La carta da forno si era incollata alla teglia. Marta la staccò con un gesto secco, poi appallottolò il foglio unto e lo lasciò cadere nel cestino. Fuori, dalla finestra della cucina, il sole di fine ottobre illuminava i portici di Bologna con una luce pulita, quasi crudele. Aveva dormito tre ore, forse quattro.
Filippo aveva lasciato il telefono sulla mensola dell’ingresso, accanto al mazzo di chiavi della macchina. Era andato a farsi la doccia. Quando lo schermo si era acceso, Marta stava passando l’aspirapolvere. Il messaggio era breve: *Amore, non vedo l’ora che trovi il coraggio di dirglielo. Io e il piccolo ti aspettiamo.* Undici giorni erano passati da quella sera. Undici giorni in cui lei aveva fatto finta di niente.
Quel martedì mattina lui era uscito presto, con il suo solito mezzo sorriso e un vago “ci sentiamo”. Marta aveva preso ferie dal negozio. Voleva stare sola, rinvasare l’enorme strelitzia sul terrazzo, forse piangere un po’ senza testimoni. E invece, alle undici in punto, il campanello.
Sul pianerottolo c’era una ragazza. Avrà avuto venticinque anni, non di più. Pancia tonda sotto un cappotto color sabbia, capelli perfetti, borsa in pelle che da sola costava più dell’affitto mensile di un monolocale. Non aveva detto buongiorno.
— Lei è Marta? — chiese con una voce squillante. — Sono Chiara. La futura moglie di Filippo. Dobbiamo parlare seriamente. Mi fa entrare?
Dalla porta accanto arrivò lo scatto della serratura. La vicina stava ascoltando, ne era certa. Marta sorrise per riflesso, si fece da parte. Meglio una scena dentro casa. Meglio il silenzio.
Chiara entrò con il passo di chi prende possesso di un posto. L’orlo del cappotto bagnato di pioggia sfiorò la cassapanca dell’ingresso, lasciandole sopra una striscia umida. Si tolse gli stivaletti da un soldo e con un piede spinse da parte le ciabatte di Marta, quasi fossero un intralcio.
— Posso sciacquarmi le mani? — chiese, già guardandosi intorno.
— In fondo al corridoio, a destra.
Marta si rifugiò in cucina. Apri il rubinetto e restò lì, a guardare la terra delle piante che scivolava via dalle dita. Tremava. In undici giorni aveva immaginato mille modi per affrontare il marito. Ma una ragazza incinta che le invadeva casa alle undici di un martedì no, non l’aveva prevista.
Chiara arrivò in cucina e si sedette, sistemandosi il cappotto sulle gambe.
— Non le offro il caffè, — disse Marta. — In gravidanza non le farà bene.
— Infatti lo detesto in questo periodo, — rispose lei. — Comunque, vengo al punto. Filippo è una persona sensibile. Non vuole ferirla. Ma il bambino nascerà presto, e io sto in un trilocale piccolo. Sessanta metri quadri. Con un neonato è invivibile.
Marta si sedette di fronte a lei. Non aveva voglia di parlare.
— Questa casa è enorme per due persone, — continuò Chiara. — Figuriamoci per una sola. Le sue figlie sono cresciute, si sono sposate, se ne sono andate. È irrazionale tenere centocinquanta metri quadri in centro a Bologna per viverci da sola. Lei ha la casa di campagna, lì il bambino non può stare. Noi invece qui avremmo tutto: l’asilo nido, il parco, l’ospedale. È una questione di logica.
Marta ascoltava. Sentiva il formicolio alle caviglie. Quella ragazza parlava con la calma di chi ha già firmato un contratto. Nessuna vergogna, nessun dubbio. Come se stesse spiegando una banalità.
— Il progetto più sensato, — disse Chiara, prese una mela dal portafrutta e la fece ruotare tra le dita, — è che lei si trasferisca nella casa in campagna. Filippo mi ha detto che è accogliente, con il camino. C’è silenzio, verde. Per una donna della sua età è perfetto. Noi restiamo qui, in città.
— Lei vuole che io me ne vada da casa mia? — chiese Marta piano.
— Non sia egoista. È per il bambino.
Chiara diede un morso alla mela. Masticava a bocca aperta, guardandosi intorno con aria critica. Poi smise di masticare e con due dita si tolse un pezzetto di buccia che le era rimasto tra i denti. Lo appoggiò sul bordo del piattino di ceramica di Marta, lasciando una scia di saliva sul bordo smaltato. Si pulì le dita sulla tovaglietta di lino ricamata a mano, quella che la madre di Marta le aveva regalato per il matrimonio, ventinove anni prima.
Marta fissò il segno bagnato sulla stoffa. C’era una volta una donna che piegava ogni angolo della propria vita per non disturbare nessuno. Quella donna, in quel momento, cominciò a dissolversi.
Si alzò. Non in piedi di scatto, ma con il movimento tranquillo di chi si prepara a fare una cosa molto semplice. Chiuse la finestra, perché il rumore di via Saragozza non coprisse le parole. Poi tornò al tavolo e rimase in piedi, le mani appoggiate allo schienale della sedia.
— Chiara, — disse. — Filippo non le ha mai raccontato una cosa importante?
La ragazza alzò gli occhi, con la mela a mezz’aria.
— E cioè?
— Questa casa non è mai stata di Filippo.
Un battito di vuoto.
— È un regalo di mia madre, dell’ottantanove. Prima del matrimonio. Filippo qui non ha mai avuto la residenza. L’ha tenuta dalla cugina, per quindici anni, per non pagare l’Imu. Non ha mai posseduto un metro quadro di questa casa.
Chiara si era bloccata. Il rosso della mela le imporporava le labbra, ma il resto del viso era diventato di un pallore lucido.
— Non è vero. Lui ha pagato i lavori. Mi ha mostrato le fatture della ristrutturazione.
— Le ha mostrato le fatture? — Marta sorrise quasi. — La ristrutturazione è del duemiladiciassette. L’ha pagata con un prestito di mio fratello maggiore. Prestito che non ha mai restituito. Ma c’è di più.
Prese una cartelletta blu dal ripiano della credenza. La aprì. Dentro, fogli timbrati, lettere di un avvocato, estratti conto.
— Filippo non lavora più da un anno e mezzo. La sua azienda di trasporti è fallita a marzo. Lei lo sapeva?
Chiara non rispose.
— Tutte quelle cene eleganti, i mazzi di rose, i weekend in Riviera — continuò Marta, con voce piatta — venivano dalle mie carte di credito. E dai prestiti che ha chiesto a nome mio. C’è un’esposizione di ottantasettemila euro. Ottantasettemila, capisce? Non sono spiccioli. Le agenzie di recupero crediti chiamano anche di domenica. E in tutto questo, lui non le ha detto la cosa più importante, vero?
Chiara si era portata una mano alla pancia.
— Cosa?
— Che stamattina ho messo due valigie fuori dalla porta. E stasera Filippo non tornerà qui con le chiavi. Tornerà da lei con i pignoramenti.
Il silenzio si fece denso come polvere.
— Sta mentendo, — mormorò la ragazza.
— Apra la cartelletta.
Chiara non la toccò. I suoi occhi andavano dalla carta da parati alla credenza, alla tazzina del caffè. Come se cercasse un punto fermo. Poi le lacrime. Non un pianto teatrale: le rigavano il viso e basta, portandosi via il mascara.
Marta prese un’abbondante manciata di farina dalla madia e la versò in una ciotola. Prese lo zenzero dal frigorifero. Con un coltello cominciò a tagliarlo a fettine sottilissime, senza dire niente.
— Vuole che me ne vada? — chiese Chiara, con un filo di voce.
— Sì.
La ragazza si alzò in fretta. Inciampò nel tappeto, bestemmiò sottovoce, afferrò la borsa. Marta la osservò mentre correva in corridoio. Sentì il bracciale d’oro di Chiara colpire la maniglia, il fruscio del cappotto, la porta d’ingresso che si chiudeva con un tonfo.
Poi niente.
Marta rimase ferma davanti al tavolo. Prese la tovaglietta sporca, la piegò, la mise in un sacchetto di plastica e la buttò. Riempì una bacinella con acqua calda e aceto. Lavò la maniglia, la sedia, il ripiano del tavolo. Lavò il pavimento con movimenti lenti, passando lo straccio negli angoli, facendo sparire ogni impronta.
Più tardi, prese il telefono. Aprì l’app dell’home banking. Era un gesto che aveva rimandato per undici giorni. Bloccò la carta di credito supplementare intestata a Filippo. Poi entrò nell’area delle utenze. Gas, luce, il contratto del telefono fisso: selezionò la voce “voltura” e inserì il suo nome come unica intestataria. Digitò il codice fiscale di Filippo e lo rimosse dalla gestione.
Andò in camera da letto. Sul cassettone c’era una scatola di latta gialla con i bordi consumati: la teneva lì da sempre, con aghi, spille e bottoni. La svuotò sul letto. Prese la scatola, ci mise dentro un foglietto piegato con scritto il numero dell’avvocato, un fascicolo con la richiesta di annullamento del matrimonio concordatario e una stampata recente delle pendenze. Chiuse il coperchio.
Squillò il telefono. Il display diceva: *Filippo*. Marta non rispose. Prese le chiavi di casa che erano appese al piccolo portaoggetti dell’ingresso, le sfilò dall’anello di cuoio e le lasciò cadere nella scatola di latta.
Dopo qualche minuto arrivò un sms:
*Che cosa hai fatto? Chiara sta piangendo da mezz’ora. Chiamami.*
Marta lesse il messaggio. Poi andò in cucina, prese la scatola di latta e uscì sul pianerottolo. Là fuori c’erano ancora le due valigie nere con l’etichetta aeroportuale staccata a metà. Sopra la valigia più grande sistemò la scatola. Poi rientrò, chiuse la porta e fece due mandate.
In camera da letto si cambiò. Indossò una tuta beige e le scarpe da ginnastica. Prese l’asciugamano pulito dall’armadio e andò in bagno. Si lavò il viso con il sapone di Marsiglia. Mentre l’acqua scorreva, le venne in mente la stanza di Chiara, se avesse già comprato il lettino, se avesse scelto il colore delle pareti. Poi pensò alle sue figlie, a come Filippo le accompagnava al mare quando erano piccole, al cielo di agosto sopra la casa in campagna.
Finito di asciugarsi, tornò in cucina. Sul tavolo c’era ancora la cartelletta blu. La prese, la portò al terrazzo e la posò accanto alla strelitzia. Con un paio di cesoie cominciò a potare le foglie più rovinate. Ogni taglio era pulito.
Quando finì, suonarono di nuovo alla porta. Questa volta non era Chiara. Era Filippo. Marta non si mosse. Sentì le chiavi che avevano già cambiato scorrere nella toppa, un paio di volte, invano. Poi una voce, soffocata attraverso il legno:
— Marta, apri. Ne parliamo.
Non rispose. Prese le cesoie e le passò sotto l’acqua. Il terrazzo odorava di terra bagnata e di basilico. Marta si asciugò le mani con il grembiule. Il sole di fine ottobre era ancora tiepido sul davanzale.
Poi prese il telefono, aprì una nuova chiamata e premette il numero dell’avvocato.
“Pronto? Sì, sono Marta. Ho bisogno di fissare un appuntamento per l’udienza. Ho i documenti pronti.”
Dalla porta arrivò un altro colpo. Più debole.







