Lorenzo si era caricato il pastore maremmano sulle spalle alle tre del pomeriggio, con quarantadue gradi all’ombra — solo che l’ombra, sulle rocce dell’Aspromonte, non esisteva. Il cielo sopra la Calabria era una lastra di metallo bianco. I sassi scottavano attraverso la suola degli anfibi.
La cagna, Nieve, aveva smesso di guaire da un pezzo. Si era irrigidita, zampe penzoloni, la testa appoggiata alla nuca del suo uomo. Pesava trentasei chili. Lorenzo lo sapeva perché la pesava ogni sabato, sulla bilancia del magazzino, quando controllava le razioni di crocchette.
— La molli o ti faccio rapporto, — disse il capitano Cappelletto senza nemmeno voltarsi. Marciava tre metri avanti, il fucile a tracolla, la nuca lucida di sudore.
— No.
Fu tutto lì. Una sola sillaba. Il capitano si fermò di colpo, la polvere rossastra gli salì fino alle ginocchia. Aprì bocca per dire qualcosa — e in quel momento Nieve girò la testa verso di lui. Le orecchie abbassate, gli occhi chiari che sembravano chiedere scusa per il disturbo.
Cappelletto richiuse la bocca. Sputò per terra.
— Va bene. Però se resti indietro di dieci metri ti lascio a dare spiegazioni all’avvoltoio che ci sta seguendo da un’ora.
Ripresero a camminare. La zona d’estrazione era un fazzoletto d’erba secca tra due speroni di roccia. Quando ci arrivarono, Lorenzo poggiò Nieve a terra, poi si accasciò su un fianco. Il petto gli andava su e giù come se dentro ci fosse ancora la corsa. La lingua della cagna gli passò sulla guancia, ruvida e calda, e lui aprì gli occhi — e dentro quegli occhi di cane c’era qualcosa che non aveva bisogno di traduzione.
Passarono dieci giorni. La missione successiva li portò sul ghiacciaio della Marmolada, a duemilasettecento metri. L’elicottero li mollò all’alba e il vento arrivava a raffiche, tagliava la faccia come lamiera sottile. Lorenzo staccò un pezzo di cioccolata fondente dalla razione e ne diede metà a Nieve. L’operazione andò liscia. Di nuovo. Uscirono puliti, senza un graffio, e iniziarono la discesa verso il punto di recupero.
Ma il nevaio era pieno di lame. Crosta ghiacciata che si spezzava sotto il peso e diventava tagliente come cocci di bottiglia. Nieve cominciò a zoppicare dopo ottocento metri. Lorenzo lo vide subito: le zampe anteriori lasciavano macchie rosse sulla neve, fiori scarlatti che si allargavano piano.
Si chinò, controllò. I polpastrelli erano aperti, tagli netti.
— Non ci provare, — disse il capitano, che aveva visto la scena.
Lorenzo non rispose. Sollevò la cagna, se la sistemò sulla schiena, incastrò le zampe nello zaino. Cappelletto urlò. Disse che questa volta era finita, che lo sbarcava al ritorno, che gli faceva firmare le dimissioni, che lo denunciava alla procura militare. Era un uomo robusto, il capitano, con una voce che portava lontano. E Lorenzo camminava. Un passo. Poi un altro. Il ghiaccio sotto gli scarponi e il respiro della cagna sulla nuca.
Al punto d’attesa si mise con le spalle al vento, Nieve tra le ginocchia, e cominciò a fasciare le zampe con le bende dell’emergenza. Le lacrime gli si congelavano sugli zigomi prima di arrivare alla bocca. Non cercava di nasconderle. Nessuno dei compagni disse niente. Uno gli passò una sigaretta. Poi arrivò il rumore del rotore.
Un mese dopo finirono in una trappola. La chiamano “l’imbuto”: sei dentro e non capisci dove sono. La pianura sembrava vuota giù nel Tavoliere, ma non lo era. Le raffiche arrivavano da sinistra, da dietro, da nord. Lorenzo sentì il colpo — un calcio secco nel fianco destro — poi il buio. L’ultima cosa che registrò fu il muso di Nieve che gli spingeva contro il collo, il suo respiro caldo.
Non arrivò all’estrazione. Arrivò la cagna. Da sola. Trascinava il suo uomo afferrandolo per il cinturone tattico, puntando le zampe fasciate di fresco dopo la Marmolada, un passo per volta. Percorse centottanta metri sotto il fuoco, fermandosi ogni tanto per abbaiare — un latrato acuto, insistente, che bucava il crepitio delle armi come un chiodo nella carta. Aveva una pallottola nella spalla e un’altra nella coscia.
— Forza, avanti, — gridò Cappelletto, e fu un ordine che tutti seguirono prima ancora di sentirne la fine. Si buttarono fuori dalla copertura in sette, sparando verso le postazioni nella sterpaglia, raggiunsero il corpo di Lorenzo e lo portarono via.
In ospedale a Bari Lorenzo aprì gli occhi due giorni dopo. Era attaccato a un tubo, un ago nella mano sinistra, un monitor che faceva bip. Si guardò intorno. C’erano tre commilitoni in piedi che d’improvviso trovarono molto interessante il linoleum del pavimento. Solo il capitano rimase fermo. Si sedette sul bordo del letto. Aveva delle borse scure sotto gli occhi che Lorenzo non gli aveva mai visto.
— Senti, — disse. Poi si fermò. Si tolse il berretto, lo girò tra le mani. — Non ce l’ha fatta. L’hanno operata per sei ore, ma ha perso troppo sangue. L’abbiamo sepolta nel cimitero militare di Otranto. Con una lapide, come un soldato. Salva di fucileria alle quindici e trenta. C’eravamo tutti.
Lorenzo non disse niente per un pezzo. Il bip del monitor accelerò, poi tornò regolare. Girò la testa verso la finestra. Fuori c’era un balcone, un piccione fermo sulla ringhiera, il mare da qualche parte oltre i palazzi.
— Ci ha messo centottanta metri a portarti indietro, — aggiunse Cappelletto, — mentre noi pensavamo che eri già nella lista dei caduti.
Tre settimane dopo, quando Lorenzo uscì dall’ospedale, tutto il reparto lo aspettava sui mezzi. Andarono insieme, in convoglio, fino al cimitero militare. La tomba era piccola, in fondo, vicino al muro di cinta. C’erano fiori freschi. La terra ancora smossa. Rimasero in piedi davanti, in silenzio, poi lentamente, senza un ordine, ognuno alzò la mano nel saluto.
Adesso Lorenzo sta addestrando un nuovo cucciolo di pastore maremmano. L’ha chiamato Nieve. Qualcuno gli ha detto che porta male, che i cani da lavoro si chiamano con un nome nuovo. Lui ha scrollato le spalle. Il capitano, appoggiato alla staccionata del campo addestramento, li guardava correre — il militare alto, le spalle un po’ curve, e quel batuffolo bianco che abbaiava rincorrendo la sua stessa coda.
Poi Cappelletto si passò una mano sulla faccia, si infilò il cappello, e si allontanò verso gli alloggi. Domani c’era un nuovo briefing. Una nuova destinazione. Il vento sapeva già di polvere e di qualcosa che non si poteva nominare. Tornò dentro senza voltarsi.







