L’ultimo goccio di Lambrusco

Luca gettò il cellulare sul divano di pelle color cognac, quello che aveva scelto due mesi prima in un negozio di via D’Azeglio. «Ho appena chiuso la commessa per il complesso di via Stalingrado. Sei palazzine. Il Comune ha approvato tutto. E sai quando parte il cantiere? A settembre. Ci serve ordine, Chiara. In questa casa ci vuole una presenza fissa, non una che corre dietro a stucchi e calcinacci».

Aveva ancora la giacca di lino addosso, nonostante i ventotto gradi di quel pomeriggio di maggio. La sera prima avevano festeggiato alla Trattoria del Rosso, fuori porta San Mamolo. I soci dello studio, la commercialista, due assessori. Brindisi con Pignoletto fino a mezzanotte. Io accanto a lui nel mio tubino nero di tre anni fa, con l’orlo che tirava sui fianchi dopo la seconda gravidanza. Riempivo i bicchieri d’acqua mentre tutti alzavano i calici al «nuovo re della zona nord». Ero lì, in prima fila, e nessuno mi vedeva.

«Presenza fissa», ripetei. L’acqua del rubinetto scorreva sulle foglie di basilico che stavo lavando. «Parli come se dovessi presidiare un presidio militare».

«Parlo come uno che ha centoquaranta operai in ballo e un mutuo da ottomila euro al mese per questa villa. Ti ho lasciato fare il corso di aggiornamento, no? Ti sei divertita. Adesso basta».

«Divertita».

Presi il canovaccio, mi asciugai le mani. Quarantadue anni. Due gemelli nati prematuri che mi avevano risucchiato il midollo. Matteo e Lorenzo, quattro anni a settembre, quando finalmente avrebbero cominciato la materna. Il mio ultimo cantiere vero risaliva a prima del parto: il restauro degli affreschi di palazzo Pepoli. Dieci anni di carriera come diagnostica per la Soprintendenza, una borsa di studio a Firenze, pubblicazioni sulle malte idrauliche del Cinquecento. Roba che ormai sembrava appartenere a un’altra donna.

Adesso la mia specialità erano le tabelle dei turni della piscina comunale, la ricerca dello yogurt senza lattosio e il numero dell’unico ortopedico pediatrico decente nel raggio di venti chilometri.

Luca sparì nello studio con una telefonata urgente. Io rimasi ferma davanti al lavello. Dalla finestra vedevo il prato inglese che scendeva verso i colli, il barbecue in acciaio, la siepe di alloro tagliata di fresco. Il giardiniere era passato il giorno prima. Sotto il portico, il cane del vicino — un labrador vecchio e zoppo — dormiva al solito posto accanto al cancelletto.

Quella sera, dopo aver messo a letto i bambini, aprii il portatile in cucina. Lo schermo illuminò la mia vecchia cartella «progetti». C’era ancora tutto: schede tecniche, relazioni, foto di ponteggi. In una sottocartella trovai la brochure dell’università di Padova. Master in diagnostica avanzata. Durata: un anno. Frequenza: due fine settimana al mese.

L’indomani mattina, mentre Luca beveva il caffè in terrazza scorrendo le quotazioni dei materiali edili sul tablet, posai la tazza e andai dritta al punto.

«Ho contattato l’università di Padova. Comincio a ottobre. Due sabati e due domeniche al mese. Tu stai con i bambini».

Luca non alzò la testa. Continuò a leggere. Lo schermo illuminava le sue dita.

«L’hai detto alla signora delle pulizie?» chiese con lo stesso tono con cui avrebbe chiesto se avevo comprato il pane.

«Non è una battuta. Il master costa quattromilacinquecento euro. Ho ancora i miei risparmi. Quelli di prima del matrimonio. Non ti chiedo niente».

Finalmente sollevò lo sguardo. Appoggiò il tablet sul tavolo di cedro.

«Quattromila euro per un pezzo di carta che non ti servirà mai». Prese il cucchiaino e cominciò a girare il caffè, anche se ormai lo zucchero si era sciolto da un pezzo. «Chiara, guarda fuori. Guarda i colli, guarda la piscina. La casa è finita di pagare tra sei anni. I bambini hanno una stanza a testa, hanno il parco, hanno la nonna che viene a prenderli ogni giovedì. Che cosa ti manca?»

Lo guardai. Lo stesso uomo che dieci anni prima, in un monolocale di via del Pratello, mi aveva detto: «Tu sei più brava di tutti quei professori messi insieme». Quell’uomo non c’era più. Al suo posto c’era un estraneo con la camicia da duecentocinquanta euro, abbronzato e soddisfatto, che mi offriva una gabbia con la piscina ma pretendeva che non imparassi mai a volare.

«Mi manca non dover chiedere il permesso ogni volta che devo esistere».

Lui fece un mezzo sorriso. «Non fare la drammatica. I permessi te li prendi eccome. Guarda che casino hai fatto per il corso di aggiornamento l’anno scorso. E comunque, chi baderebbe ai bambini due fine settimana al mese? La ragazza alla pari? Una sconosciuta?»

«Ci sei tu. Sei il padre».

Sbatté il cucchiaino sul piattino. «Io lavoro sessanta ore a settimana. Sabato e domenica dormo. E quando sono a casa, cazzo, voglio una moglie, non un fantasma col computer in mano». Si alzò, si infilò la giacca. «Lascia stare. Non se ne parla».

Se ne andò sbattendo il cancelletto. Il labrador del vicino sollevò appena un orecchio.

Due giorni dopo, Luca rientrò che era passata la mezzanotte. Aveva inaugurato il nuovo ufficio di rappresentanza in piazza della Mercanzia. Sentii il rumore della chiave nella toppa, i passi incerti nel corridoio. Andai in cucina, accesi la luce. Lui era appoggiato allo stipite, la cravatta allentata.

«Puzza di grappa e vittoria», rise tra sé e sé. Mi baciò sulla fronte e andò in bagno.

La giacca rimase sulla sedia.

La presi per appenderla. Mentre la sollevavo, dall’interno cadde qualcosa. Un foglietto rosa, piegato in quattro. Lo raccolsi d’istinto. Carta intestata di un albergo di Dozza, quelle colline che vanno verso Imola. Una camera superior con idromassaggio, colazione in camera e supplemento per due calici di Albana. Data del soggiorno: una settimana prima — il giorno in cui Luca aveva detto di essere a una riunione con i geometri a Ferrara. Il conto era intestato a «Studio Rossi Progetti», ma nella riga «ospiti» c’erano due nomi. Uno era il suo.

L’altro no.

Rimisi il foglietto nella giacca, la stessa giacca che odorava di gelsomino. Non il mio profumo. Io uso solo essenze agli agrumi. Il gelsomino no. Il gelsomino è pesante, avvolgente, ti si attacca addosso e non molla più.

Mi sedetti al tavolo di cucina. Le mani posate sul legno. Fuori, il cane del vicino abbaiava a qualcosa.

L’indomani chiamai Flavia. Ex compagna di corso al DAMS, restauratrice di tele a Ferrara. Ci vedemmo in un baretto sotto i portici di via Zamboni, tra studenti che mangiavano tigelle e una macchinetta del caffè che faceva un rumore infernale.

«Ho bisogno di un lavoro. Subito. Non a ottobre».

Flavia mi guardò. Da come appoggiò il bicchiere, capii che non era sorpresa.

«C’è il cantiere di palazzo Schifanoia. Cercano un diagnostico per le volte della Sala delle Virtù. Lavoro grosso. Pagano bene, ma ti spolpano viva. Sei dentro?»

«Dentro».

«E Luca?»

«Luca non c’entra. O meglio…»

Flavia annuì. Non servivano altre parole.

Per due settimane mi mossi nel silenzio. Compilai il curriculum senza più la parentesi «pausa maternità» — la sostituii con «consulenze private», tanto qualche perizia l’avevo fatta. Mandai la candidatura. Feci due colloqui: uno con la direttrice dei lavori, uno con l’assessore alla cultura. Alla fine mi arrivò la mail.

«Gentile Dottoressa, siamo lieti di comunicarle…»

Il contratto partiva il primo giugno. Dalla materna dei gemelli mi avevano già detto che c’era posto anche per il modulo pomeridiano. Restava il nodo del rientro serale, ma trovai una tata — una signora ucraina di cinquant’anni, raccomandata dalla portinaia, che aveva cresciuto tre figli e sapeva cucinare i passatelli meglio di mia suocera.

La sera in cui decisi di parlare, Luca rientrò con un mazzo di peonie. Costano un occhio, a maggio. Le appoggiò sul tavolo senza nemmeno togliere la carta velina. Aveva la faccia di chi ha appena incassato un assegno grosso.

«Senti, luglio facciamo una settimana a Pantelleria. Ho prenotato il dammuso. I bambini da mia madre. Io e te, come dieci anni fa, ti ricordi? Pantelleria in motorino, i capperi, il vino dolce».

«Luca».

«Che c’è?»

«Lunedì comincio a lavorare a palazzo Schifanoia. Cantieri delle Belle Arti. Otto ore al giorno, a volte di più. La tata è già stata assunta. Con i miei soldi. Comincia lunedì pure lei».

Luca rimase con le peonie in mano. La carta velina crepitava. Poi le sbatté sul tavolo di marmo così forte che un vaso oscillò.

«Sei pazza?» urlò. La voce gli uscì rauca, graffiata. «Io ti ho detto no. No, no e no! Ti rendi conto di cosa significa? Mia moglie su un ponteggio a impastare colle e vernici come un’operaia qualsiasi? Cosa racconto ai soci? Ai clienti? Che la signora Rossi, la moglie dell’architetto, si alza alle sei per prendere l’autobus?»

Qui la commedia diventò interessante. Perché Luca, quando si arrabbiava, perdeva il controllo delle parole.

«Ti blocco il bancomat. Ti blocco la carta di credito. Resterai senza un centesimo, capito? Vediamo quanto duri senza la mia firma».

Sorrisi. Un sorriso piccolo, calmo, il primo sorriso vero dopo mesi.

«Provaci».

«Cosa hai detto?»

«Ho detto provaci. Il bancomat è tuo, la carta è tua. I soldi per la tata sono miei. I soldi per il master di Padova sono miei. E se provi a fare una scenata, se provi a non far entrare la tata in casa, lunedì stesso chiamo un avvocato. Ho già parlato con due studi legali. Conosco i vostri bilanci, Luca, meglio del vostro commercialista. So quanto hai fatturato l’anno scorso, so quanto mi spetta in sede di separazione. E so anche chi ha firmato la fattura per la camera con idromassaggio a Dozza».

Il colore abbandonò il viso di Luca. Prima la fronte, poi le guance, infine le labbra. Aprì la bocca. La richiuse.

In quattordici anni di matrimonio, non l’avevo mai visto così.

Non era rabbia. Era paura. La paura di chi ha costruito un castello di certezze e all’improvviso sente la crepa sotto i piedi.

«Quella fattura è una spesa di rappresentanza», borbottò.

«Certo. Come il bracciale di Bulgari che hai comprato a gennaio. Quello nella cassaforte dello studio. Non era per i gemelli, immagino. Non portano ancora gioielli».

Luca indietreggiò. Urtò la sedia, la raddrizzò goffamente. Non disse più nulla. Io presi le peonie dal tavolo, le misi in un vaso con acqua fresca, tagliai gli steli in diagonale come mi aveva insegnato mia nonna. Uno, due, tre. La lama del coltello che affondava precisa.

Poi andai in camera dei bambini. Matteo dormiva con un piede fuori dalle coperte, Lorenzo stringeva un peluche a forma di orso. Mi sedetti sul tappeto e rimasi lì, al buio. Non tremavo. Non piangevo. Sentivo solo il ronzio del vecchio frigorifero in cucina e il respiro calmo dei miei figli.

Passò un anno. Un anno di cantieri, ponteggi, polvere di gesso e corse in bicicletta da palazzo Schifanoia alla materna. I gemelli avevano cominciato a chiamare la tata «zia», e quando tornavo la sera col mio zaino pieno di campioni di malta, mi correvano incontro per farmi vedere il disegno del giorno. Luca non provò mai a bloccare la tata — non ebbe il coraggio. La sua tresca di Dozza finì nel nulla qualche mese dopo: pare che la signora del gelsomino cercasse uno sponsor, non un uomo sposato con due figli piccoli e una moglie che sapeva leggere le fatture meglio di un ispettore del fisco. Quando lo lasciò, Luca passò una settimana in silenzio, chiuso nel suo studio, a fissare il soffitto.

Non abbiamo divorziato. Non ancora. Però adesso siamo due adulti che condividono un mutuo, due bambini e una cena ogni tanto, quando i turni coincidono. La villa è più in disordine. I passatelli della tata non sono buoni come quelli di sua madre, ma i gemelli sopravvivono lo stesso.

Stamattina ero in cima a un’impalcatura, nel cantiere nuovo. Stiamo restaurando una cappella privata vicino a Ravenna, affreschi del Seicento. Avevo la spatola in mano, la luce che filtrava da una finestra a oculo. Il mio cellulare vibrò. Un messaggio di Flavia: «Hai visto la mail del Comune?».

Aprii l’allegato. Bando per il restauro del Salone d’Onore di Palazzo dei Diamanti. Cercavano un capo équipe. La scadenza era tra tre settimane. Fuori, la pianura padana si stendeva fino al mare, coperta di nebbia leggera.

Spolverai le mani sulla tuta, presi la penna e cominciai a compilare il modulo.

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