La sera in cui ho smesso di cucinare

Il frigo era deserto. Non un vasetto di yogurt, non una sottiletta. Solo un limone mezzo secco sul ripiano centrale.

— Bella merda — borbottò Alessio, richiudendo lo sportello con un tonfo secco. — Manco l’ombra di un tortellino confezionato.

— La cena è già sul fuoco. Adesso scaldo tutto — rispose Chiara senza alzare gli occhi dallo schermo del portatile. Era stanca. Dieci ore di riunioni le avevano succhiato via l’anima.

— Quella roba? Io torno a casa dopo una giornata in cantiere. Ho fame, fame vera. Non voglio brodaglia — la voce di lui grondava disprezzo.

— Ho comprato quello che potevo con il mio stipendio — ribatté Chiara, il tono piatto, lo sguardo fisso davanti a sé.

Alessio si avvicinò ai fornelli con aria teatrale. Sollevò il coperchio della pentola e fece una smorfia disgustata.

— Me l’aveva detto mia madre, fin dal primo giorno. Hai le mani bucate in cucina.

Chiara scattò in piedi.

— Cosa avrebbe detto tua madre? Che non so cucinare? Questa casa è uno specchio, tu non muovi un dito da due anni. E tua figlia ha i grembiulini stirati di fresco ogni mattina. Ti sembra poco?

— La sbobba col pomodoro non è cibo per un uomo.

— È pasta al forno con melanzane, Alessio. Fatta in casa. E insalata di finocchi. Ti fa schifo pure questa, adesso?

— Non c’è il secondo? Niente dolce? Un tiramisù, una crostata. Niente.

— No — tagliò corto lei, sentendo il cuore farsi di ghiaccio. — Niente.

Alessio lasciò cadere mestolo e coperchio nel lavello con fracasso.

— Almeno una vaschetta di gelato potevi prenderla, no? Ah già, la pigrizia.

— Il gelato lo compri tu. Oppure mi giri i soldi della spesa. Perché da quando li versi tutti a tua madre, in questa casa mangiamo solo verdura e scatolette di tonno. La bambina ieri sera mi ha chiesto perché la nonna ha i soldi per il corso di tennis del cugino e lei no.

— Ah, ci risiamo. Stai tirando in mezzo mia madre.

— Tua madre c’è già in mezzo eccome. Da un anno la manteniamo io e te. Anzi, no. Solo io. Perché tu i soldi li prendi e glieli porti.

Alessio sbiancò. Appoggiò i pugni sul tavolo.

— Sai benissimo che dopo la morte di papà ha bisogno di aiuto. È rimasta sola.

— Sola? Abita in centro, ha la pensione di reversibilità e l’appartamento di proprietà. In più ha un’altra figlia, Giorgia, che prende i suoi assegni e li spende in borsette.

— Giorgia sta divorziando. Mamma la sta aiutando. Se non do una mano io, chi lo fa?

— E io, Alessio? Io e Viola chi ci aiuta? Quando finisce questa colletta perpetua?

Lui sbatté la sedia contro il muro e afferrò il giaccone dalla gruccia.

— Vado a dormire da mia madre. Almeno lì mi danno da mangiare. Tu restaci pure qui, a leccarti le ferite.

La porta di casa tremò sui cardini.

Per tre giorni non si fece vivo. Non un messaggio, non una chiamata. Poi piombò in salotto di giovedì sera, con un mazzo di mimose del supermercato e un sorriso falso stampato in faccia.

— Ho saputo che Viola è al mare con tua sorella per il fine settimana. Siamo soli. Dobbiamo parlare.

— Parla.

— Mamma ha bisogno di me. Ha bisogno di un sostegno vero. Non solo economico, fisico. Capiscimi.

— Tua madre ha bisogno fisico? E di cosa, esattamente? Le pulizie gliele paga la badante due volte a settimana.

— Non voglio litigare. Però devi capire che Giorgia è fragile, non possiamo lasciarla sola.

— Giorgia ha un marito, un avvocato, un commercialista e tre figli. Non le manca niente. È abituata a campare sulle spalle degli altri. E tua madre la incoraggia.

— Se dici ancora una parola su mia sorella, io…

— Cosa fai? Te ne vai di nuovo? Ma vai, accomodati. Però da oggi il mutuo della casa lo paghi tu. E la retta dell’asilo. E il dentista di Viola. Ah già, il dentista l’abbiamo saltato perché mancavano centottanta euro. Centottanta euro, Alessio. Che fine hanno fatto?

Lui serrò le mascelle.

— Sei ossessionata dai soldi. Sei meschina.

— Meschina io? Io pago tutto. E per chi? Per tua sorella che va in vacanza a Formentera con l’assegno di tua madre.

— Basta. Me ne vado per davvero. Tu resti pure qui a rosicare.

Se ne andò davvero. Stavolta con due valigie. Per quattro mesi fu un fantasma. Passava a prendere la posta, si cambiava la tuta da lavoro, mugugnava qualcosa sugli obblighi familiari e spariva di nuovo.

Venne l’estate. Chiara prese Viola e, con i soldi messi da parte un euro alla volta, si concessero una settimana in Salento. Alessio fu invitato per pura cortesia.

— Non ho una lira — tagliò corto lui.

Al quinto giorno di mare, la madre di Chiara fu ricoverata d’urgenza per un’ischemia. Chiara rientrò a Roma con un volo notturno. Viola dormiva, stremata. Entrarono in casa che era l’una di notte.

La luce della camera da letto era accesa. Alessio stava in piedi davanti alla porta chiusa, paonazzo in viso, sudato. Bloccava la maniglia con la schiena.

— Chiara! Che ci fai qui? La vacanza era di dieci giorni.

— Mamma sta male. Perché sei agitato?

— Io? No, niente. Solo che… non vi aspettavo. Non ho pulito. C’è un casino. Vieni, andiamo in cucina.

— Spostati, Ale.

In quel momento la porta si aprì da sola. Una ragazza bionda, giovanissima, uscì dalla camera avvolta nella vestaglia di seta di Chiara. Quella color avorio, comprata a Roma. Quella del viaggio di nozze.

— Ale, chi è ’sta rompipalle? — biascicò la ragazza, massaggiandosi un occhio.

Alessio balbettò:

— È… è Sara. Una collega. Le ho dato un passaggio. Poi ha perso il treno e…

— Sara — la interruppe Chiara, gelida. — Sara, quella è la mia vestaglia. E quello è il mio letto. E quell’uomo è mio marito. Almeno sulla carta.

— Sono incinta — sparò la ragazza. — Di Alessio. E adesso viviamo qui. Tu puoi togliere il disturbo.

Chiara si lasciò cadere su una sedia. Posò la borsa per terra, si sfilò le infradito. Si prese tutto il tempo del mondo.

— Vivete qui — ripeté, assaporando le parole. — Interessante. E la tua famiglia, Sara? Li hai avvertiti?

— Non ho famiglia. Sono cresciuta in comunità. Non ho nessuno. Ale mi ha detto che questa casa è sua. E che eravate già separati.

— Ale ti ha detto un sacco di cavolate. La casa è cointestata. Il mutuo lo pago io. E il matrimonio non è sciolto. Domani mattina andrò dall’avvocato. Chiederò la separazione con addebito, la divisione dei beni e il mantenimento per Viola.

Chiara si voltò verso Alessio.

— E tu, invece di startene lì impalato, comincia a preparare le valigie. Tutti e due. Fuori dai piedi. Subito.

— Ma… non ho dove andare — farfugliò Sara, perso tutto il suo smalto.

— Da tua suocera. È una donna adorabile. Parla sempre male di me. Vedrai che con te andrà d’amore e d’accordo.

Sara scoppiò a piangere.

— Mi ha già cacciata! Quando gliel’ho detto, mi ha urlato dietro che non ero degna di suo figlio!

— Che peccato — commentò Chiara senza un filo di emozione. — Allora vi arrangiate. E ora sparecchiate. Mia figlia dorme qui accanto e io ho un aereo da smaltire.

Alessio e Sara si ritrovarono in strada alle due del mattino. La settimana dopo, Chiara depositò la domanda di divorzio.

I mesi successivi furono un calvario burocratico. Alessio provò a rientrare in casa promettendo mari e monti. Poi tentò con i ricatti. Poi con le lacrime. Infine, quando il giudice fissò l’udienza per la vendita dell’immobile, si arrese.

— Quanto mi dai per la mia metà?

— Il prezzo di mercato. Centotrentamila euro. In un’unica soluzione. I bonifici rateali da due spicci non mi interessano.

Firmarono davanti a un notaio. I soldi vennero accreditati sull’iban di lui. Per un istante, Chiara rivide quel ragazzo di diciannove anni che suonava la chitarra sui gradini di Trastevere e le rubava i baci. Ma fu solo un lampo.

Sara si volatilizzò tre mesi dopo. I centotrentamila euro erano finiti in una concessionaria di motorini e in un sacco di serate al ristorante. Quando i soldi sparirono, sparì anche lei.

Alessio cominciò a farsi vivo più spesso. Prima con una scusa, poi con un’altra. Portava Viola alle giostre, le insegnava ad andare in bici senza rotelle. Ogni due settimane arrivava con un sacchetto di generi alimentari e lo appoggiava sul tavolo senza dire niente.

Una sera di novembre, mentre Roma veniva giù a secchiate d’acqua, si presentò fradicio. Aveva una valigia piccola e gli occhi da cane bastonato.

— Posso restare solo stanotte? Ti prego. Da mia madre non c’è posto, Giorgia si è trasferita da lei con i tre figli. La casa è piena. Mi ha detto di arrangiarmi.

— Arrangiarti. Proprio a te che le hai dato tutto. Che famiglia meravigliosa.

— Solo una notte. Sul divano. Domani cerco un monolocale.

Lei sospirò e lo fece entrare. Quella notte nessuno dormì.

Passò un anno. Un anno complicato. Alessio si era trovato un vero lavoro in un’officina di carrozzeria e aveva affittato un seminterrato a due passi da Chiara. Pagava il mantenimento puntualmente, ma non bastava mai. Eppure, per la prima volta, era presente. Cambiava le lampadine, accompagnava Viola a danza, si ricordava il regalo di compleanno.

Poi Chiara si ammalò. Un mieloma. Brutto, aggressivo. La chemioterapia la distrusse. Le gambe non la tenevano più. Stava ore a letto, il viso scavato, le mani semitrasparenti.

Alessio mollò tutto. Prese un aspettativa. Si installò in casa, non chiese il permesso. Preparava i brodi di carne, imboccava Chiara quando lei non aveva forza nemmeno per reggere il cucchiaio. La lavava, le teneva i capelli quando vomitava. La notte dormiva su una brandina in corridoio, con la porta aperta per sentire se respirava.

Una mattina di aprile, dopo sei mesi d’inferno, i medici pronunciarono la parola «remissione». Chiara tornò a casa, appesa al suo braccio, e vide il tavolo imbandito. C’erano i carciofi alla romana che piacevano a lei. E un tiramisù fatto in casa, storto, sbilenco, ma vero.

— Hai fatto tutto tu?

— Con le mie mani — rispose lui. — Anche se sono negato.

Chiara sorrise. Un sorriso stanco, ma autentico.

Tre mesi dopo, lui preparò di nuovo la valigia. Quella piccola, con cui era arrivato sotto la pioggia.

— Adesso stai bene. Sei fuori pericolo. Il mio compito è finito. Torno al seminterrato.

La guardò negli occhi, poi abbassò lo sguardo. Afferrò la maniglia.

— Ale — lo chiamò lei.

Lui si fermò. La schiena dritta, le spalle contratte.

— Lascia perdere la valigia.

Lui non si mosse.

— Resta — aggiunse lei.

Alessio si voltò. Aveva gli occhi rossi, ma non diceva niente.

— Ho detto resta. Ricominciamo. Però adesso il tiramisù lo fai tu tutte le domeniche. E niente scuse.

Lui posò la valigia. Attraversò la stanza in tre passi. La strinse forte, senza parlare, e per la prima volta dopo tanti anni Chiara sentì che quella casa era di nuovo piena. Non di mobili, non di soldi, ma di qualcosa che avevano costruito cadendo a pezzi e rialzandosi insieme, un mattone dopo l’altro, un brodo caldo dopo l’altro, nella notte silenziosa di una Roma che ricominciava a vivere.

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La sera in cui ho smesso di cucinare