L’orologio sul comodino segnava le undici e un quarto di venerdì sera. Fuori dalla finestra, la periferia di Bologna dormiva già sotto una coltre di nebbia sottile. Io stavo quasi per spegnere la luce, quando il telefono squillò con un trillo così acuto che mi fece sobbalzare.
Uno schermo luminoso nel buio, un numero sconosciuto. D’istinto ho pensato: o è un errore, o è una disgrazia. La gente per bene non chiama a quest’ora.
Ho risposto.
— Federica? Sei tu?
La voce era secca, metallica. Nessun saluto, nessun preambolo.
— Sì, sono io. Buonasera, — ho detto, cercando di mettere a fuoco quel timbro.
— Parlo con Valeria. La moglie del tuo ex marito, — ha scandito la donna, come se mi stesse facendo un favore a pronunciare il suo nome. — Ti devo dire due cose. Primo: Andrea non c’è più. Secondo: vieni a prenderti sua madre. A me qui non serve.
Sono rimasta con il telefono incollato all’orecchio, incapace di articolare una sillaba. Andrea. Il mio ex marito. Un matrimonio durato appena un anno, finito quindici anni prima in un tribunale di periferia. Quindici anni di silenzio totale, in cui ciascuno si era ricostruito un’esistenza. Io ero diventata responsabile amministrativa in un’azienda di trasporti, avevo comprato un bilocale in zona San Donato, arredato pezzo per pezzo con la cura maniacale di chi vive sola. Una vita in ordine, senza scossoni.
Dopo quel divorzio avevo chiuso la partita con gli uomini. Fine delle trasmissioni. Il cuore mi si era incollato alle costole come una persiana arrugginita che nessuno apre più.
E adesso, dal nulla, questa Valeria mi rovesciava addosso due notizie come due secchiate di acqua gelata.
La notte l’ho passata a fissare il soffitto. Alle sei del mattino avevo già rinunciato a dormire. Mi sono alzata, mi sono vestita senza accendere la luce, ho preso le chiavi della mia vecchia Lancia Y e sono uscita nell’alba grigia.
La destinazione era un condominio di ringhiera in via Stalingrado, la stessa casa popolare dove Andrea mi aveva portata a vivere dopo le nozze. Stesso portone scrostato, stesso odore di umido e minestrone nella tromba delle scale. Salendo i gradini mi tremavano le gambe.
Mi ha aperto una donna sui cinquant’anni, in vestaglia di pile rosa, con lo smalto sbeccato e l’espressione di chi ha già spedito le valigie e aspetta solo il taxi. Valeria. Non mi ha invitata a entrare. Si è scansata quel tanto che bastava per farmi passare, indicando una porta in fondo al corridoio con un gesto del mento.
— È lì. Sbrigati, che dopo devo uscire, — ha detto.
Ho percorso il corridoio che conoscevo a memoria. L’ultima porta, la stanza più piccola, quella che un tempo era un ripostiglio. L’ho aperta.
La puzza mi ha colpita prima ancora della luce. Un tanfo di polvere vecchia, di farmaci scaduti, di corpi che si spengono senza che nessuno se ne accorga. La stanza era una discarica: scatoloni accatastati, sacchi neri pieni di stracci, pile di giornali del 2012. Su un divanetto sfondato, con le molle che uscivano dalla stoffa, stava distesa una figura così sottile che sembrava il disegno di un bambino.
Era la signora Adriana, mia suocera per quel breve anno di matrimonio.
Sessantotto chili portati a quaranta, una pelle diafana tesa sugli zigomi, le mani scheletriche appoggiate sul petto. Ma non era sola. Rannicchiato contro il suo fianco, con la testa infilata sotto il suo mento, un grosso gatto rosso la stringeva con tutto il corpo. Quando sono entrata ha sollevato il muso e mi ha fissata con due occhi color ambra, immobile. Non miagolava. Faceva solo da scudo.
Mi si è stretto lo stomaco in una morsa.
— Allora? La prendi o no? — la voce di Valeria dal corridoio, strascicata e impaziente. — Se non la porti via adesso, chiamo la casa di riposo. Mica posso tenerla io, figurati. Per colpa sua Andrea mi ha lasciato questo buco di casa con i debiti. Basta. Ho già dato.
Mi sono girata lentamente verso di lei.
— Viene con me, — ho detto. — E anche il gatto.
Valeria mi ha guardata come se le avessi proposto di adottare un coccodrillo. Poi ha alzato le spalle.
Ho chiamato un’ambulanza privata. Non me la sentivo di muoverla da sola. Quando i barellieri sono saliti, due ragazzi robusti dell’assistenza Croce Italia, hanno visto la stanza e si sono scambiati un’occhiata che parlava da sé. Uno dei due ha preso la signora Adriana tra le braccia con una delicatezza che mi ha stretto la gola. Sembrava un fagotto di piume. Il gatto, intanto, si era aggrappato al mio giaccone con le unghie ben piantate nel tessuto. Ho dovuto portarlo via così, attaccato a me come una ventosa.
In ambulanza, mentre attraversavamo la città semideserta del sabato mattina, la signora Adriana ha aperto gli occhi per la prima volta. Mi ha guardata, ha mosso le labbra ma non è uscito alcun suono. Poi ha richiuso gli occhi e si è lasciata trasportare, inerte, come chi da tempo ha smesso di lottare.
A casa mia l’ho sistemata nel mio letto, l’ho coperta con il piumone invernale e ho chiamato subito la dottoressa di base. Una donna sulla cinquantina, energica, con un taglio a caschetto e le mani svelte. Ha visitato la signora Adriana per quasi quaranta minuti. Le ha misurato la pressione, l’ossigenazione, ha ascoltato il cuore. Poi ha posato il fonendoscopio sul tavolo e mi ha detto:
— Niente di irreversibile, Federica. È denutrita, disidratata. Ha una forma depressiva importante. Ma non ha patologie degenerative. Se la tieni così, con cure e affetto, in due settimane ricomincia a parlare. In un mese la porti a fare la spesa. Fidati: ne ho viste di peggiori.
Due settimane dopo, la signora Adriana mangiava il brodo di cappone seduta sui cuscini, col gatto — che avevo battezzato Ruggine — acciambellato sulle ginocchia. I primi giorni Ruggine non si staccava da lei neanche per mangiare. Dormiva sul suo fianco, le leccava le dita, faceva le fusa con un rombo così basso che sembrava un motorino. Le dava calore come una borsa dell’acqua calda vivente. Forse l’aveva capita meglio di noi umani.
Un pomeriggio che pioveva a dirotto, è suonato il campanello. Ho aperto e mi sono trovata davanti Matteo, il vicino del piano di sotto. Un uomo alto, stempiato, con le spalle da ex rugbista e le mani sempre sporche di segatura perché faceva il restauratore di mobili. In tredici anni che abitavamo nello stesso palazzo ci eravamo detti a malapena «buongiorno». Lui mi porgeva un sacchetto di carta marrone.
— Per la signora, — ha borbottato, evitando il mio sguardo.
Dentro c’erano sei mele golden, una confezione di miele di castagno e un vasetto di yogurt fatto in casa.
— Non doveva disturbarsi…
— Non è disturbo. Ho saputo. Ho visto quando l’avete portata su con la barella.
E se n’è andato giù per le scale senza voltarsi. Il giorno dopo ho trovato davanti alla porta una sportina con delle pere. Quello dopo ancora, un barattolo di salsa di pomodoro fatta in casa.
Poi è stata la volta della signora Elsa, la pensionata del secondo piano, che mi ha suonato con un pirottino di parmigiana ancora calda. Poi Lucia, la studentessa dell’attico, che è scesa a offrirsi di fare la spesa. La notizia della «nonna del terzo piano» aveva fatto il giro del condominio. E tutti, misteriosamente, avevano deciso di prendersene cura.
Un mercoledì mi ha chiamata il mio capo, il direttore amministrativo Magrini. Un uomo notoriamente spigoloso. Mi ha convocata nel suo ufficio. Io mi sono presentata già pronta a sentirmi dire che le mie assenze stavano diventando un problema.
Invece Magrini si è tolto gli occhiali, ha sospirato e ha detto:
— Senta, Federica. Mi hanno riferito della situazione. Fino a quando la signora non si sarà rimessa, lavori da casa. I report me li manda via email. Non se ne parla nemmeno di licenziarla.
Sono uscita dall’ufficio che avevo le gambe molli e gli occhi lucidi.
Intanto la signora Adriana piano piano tornava alla vita. Mangiava di più, aveva ripreso colore. Ma non parlava quasi mai. Se ne stava per ore seduta in poltrona a guardare fuori dalla finestra, con Ruggine sulle ginocchia. E ogni tanto, quando credeva che non la vedessi, si voltava verso il muro e piangeva. Silenziosa, con le spalle che sussultavano appena. Un pianto senza singhiozzi, il peggiore. Quello di chi ha perso tutto, compresa la dignità.
Ho capito che le medicine non bastavano. Aveva bisogno di una cosa precisa: sentirsi di nuovo qualcuno per qualcuno.
Una sera di fine ottobre ho preparato una teglia di lasagne, ho apparecchiato con la tovaglia buona e sono andata a chiamarla.
— Mamma, vieni a tavola. Ho fatto le lasagne come piacciono a te.
Lei si è irrigidita. Ha girato la testa verso di me con una lentezza quasi irreale. Le sue labbra hanno tremato.
— Mi… mi hai chiamata mamma?
— E come dovrei chiamarti? — ho detto, sedendomi accanto a lei e prendendole una mano. — Sei mia mamma. Punto.
La signora Adriana è scoppiata in un pianto diverso, stavolta. Un pianto che lava, che scioglie il ghiaccio dentro. Ha pianto per dieci minuti buoni, aggrappata alla mia mano. Poi si è asciugata gli occhi, ha preso fiato e ha detto:
— Allora andiamo a mangiare queste lasagne, che ho fame.
Da quella sera, la signora Adriana ha cominciato a parlare. A raccontare storie del suo passato, di quando faceva la maestra elementare, di quando suo marito la portava a ballare il liscio al Dancing Arlecchino, della sua ricetta segreta per i tortellini in brodo. Rideva. Si arrabbiava se Ruggine rubava il prosciutto dal tavolo. Discuteva con la signora Elsa su chi facesse il ragù migliore del palazzo.
Matteo intanto saliva sempre più spesso. Prima con la scusa delle mele, poi per riparare lo sportello della cucina che cigolava, poi per accompagnare la signora Adriana al parco con la carrozzina. Era diventato di casa. Una sera, mentre la mamma dormiva, ci siamo ritrovati seduti sul balcone a bere un bicchiere di lambrusco. Lui mi ha raccontato della sua ex moglie, di come il loro matrimonio fosse naufragato dieci anni prima e di come da allora si fosse buttato solo sul lavoro. Io gli ho raccontato di Andrea. Delle bugie. Del tradimento scoperto un pomeriggio qualunque, con uno scontrino dimenticato in una tasca.
Matteo mi ascoltava senza interrompermi. E io ho sentito qualcosa scricchiolare. Quella persiana arrugginita dentro di me. Ha fatto un rumore secco, poi si è aperta di uno spiraglio.
Un anno dopo, in un pomeriggio di settembre con la luce che filtrava dorata tra i tigli, ci siamo sposati in municipio. Testimoni: la signora Elsa e il mio capo Magrini, che nel frattempo era diventato uno di famiglia. La mamma, seduta in prima fila con il suo tailleur color lavanda e Ruggine nella gabbietta ai suoi piedi, non ha smesso un attimo di sorridere.
E sei mesi dopo, a quarantasei anni suonati, ho scoperto di essere incinta. Quando il test di gravidanza ha mostrato le due lineette, sono rimasta a fissarlo per mezz’ora, seduta sul bordo della vasca. Poi ho chiamato Matteo, che è accorso dal laboratorio ancora coperto di segatura. Ha letto il test, mi ha guardata, ha aperto la bocca, l’ha richiusa. Poi mi ha abbracciata così forte che mi ha sollevata da terra.
Nostra figlia è nata una mattina di aprile, tre chili e quattrocento grammi, una testa piena di capelli scuri come i miei. L’abbiamo chiamata Aurora. La mamma, quando gliel’abbiamo messa tra le braccia, è rimasta immobile per un lungo istante. Le sue mani rugose reggevano quella creatura minuscola con una naturalezza che il tempo non aveva scalfito. Poi ha alzato gli occhi verso di me. Aveva le lacrime che le rigavano le guance, ma sorrideva come non le avevo mai visto fare.
— Lo vedi? — ha sussurrato, accarezzando la guancia di Aurora con un dito. — Lo vedi che la vita ricomincia sempre?
Adesso Aurora ha due anni. Corre per casa inseguendo Ruggine, che nel frattempo è diventato un gattone obeso e pigro. Matteo ha trasformato la cantina del palazzo in un laboratorio più grande, e il profumo di segatura e vernice arriva fin su in terrazza. La signora Elsa è la babysitter ufficiale. Il mio capo Magrini a Natale ci ha regalato un triciclo.
La mamma, che ha ormai ottantaquattro anni, passa i pomeriggi a insegnare ad Aurora le filastrocche della sua infanzia. Le canta «Giro giro tondo» e «La bella lavanderina». Aurora la chiama «nonna Dri», e quando la vede si illumina come un albero di Natale.
Qualche sera fa, dopo cena, la mamma si è addormentata sul divano con Aurora in braccio e Ruggine acciambellato sulle loro gambe intrecciate. Le ho guardate a lungo dalla porta. Tre generazioni che russavano in armonia, una contro l’altra, in un groviglio di zampe, bava e batuffoli di pelo.
Matteo mi è venuto dietro, mi ha messo una mano sulla spalla e ha sussurrato:
— Tutto bene?
Ho appoggiato la testa contro il suo petto. Sentivo il cuore che batteva piano, regolare. Come un metronomo.
— Sì, — ho detto. — Tutto bene.







