Alessandro Marino stava chiudendo il forno quando l'ha vista fermarsi davanti alla vetrina. Era la terza sera di fila. Martedì, novembre, Genova: dai caruggi saliva odore di salsedine e di foglie marce. Lui aveva spento il forno grande, contato i contanti — trecentosessantadue euro — e incartato le focacce avanzate.
La bambina stava lì, col respiro che formava un ovale sul vetro. Avrà avuto undici anni. Un piumino leggero che non bastava per quella stagione. I capelli scuri legati stretti.
— Ti serve qualcosa?
Fece un passo indietro. Poi disse, con una voce così bassa che lui si sporse:
— Quanto costa?
— Cosa?
— La focaccia.
Alessandro prese il cassetto.
— Stasera niente. Te la do.
Le mise due pezzi di focaccia al formaggio e una pizzetta in un sacchetto di carta. La bambina lo prese con due mani, lo strinse al petto.
— Grazie — disse. E sparì nel vicolo.
Alessandro restò lì, col grembiule infarinato addosso, a fissare il punto dove si era infilata. Doveva chiudere. Tirare giù la serranda. Tornare a casa. Sua moglie aveva preparato la cena e lo aspettava. Invece uscì e la seguì.
Il vicolo era stretto, i portoni alti e scrostati. La bambina camminava veloce, senza mai voltarsi. Passò davanti alla chiesa di San Siro, prese per via di Vallechiara, poi s'infilò in un portone senza luce. Alessandro si fermò all'entrata. Scale buie, odore di muffa e di cavolo lesso. Sentì i suoi passi: un piano, due piani. Una porta che si apriva.
Poi, dall'alto, una voce:
— Gioia! Dove sei stata? Ti ho detto di non stare fuori al buio.
— Ho trovato qualcosa, nonna.
Alessandro salì senza fare rumore. La porta dell'appartamento era socchiusa. Lo spiraglio lasciava vedere una stanza unica: un letto contro il muro, una donna anziana sdraiata con un golf rosso, due bambini piccoli seduti su una coperta a terra. La luce veniva da una lampadina nuda che pendeva dal soffitto, fioca, giallastra. Ai piedi del letto c'era un catino di plastica con due piatti dentro.
La bambina aprì il sacchetto. I bambini si alzarono di scatto.
— Piano — disse la nonna. — Prima mangiate voi.
La bambina distribuì i pezzi. La focaccia sparì in pochi minuti. I bambini mangiavano con le mani, senza parlare, con le briciole che cadevano sulla coperta. La nonna spezzò la sua parte in due e ne porse metà alla bambina.
— Tu non mangi?
— Io ho già mangiato.
— Dove?
— A scuola.
Era sera. Il pranzo a scuola era stato otto ore prima. Alessandro lo sapeva: sua figlia frequentava le elementari e a mezzogiorno mangiava alla mensa comunale. La bambina stava mentendo.
La nonna guardò il pezzo di focaccia rimasto sul letto.
— Mangiane un po', Gioia.
— Dopo. Adesso non ho fame.
I due bambini finirono, poi si accoccolarono accanto alla nonna sul letto. La bambina prese una coperta sottile piegata in fondo al letto e li coprì. Poi si sedette sul pavimento, con la schiena appoggiata alla sponda, e guardò il muro.
Alessandro non si mosse. Non aveva mai visto una bugia così precisa. La bambina non aveva mangiato niente da colazione — glielo diceva il modo in cui aveva stretto il sacchetto al petto — ma aveva dato tutto ai fratelli. E ora diceva di aver mangiato a scuola, con una voce piatta che faceva male.
Scese le scale senza farsi sentire. Fuori, la pioggia era smessa. Camminò fino al forno, sollevò la serranda, riaccese la luce. Prese un cassetto di plastica e lo riempì: pane, focaccia, una torta di verdura avanzata, due pacchi di pasta da un chilo, una scatola di pelati. Prese dal registratore di cassa duecento euro e li mise in una busta bianca. Scrisse su un foglio di quaderno, con la grafia che usava per gli ordini: «Per Gioia. Torna domani alle sei pomeridiane. C'è un lavoro qui al forno, se vuoi.»
Risalì le scale. Lasciò il cassetto davanti alla porta socchiusa, la busta sopra. Bussò due volte, forte, e se ne andò senza aspettare.
La mattina dopo, alle undici, la bambina apparve alla porta del forno. Aveva lo stesso piumino leggero, ma il viso era pulito. Teneva in mano la busta coi soldi.
— Signore, questo non posso prenderlo.
Alessandro stava sfornando il primo giro di pane. Non si voltò.
— Quello che non prendi lo prendo io?
— No. Ma non è mio.
— È tuo. L'ho lasciato io davanti alla tua porta.
La bambina restò sulla soglia, la busta stretta tra le dita. La campanella del forno suonava ogni volta che un cliente entrava o usciva. Alessandro servì una signora che chiese mezzo chilo di michette e un pezzo di farinata. Poi tornò da lei.
— Nella busta c'era un foglio — disse. — L'hai letto?
— Non so leggere bene.
Alessandro si fermò. Prese il foglio dalla busta, lo aprì. Lesse ad alta voce, mentre una cliente aspettava il suo turno:
— «Per Gioia. Torna domani alle sei pomeridiane. C'è un lavoro qui al forno, se vuoi.»
La bambina lo fissò.
— Che lavoro?
— Vieni alle sei, quando chiudo. Raccogli le briciole, pulisci i ripiani, porti fuori i cartoni. Ti do cinque euro l'ora. Due ore al giorno. Ogni giorno tranne la domenica.
La bambina fece i conti tra sé. Alessandro li fece per lei:
— Dieci euro al giorno. Sessanta a settimana. Duecentoquaranta al mese.
Lei non disse niente. La busta coi soldi era ancora nella sua mano.
— I duecento euro sono un anticipo — disse Alessandro. — Li tratterrò dallo stipendio, se proprio vuoi. Ma prendili. E stasera porta a casa un po' di pane.
La bambina piegò la busta in due e la mise nella tasca del piumino. Poi fece un cenno col capo e uscì, con la campanella che suonò dietro di lei.
La sera tornò puntuale, alle sei meno dieci. Alessandro le diede un grembiule pulito e una scopa. Lei si mise a spazzare con una precisione che lo sorprese: nessun angolo lasciato sporco, nemmeno sotto lo scaffale dei biscotti. Quando ebbe finito, le preparò un sacchetto: pane, focaccia al rosmarino, una crostata che era avanzata dal pomeriggio.
— Questo è per la tua famiglia — disse.
— E per me?
Alessandro prese un'altra focaccia dal cassetto, la incartò da sola.
— Questo è per te. Mangialo adesso, qui.
La bambina restò col sacchetto in mano. Poi lo aprì e addentò la focaccia. Masticava piano, guardando il pavimento. Quando ebbe finito, prese il sacchetto della famiglia e uscì nel buio del vicolo.
Non si voltò, ma Alessandro la vide sollevare la mano e muovere le dita in un gesto che poteva essere un saluto. Poi sparì oltre la chiesa di San Siro.
Alessandro abbassò la serranda. Staccò il grembiule e lo appese al chiodo. Nel registratore di cassa mancavano i duecento euro dell'anticipo, ma non li aveva segnati da nessuna parte. Non li avrebbe mai segnati.
Uscì dal forno e si incamminò verso casa. La città era zitta, le strade bagnate riflettevano le luci dei lampioni. Domani mattina alle quattro avrebbe riacceso il forno, e alle sei di sera la bambina sarebbe tornata a prendere la scopa. Due ore al giorno. Sessanta euro a settimana. E una focaccia per lei.
Questo pensò, camminando. Non altro.







