Non ho un testo narrativo da cui partire — solo una didascalia su una foto d’epoca di donne eleganti degli anni ’50. Non c’è una trama, un conflitto, dei personaggi o una svolta drammatica da cui estrarre la “molla” della storia.

Il vento portava odore di sale e di caffè bruciato quando Adele scese dal treno delle 17:40 a Santa Margherita Ligure, con la valigetta di cartone stretta al petto come se dentro ci fosse un cuore che batteva ancora.

Erano tre anni che non tornava. Tre anni da quando aveva lasciato la casa di famiglia con addosso solo il vestito blu di crêpe, quello buono, e la promessa, fatta a se stessa, di non rimetterci mai più piede finché sua sorella Carla non le avesse chiesto scusa.

Ma ora c'era un funerale da fare, e le scuse non contavano più niente davanti a una bara chiusa.

La villa dei Bertone, con le persiane verdi scrostate dal salmastro, sembrava più piccola di come la ricordava. Sul cancello, appoggiato allo stipite, Carla fumava una MS con le mani che tremavano appena. Si somigliavano ancora, le due sorelle: stessi zigomi alti, stessa bocca sottile. Ma le occhiaie di Carla erano più scure di come le ricordava, il rossetto messo storto, come uno che si trucca senza specchio.

«Sei venuta» disse Carla, buttando il mozzicone sul selciato e schiacciandolo con la punta della scarpa.

«Per papà, non per te.»

«Certo, come sempre, sei venuta per nessuno.»

Entrarono senza toccarsi. In salotto, tra le fotografie ingiallite e il tanfo di naftalina, il notaio le stava già aspettando con una cartellina di pelle marrone sulle ginocchia e l'orologio che segnava le sei meno un quarto. Le due sorelle si sedettero su poltrone opposte.

Il testamento era breve. La villa, i terreni sul promontorio, il conto alla Cassa di Risparmio di 34.000 euro: tutto diviso a metà, come ci si aspettava. Ma c'era una clausola, aggiunta a mano, con la grafia tremolante degli ultimi mesi del vecchio Bertone: la casetta del custode, quella in fondo all'uliveto, andava per intero ad Adele.

Carla si alzò di scatto, la sedia che raschiava sul pavimento di cotto. «Quella casa era mia. Me l'aveva promessa lui stesso, l'estate scorsa, quando venivo a trovarlo ogni domenica mentre tu non ti facevi vedere nemmeno per telefono.»

«Forse perché sapeva la verità» rispose Adele, e la voce le uscì più tagliente di quanto avesse voluto.

«Quale verità, dimmi. Parla chiaro, per una volta.»

Adele posò la valigetta sul tavolo, aprì la cerniera laterale e tirò fuori una busta ingiallita, i bordi consumati dal tempo passato in tasca, contro il petto, durante il viaggio. «L'ho trovata tra le sue lettere quando sono venuta a trovarlo di nascosto, due mesi fa. Il quattro di giugno. Tu non lo sapevi che venivo. Ci siamo visti solo noi due, in quella casetta.»

Carla afferrò la busta con le dita che non trovavano presa. Dentro, un foglio con la scrittura di suo padre, datato quindici anni prima: la conferma di un prestito mai restituito, ventimila euro versati a Carla per pagare i debiti del marito, mai raccontati a nessuno, nemmeno al notaio.

«Lui non voleva che tu lo sapessi» disse Adele, posando le mani aperte sul tavolo. «Ma quando gli ho chiesto perché ti perdonava sempre tutto e a me niente, mi ha mostrato questa. Mi ha detto: "La casetta è per Adele, così è pari."»

Carla si lasciò cadere sulla poltrona, la busta ancora tra le mani. Con l'unghia grattava il bordo della carta, avanti e indietro, senza guardarla. Fuori, il vento scuoteva gli ulivi con un fruscio secco.

«Perché non me l'hai detto prima» disse infine Carla, la voce bassa, quasi masticata.

«Perché volevo che tu venissi al funerale per lui. Mica per litigare sulla casa.»

«Bella roba. Mi hai fatto passare per la figlia che chiede l'elemosina.»

Il notaio richiuse la cartellina senza dire una parola, si sistemò gli occhiali e guardò l'orologio. Adele si alzò, andò alla finestra e restò a guardare l'uliveto, i rami contorti dal maestrale, la casetta bianca in fondo al sentiero di ghiaia.

Carla la raggiunse, si fermò a un passo di distanza. Aveva ancora la busta in mano, la piegava e spiegava lungo la piega vecchia. «Tienila tu, la casa. Ma la domenica vengo lo stesso, come sempre. Non è che adesso mi caccia nessuno.»

Adele prese la busta dalle mani della sorella, la ripiegò con cura, e la infilò di nuovo nella valigetta di cartone, accanto al vestito blu che non avrebbe più portato per un funerale.

«Va bene» disse. «Ma porta il caffè buono, il Kimbo, non quello scaduto che tiene papà nella credenza.»

Carla tirò fuori il pacchetto di MS dalla tasca del cardigan, ne accese un'altra, e il fiammifero le tremò tra le dita prima di spegnersi contro il muro. Dal cortile arrivò il cigolio del cancello che qualcuno richiudeva, e il notaio, raccolta la cartellina sotto il braccio, uscì senza salutare.

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Non ho un testo narrativo da cui partire — solo una didascalia su una foto d’epoca di donne eleganti degli anni ’50. Non c’è una trama, un conflitto, dei personaggi o una svolta drammatica da cui estrarre la “molla” della storia.