curva.

«Ti do un nome nuovo», ho detto. «Non più Rex. Fedele. Ti chiami Fedele».

L'ho preso per il collare che non aveva. Ho usato la mia cintura, gliel'ho passata intorno al collo. «Andiamo a casa».

Fedele mi ha guardato. Poi ha fatto un passo verso di me. E poi un altro. Siamo entrati nel paese insieme, io davanti e lui al mio fianco, con la cintura che penzolava.

Il lunedì mattina sono andato all'ASL con mia madre. Allo sportello ho detto: «Devo registrare un cane all'anagrafe canina».

L'impiegata mi ha dato un modulo. Ho scritto: «Fedele, meticcio, mantello scuro, quattro anni circa. Proprietario: Berardi Dario». Ho pagato dodici euro e cinquanta. Lei mi ha consegnato il documento con il microchip registrato a mio nome. Sulla targhetta del collare ho fatto incidere il mio numero di telefono.

Due settimane dopo, stavo camminando con Fedele lungo la provinciale. L'ho portato al tornante apposta. Volevo fargli capire che lì non doveva aspettare più nessuno.

La Renegade nera è spuntata da dietro la curva. Ha rallentato. Fedele non si è girato. Stava annusando un ciuffo di ginestra, con la targhetta nuova che tintinnava contro il collare. Il finestrino si è abbassato. L'uomo ha guardato Fedele, poi me. Io ho tirato fuori dalla tasca il documento dell'anagrafe canina, quello con il timbro e la mia firma. Non l'ho agitato. L'ho solo tenuto in mano, piegato a metà.

Lui ha fissato il cane per un po'. Poi ha stretto le dita sul volante, ha alzato il finestrino ed è ripartito.

Fedele ha sollevato il muso solo quando il rumore del motore si era già perso giù nella valle. Poi è tornato ad annusare le ginestre. Non ha inseguito più nessuno.

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