La padella di rame dei miei

Non so nemmeno io perché ho cominciato a contare le tegole del portico. Ventisette. Ventotto. La voce di mio suocero mi arrivava a tratti, insieme all’odore della legna bagnata accatastata dietro il capanno. Stavo fermo vicino alla macchina, con la mano ancora sulla maniglia, e contavo. Non volevo entrare. Non subito.

Ho quarantadue anni e alle spalle un matrimonio finito male, un figlio di dodici anni che si chiama Ettore e un’officina per camion a Parma. Non sono mai stato bravo con le donne di famiglia. Con quelle degli altri, soprattutto.

Elena non se ne sarebbe mai andata. Quando è morto mio fratello Dario, undici anni fa, è rimasta nella casa di campagna a Fontanellato con mio padre Gino. Due anziani soli, un campo di pomodori e una vecchia barca a remi appesa al muro del garage che non toccava l’acqua dai tempi del liceo.

Poi è arrivata Camilla.

O meglio: ci siamo incontrati per sbaglio al mercato di via Piacenza, un sabato mattina. Lei vendeva miele di acacia dietro un banco pieghevole, io cercavo qualcuno che riparasse la frizione di un furgone. Non mi ha nemmeno guardato. E io l’ho richiamata due volte per comprare tre barattoli che poi ho regalato tutti al meccanico accanto all’officina.

Adesso Camilla era incinta di dieci settimane e io la portavo a conoscere i miei genitori.

— Pronto? — la voce di Elena arrivò prima del suo corpo. — Vi siete persi a Piacenza, per caso?

Mi voltai. Mia madre veniva verso di noi con un grembiule da cucina e le mani infarinate. Non era mai stata una donna da abbracci. A settantadue anni preferiva toccare le persone con il cibo.

Camilla scese dalla macchina. Si sistemò la camicia che portava sopra i pantaloni, un gesto che le avevo visto fare mille volte, ma quel giorno lo fece più piano. Come se avesse paura di sgualcire qualcosa.

— Ciao, — disse. — Grazie per averci invitati.

Mio padre si alzò dalla panca all’ombra, dove stava bevendo un bicchiere di lambrusco con dentro due dita di vino e tre dita di ghiaccio.

— Invitati un cazzo. Sei a casa nostra. — Si fermò davanti a Ettore e gli strinse la mano. — Tu devi essere il famoso pescatore.

Ettore strinse la mano più forte che poteva.

— Ho preso un cavedano da tre etti al Po, sabato.

— Tre etti? — mio padre fischiò. — Nel Po. Be’, allora stasera ti racconto dove stanno i siluri. Quelli veri.

Camilla mi guardò. Non disse niente, ma le si mossero le dita intorno alla cinghia della borsa. La conoscevo abbastanza da sapere che non si fidava della cucina.

— E questa sarebbe la fidanzata, — disse Elena, fermandosi a un metro da lei. — Mangia agnello?

— Sì. Grazie.

— Meglio. Ho messo a cuocere le seppie alle cinque. Ma per te vorrei sapere come le preferisci: col pomodoro o in bianco?

— In bianco, se non è un problema.

— Problema sarebbe stato se eri vegetariana. Quelle non sanno cosa si perdono.

Camilla sorrise. Un sorriso piccolo, da educazione. Non quello che fa quando sbadiglio di mattina.

Salimmo le scale di marmo, entrammo. La casa odorava di cera per i pavimenti, di brodo e di quella lavanda secca che mia madre mette in tutti i cassetti da trent’anni. In fondo al corridoio, la vecchia madia di noce che Dario aveva voluto restaurare e non aveva mai finito. Sopra c’era una fotografia di mio fratello con la tuta da artigiano, quella con la piega sempre storta.

Elena prese Camilla a braccetto. — Vieni con me. Ti faccio vedere l’orto.

— Non c’è niente da vedere, — borbottò mio padre. — Solo zucchine grandi quanto un neonato.

— Tu sta’ zitto e metti la tovaglia buona, Gino. Quella con il bordo ricamato.

— Quale? Quella della Cresima di Dario?

— Sì, quella. Perché l’ho lavata a mano. Non come te che ti asciughi le mani sui pantaloni.

Le due donne uscirono nel giardino. Io rimasi sulla porta della cucina a osservarle. Camilla camminava con cautela tra i filari di basilico. Elena le toccava una spalla, le indicava i pomodori, le mostrava il limone in vaso contro il muro.

Parlavano. E per la prima volta in quindici giorni, Camilla non portò la mano al telefono.

La sera prima, nel nostro appartamento in via D’Azeglio, Camilla aveva appoggiato il telefono sul tavolo e lo aveva fissato come si fissa una padella sporca.

— L’ha richiamata, — disse. — La tua ex suocera.

— Che vuole?

— Sms. Dice che quando conoscerà tua madre, capirà. Dice che le suocere sono tutte uguali. Che mia madre era migliore. — Camilla aveva sollevato gli occhi. — Hai presente, no? La ex di mio marito. Quella che mi faceva i discorsi sulla casa.

Gianna era la madre del mio ex. Non la sentivo da anni. Ma sapeva ancora il numero di Camilla. Sapeva ancora dove fare male.

— Bloccala, — dissi.

— Non si blocca una persona. Si blocca uno spam.

— Allora non le devi niente. Sei in pensione.

— Macché pensione. Lei ci vive, dentro questi discorsi. Quando ha saputo che ero incinta, ha smesso di attaccare me e ha iniziato con tua madre.

— Mia madre non la conosce.

— Appunto. Tu non capisci niente.

Era vero. Non capivo niente. Ma ricordo che quella notte ho dormito tre ore. Lei, sdraiata dalla parte del muro, non si è girata mai.

Adesso, nel giardino, Elena mostrava a Camilla le rose gialle del cancello.

— Queste vengono su da sole. Come certe persone. Non hanno bisogno di nessuno.

Poi si accucciò, staccò un pomodoro, lo allungò a Camilla.

— Assaggia. E non dirmi che hai già mangiato.

Camilla addentò il pomodoro. Il liquido le colò sul mento. Non lo asciugò subito. Chiuse gli occhi. Elena rise piano.

— Un pomodoro così non lo trovi nei supermercati di Parma. Questo ha il sapore della terra.

Entrai in casa. Mio padre stava armeggiando con la tovaglia.

— Che faccia hai? — chiese.

— Niente. Sono stanco.

— Stanco un corno. Vieni qua.

Si appoggiò al tavolo. — Senti, Lorenzo. Io tua madre la conosco da quarantotto anni. Non ho mai capito niente delle donne. Però con Gianna si sbagliava.

— La chiami ancora?

— No. Chiamava lei. Fino a ieri. Diceva che dovevi sapere che la tua nuova moglie è una donna che ha paura. Che a un pranzo fallisce tutto.

— Che pranzo?

— Questo. Oggi. Voleva che la mettessi in guardia.

Sentii le orecchie calde. Fino a ieri. Aveva chiamato anche mio padre.

— E tu?

— Le ho detto che noi non facciamo processo alle persone. Le ho riattaccato il telefono. Tua madre l’ha scoperto e non mi parla da un’ora.

Si strinse nelle spalle.

— Però ti dico una cosa. Quella donna, Camilla, mi piace. Perché quando mi ha guardato le si è mosso il labbro. Non ha sorriso. Le si è mosso. E ha avuto paura di me. Ma mi ha teso la mano. Fine. Non mi serve altro.

Le asciugò le dita sui pantaloni, appunto, e se ne andò verso la cantina.

A pranzo c’erano i tortelli d’erbette fatti in casa. Elena aveva tirato la sfoglia alle sei e mezzo del mattino. Lo disse due volte, come se fosse un certificato.

— Mia madre alle sette faceva già il pane, — rispose Camilla. — Aveva le mani rosse per l’impasto.

— Vedi? Le mani delle madri si riconoscono. — Elena sollevò la sua, con le vene gonfie. — Le tue, un giorno, saranno così.

Camilla mise giù la forchetta.

— Io ho paura che non sarò brava, — disse piano.

Nessuno rise. Mio padre tagliò il pane.

— Brava è una parola da galateo. Tu sei qui. Noi siamo qui. Il resto è pomodoro.

Camilla chinò la testa. E tacque. Per un attimo pensai che stesse piangendo, invece stava nascondendo un riso. Uno di quelli che fa quando qualcosa la tocca davvero.

Poi suo figlio, Ettore, vuotò mezzo litro d’acqua in un sorso.

— Quanti siluri avete nel Po? — chiese.

— Un siluro grosso quanto mio cugino Secondo, — disse mio padre. — Trentaquattro chili. Preso a Brescello. Ci ho litigato per mezz’ora. Alla fine ha vinto lui.

— Allora torniamo con la rete.

— Con la rete no. Ci vuole la canna e la notte. E tua madre non deve sapere niente.

— La sento, — disse Camilla, senza alzare lo sguardo.

— Sentirai il motore della barca, — disse mio padre. — E il grido di questo ragazzo.

Dopo pranzo Elena volle fare due passi con Camilla sotto il portico. Io rimasi sulla soglia della cucina con un caffè in mano. Non sapevo più dove mettere le braccia. Così mi misi a contare le rose gialle. Quattordici.

Poi Camilla tornò.

— Vieni, — disse. — C’è una cosa.

Camminammo oltre il capanno. Dietro c’era una bicicletta da donna, arrugginita, appoggiata al muro.

— Questa era la bici di tua madre? — chiese.

— No. Di mia nonna Livia. La teneva qui per andare a Crespina. Un giorno ha forato e l’ha lasciata. Mio padre non l’ha mai buttata.

— Perché?

— Perché mia madre dice che le ricorda il giorno in cui ha conosciuto mio padre.

Camilla toccò il manubrio. La ruggine le sporcò le dita.

— Io voglio restare in questa casa qualche giorno, — disse.

La guardai.

— Perché?

— Perché tua madre mi ha fatto vedere l’orto. E mi ha chiesto se so fare le conserva. E mi ha detto che se voglio, a settembre, facciamo insieme la passata.

— E tu?

— Ho detto di sì. Poi ho pianto un po’ in bagno.

Non sapevo che fatica le costasse dirlo. Lo diceva a scatti, come se spingesse un mobile pesante.

— La madre della mia ex ha chiamato anche tuo padre, — dissi.

— Lo so. Elena me l’ha detto. Mi ha anche mostrato il telefono. — Camilla si pulì le dita sulla camicia. — Aveva cancellato il numero davanti a me.

Tornammo verso la casa. Elena era dietro la zanzariera della cucina e stava asciugando la padella di rame. Quella che usava sempre per i carciofi e che mio padre non poteva toccare. — Mai, Gino! — urlava ogni volta. — Tutti la vogliono. Nessuno la mantiene.

Elena la asciugò con uno straccio bianco, la guardò controluce e la riappese al suo gancio. Lenta, precisa, con il gesto di chi ha finito un lavoro.

Camilla la raggiunse. Le toccò una mano.

— Posso aiutarla? — chiese.

Elena la lasciò fare. Non disse niente. Le mise in mano lo strofinaccio e indicò il gancio vuoto della padella piccola. Poi andò a preparare il caffè.

Quella sera ripartimmo. Mio padre abbracciò Ettore e gli regalò un amo storto che teneva nel portafogli dal giorno in cui aveva pescato il siluro. — Porta fortuna solo se non lo perdi, — disse.

Elena abbracciò Camilla e le parlò all’orecchio. Non so cosa le disse. So che Camilla le strinse le braccia intorno alla schiena, poi salì in macchina rigida come una che ha appena messo giù un pacco pesante.

Sulla strada verso Parma, al semaforo di via Emilia, Camilla prese il telefono. Lo guardò a lungo. Poi si tolse la scarpa sinistra, appoggiò il telefono sotto il tacco e lo ruppe con un colpo solo.

Il vetro scricchiolò. Ettore alzò la testa. Non chiese niente.

— Domani compro una scheda nuova, — disse Camilla.

— E la vecchia?

— La butto al centro commerciale. Lontano da casa. Dove non posso scavare per recuperarla.

La guardai nello specchietto. Aveva le guance bagnate, ma guidava dritta. Non una parola su Gianna. Non una minaccia. Solo il tacco contro lo schermo e quel colpo secco.

A casa, sul tavolo della cucina, l’aspettava un vasetto di miele di acacia. Quello che avevo comprato al mercato. Lo aveva messo lì la sera prima, come promemoria del passato.

Camilla lo prese, lo aprì, ci affondò un cucchiaino. Lo tenne in bocca senza ingoiare.

— Dolce, — disse a mezza voce. — Ma era più buono prima di conoscere tua madre.

Non capii se rideva. Non capii se piangeva. Però non guardava il telefono. Guardava il muro.

E per la prima volta da tanto tempo, in casa nostra, c’era odor di caffè e non di paura.

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