Il pane oltre il muro

Ogni sera, poco dopo le dieci, Bianca si alzava dalla sua cuccia e andava al cancello. Non abbaiava, non correva. Camminava con passo lento, come chi va a un appuntamento importante e non vuole fare tardi. Rosa la guardava dalla finestra della cucina, con le mani dentro l’acqua dei piatti che ormai era diventata fredda. Puntuale come un orologio, la cagna si sedeva accanto alla cancellata di ferro battuto, il muso rivolto verso destra, le orecchie dritte. E aspettava.

Rosa pensava di sapere chi stesse aspettando. Pensava a Elena, sua figlia, che da Milano non tornava in paese da quasi due mesi. Sempre troppo lavoro, sempre troppo stanca, sempre «mamma, ti chiamo la settimana prossima». Ogni sera, guardando Bianca immobile al cancello, Rosa sentiva una fitta al petto. «Anche il cane la aspetta», si diceva. E si sentiva meno sola, ma più triste.

La casa era una vecchia costruzione in pietra a Sulmona, con un cortile sul retro e un muro di cinta coperto di edera. D’estate le cicale frinivano fino a tardi, e l’aria odorava di rosmarino e terra asciutta. Rosa viveva lì da sola da quando suo marito era morto, sette anni prima. Aveva pochi vicini: la signora Assunta dall’altra parte della strada, e poi, oltre il muro di destra, il signor Tonino, un vecchio pensionato delle ferrovie che non parlava quasi con nessuno. Rosa lo salutava quando lo vedeva in giardino, qualche volta gli passava un barattolo di pomodori secchi attraverso il cancelletto di legno che divideva i due terreni. Lui ricambiava con un sacchetto di fichi secchi o una bottiglia di vino rosso. Nient’altro. Un vicinato silenzioso, fatto di piccoli gesti.

Ma quella sera, Rosa si accorse di una cosa. Bianca non guardava verso la strada, dove di solito arrivava la macchina di Elena. Guardava a destra, verso il muro di Tonino. Il muso era rivolto lì, le orecchie puntate in quella direzione. Rosa si asciugò le mani su uno strofinaccio a quadri e uscì in cortile. L’aria della sera era fresca, sapeva di gelsomino. Si avvicinò alla cagna. «Bianca, che fai?» disse. La cagna non si mosse. Il pelo bianco sul dorso era lucido sotto la lampada del portico. Rosa notò che Bianca aveva qualcosa sulla bocca: briciole. Piccole briciole di pane secco.

Si chinò. Ai piedi del muro, proprio dove il cancelletto di legno toccava terra, c’erano altre briciole. Mescolate alla polvere, alcune fresche, altre indurite dal sole. Rosa rimase lì, accovacciata, con il cuore che batteva più forte. Perché all’improvviso le tornò in mente una cosa: Tonino comprava il pane ogni mercoledì mattina, alla panetteria di piazza Garibaldi. Lo aveva visto passare, con il sacchetto di carta sotto il braccio. E poi, una volta, quando lei era uscita a prendere il basilico, aveva sentito un rumore dall’altra parte del muro. Un fruscio, poi la voce di Tonino. Parlava con qualcuno. Ma lei non ci aveva fatto caso.

Ora guardava quelle briciole. E capì.

Tonino era stato portato via in ambulanza dieci giorni prima. Rosa lo aveva visto dalla finestra: due infermieri, una barella, la porta di casa che sbatteva. Non era più tornato. E Bianca, ogni sera, andava lì a cercarlo. Non aspettava Elena. Aspettava lui.

Rosa rimase a lungo seduta per terra, con la schiena contro il muro. Sentiva il respiro di Bianca accanto al ginocchio. «Allora è questo», mormorò. Non provava rabbia. Provava una specie di vergogna dolce. Perché per anni aveva creduto che quel vecchio taciturno non avesse nessuno. E invece aveva una cosa importante: la sua cagna, che ogni sera lo ascoltava parlare e prendeva il pane dalle sue dita attraverso il cancelletto.

La mattina dopo, Rosa prese il telefono e compose il numero dell’ospedale di Sulmona. Le rispose una centralinista con la voce stanca. Dopo tre giri, riuscì a sapere il reparto e l’orario di visita. Poi aprì il frigorifero: c’erano due arance, una fetta di pecorino, un barattolo di miele. Mise tutto in un sacchetto di stoffa. Bianca la seguì fino alla porta, con la coda bassa. Rosa le accarezzò il muso. «Vado da lui», disse.

All’ospedale, l’odore era quello di disinfettante e minestra di verdure. Rosa camminò lungo il corridoio con il sacchetto stretto al petto. Trovò la stanza. Tonino era sdraiato vicino alla finestra. Sembrava più piccolo, con le mani sopra la coperta, le vene in rilievo. Quando la vide, sgranò gli occhi. «Rosa? Che ci fai qui?» chiese.

«Sono venuta a trovarla», rispose lei, appoggiando il sacchetto sul comodino. «Le ho portato due arance e un po’ di pecorino. E…» Si fermò. «Bianca la aspetta. Ogni sera, davanti al cancelletto.»

Tonino chiuse gli occhi. Per un momento non disse niente. Poi, con un filo di voce: «Le davo il pane. Un pezzetto alla volta. Lei si sedeva lì e io le raccontavo di quando lavoravo in ferrovia. Delle mie figlie che sono andate in Germania. Di mia moglie». Aprì gli occhi. «Non pensavo che se ne accorgesse qualcuno.»

«Se ne è accorta solo lei», rispose Rosa. E si sedette sulla sedia accanto al letto.

Passarono mezz’ora. Non parlarono molto. Ma quando Rosa uscì dall’ospedale, il sacchetto era vuoto, tranne un tovagliolo spiegazzato. E per la prima volta in tanto tempo, non pensò a Elena.

Otto giorni dopo, Tonino tornò a casa. Rosa lo vide arrivare con un taxi, aiutato da un nipote. Era magro, con un bastone, ma camminava. Appena Bianca sentì il rumore del cancelletto dall’altra parte, si mise a guaire. Corse lungo il muro, con la coda che sbatteva contro le gambe del tavolo in cortile. Rosa aprì il cancelletto di legno per la prima volta dopo anni. Non lo aveva mai aperto per davvero, solo socchiuso per passare i barattoli.

Bianca scivolò fuori e si lanciò verso Tonino. Lui rise, un suono rauco, e si chinò a fatica per accarezzarla. «Ehi, vecchia mia», disse. «Mi sei mancata.»

Rosa rimase sulla soglia, con le braccia conserte. Vide Tonino tirar fuori dalla tasca un pezzo di pane. Lo spezzò e lo diede alla cagna. Poi alzò gli occhi verso di lei. «Vuole un caffè?» chiese.

«Lo faccio io», rispose Rosa. E rientrò in casa, con un nodo in gola.

Il pomeriggio seguente, arrivò Elena. Parcheggiò davanti al cancello con la sua utilitaria grigia, scese con una borsa piena di scatole di biscotti e una bottiglia di spumante. «Mamma, scusa se non sono venuta prima, ho avuto un casino in ufficio», cominciò. Poi si guardò intorno. «Dov’è Bianca? Di solito mi corre incontro.»

Rosa era in cucina. Stava tagliando il pane su un tagliere di legno, con un coltello dalla lama seghettata. Il pane era di quello buono, comprato quella mattina da Tonino. Fece dei quadrati regolari. Poi prese il vecchio barattolo di latta dove teneva i biscotti per Bianca e ci mise dentro i pezzi di pane. Lo chiuse.

«Bianca è da Tonino», disse senza voltarsi.

«Tonino? Quello del muro?» Elena aggrottò la fronte. «Ma se è in ospedale…»

«È tornato ieri», rispose Rosa. Prese il barattolo e uscì in cortile. Elena la seguì.

Rosa aprì il cancelletto di legno. Dall’altra parte, Tonino era seduto sulla sua sedia di vimini, con Bianca accucciata ai suoi piedi. La cagna alzò la testa quando vide Rosa, ma non si mosse.

«Le ho portato il pane per stasera», disse Rosa, porgendo il barattolo a Tonino. «Così non deve alzarsi.»

Tonino prese il barattolo con le mani incerte. Lo aprì, ne annusò il contenuto. «Grazie, Rosa», disse piano. «Ma potevo arrangiarmi.»

«Lo so», rispose lei. «Ma a volte è bello non doversi arrangiare da soli.»

Elena rimase lì, con la borsa ancora in mano. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma non le uscì nulla. Guardò sua madre, poi il vecchio, poi il cane. E forse, in quel momento, vide qualcosa che prima non aveva visto: la normalità di un gesto, la cura nascosta dietro un barattolo di latta.

Rosa chiuse il cancelletto, ma non del tutto. Lasciò una fessura, abbastanza perché Bianca potesse passare quando voleva. Poi si voltò verso Elena. «Allora, vuoi un caffè? Ora lo metto su. Ma se hai fretta, non ti preoccupare.»

Elena scosse la testa. «No, mamma. Ho tempo.»

E per la prima volta in due mesi, rimase fino a sera.

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