Il nome che non le ho dato

Mio suocero si chiamava Learco, e per trentacinque anni nessuno in famiglia ha mai osato prendere in giro quel nome. Io, Renato Bassani, quarantadue anni, faccio il restauratore di mobili antichi a Chioggia, e quando mia moglie Ilaria è rimasta incinta per la terza volta, ho pensato che fosse il momento giusto per dirlo ad alta voce: se era un maschio, volevo chiamarlo come mio nonno, Learco Bassani, morto nel 2003 lasciandomi il laboratorio in cui lavoro ancora oggi.

Ilaria ha storto il naso la prima volta che gliel'ho detto, seduti al tavolo della cucina con la finestra aperta sul canale e l'odore di alghe che saliva la sera. Ha detto che suonava da film in bianco e nero, che i bambini a scuola l'avrebbero preso in giro. Io le ho risposto che i nomi forti tornano sempre, prima o poi, e che "Learco" non è morto, è solo addormentato da qualche decennio. Abbiamo litigato piano, come fanno le coppie che si conoscono da vent'anni: senza alzare la voce, ma senza cedere di un centimetro.

Poi è arrivata mia suocera, Adele.

Adele non abita con noi, ma da quando è rimasta vedova due anni fa ha preso l'abitudine di passare quasi ogni pomeriggio, con la scusa di portare le verdure dell'orto del cognato a Cavarzere. Appena ha saputo del nome, si è seduta sul divano, ha appoggiato la borsa sulle ginocchia come fa sempre prima di dire qualcosa di definitivo, e ha detto: "Learco no. Assolutamente no. In questa famiglia si chiamerà Matteo, come mio padre."

Io sono rimasto zitto. Non perché fossi d'accordo, ma perché con Adele ho imparato che rispondere subito è come buttare benzina su un fornello acceso. Ho aspettato che se ne andasse, poi ho detto a Ilaria che il nome l'avremmo scelto noi due, punto. Lei ha annuito, ma ho visto che continuava a girare il cucchiaino nel caffè molto più a lungo del necessario.

Quello che Ilaria non sapeva — quello che nessuno sapeva, tranne me — è che due settimane prima Adele mi aveva fermato da solo, davanti alla pescheria di Corso del Popolo, con le buste della spesa che le tagliavano le dita, e mi aveva detto una cosa che mi ha tolto il sonno per giorni: che se il bambino non si fosse chiamato Matteo, lei avrebbe tolto dal testamento la quota della casa di Cavarzere che aveva sempre promesso a Ilaria, la casa in cui mia moglie ha passato tutte le estati da bambina, quella con il fico enorme in cortile e le persiane verdi scrostate dal sale.

Non gliel'ho detto a Ilaria. Mi sono detto che l'avrei gestita io, che non c'era bisogno di farla arrabbiare in gravidanza per una minaccia che magari Adele non avrebbe nemmeno mantenuto. Ho sbagliato, lo so adesso. Ma in quel momento mi sembrava la cosa più giusta da fare per proteggerla.

Le settimane sono passate. Il pancione è cresciuto, e con lui la tensione. Adele continuava a presentarsi con le verdure, e ogni volta trovava il modo di infilare "Matteo" in una frase qualunque, tipo "Ho letto che i bambini nati con nomi comuni si integrano meglio a scuola", detto guardando fisso la teiera. Ilaria fingeva di non sentire, ma la sera mi chiedeva se secondo me sua madre avesse ragione, se forse Learco fosse davvero un nome da vecchio, da funerale.

Io tenevo duro. Ogni sera, dopo cena, andavo in laboratorio a finire la lucidatura di un cassettone del Settecento che stavo restaurando per un cliente di Venezia, e mentre passavo la cera pensavo a mio nonno che mi aveva insegnato quel mestiere con le sue mani grosse e piene di calli, e mi sembrava di tradirlo se avessi ceduto.

Il parto è arrivato a fine luglio, all'ospedale di Chioggia. Un maschio, tre chili e novecento grammi. L'ho tenuto in braccio nel corridoio mentre Ilaria dormiva sfinita, e ho pensato: ora lo dico all'anagrafe, Learco Bassani, e la questione è chiusa.

Ma Adele era già arrivata. L'ho vista attraverso il vetro della sala d'attesa, seduta composta con la borsa sulle ginocchia, esattamente come quel giorno sul divano. Quando sono entrato con il bambino, si è alzata di scatto e ha detto, davanti a un'infermiera e a due parenti di un'altra famiglia: "Se lo chiami Learco, quella casa non la vede più nessuno di voi. La vendo e i soldi li do in beneficenza. Ho già parlato col notaio, Renato. È scritto."

Il silenzio in quel corridoio aveva un peso preciso. Ilaria si è svegliata proprio in quel momento, ha sentito le ultime parole, e invece di piangere o urlare — cosa che mi aspettavo — ha chiesto all'infermiera di portarle una penna e il modulo per la dichiarazione di nascita, quello che l'ospedale prepara già in bianco per i genitori.

L'ha compilato lei, appoggiata al cuscino, con la mano ancora tremante per lo sforzo del parto. Ha scritto il nome, ha firmato, e poi ha alzato gli occhi verso sua madre e le ha detto una cosa che non dimenticherò mai: "Mamma, la casa di Cavarzere non l'ho mai chiesta io. L'hai promessa tu, quando volevi. E il nome di tuo nipote non è merce di scambio. Se vuoi vendere la casa, vendila. Ma questo bambino cresce comunque con noi, e tu deciderai se vuoi farne parte."

Adele è rimasta impalata vicino alla porta, con la borsa che le scivolava dalla mano.

Il bambino si chiama Learco Bassani. È scritto sul certificato che tengo ancora nel cassetto del comò che ho restaurato io stesso, quello con le maniglie di ottone originali del 1890.

Adele non ha venduto la casa — non ancora, almeno. Ma non si è più presentata con le verdure del cognato, non alla nostra porta. Ci siamo visti tre volte in un anno, sempre a casa sua, sempre lei che tiene in braccio Learco per pochi minuti e poi lo passa via, come se scottasse.

Io non ho mai chiesto scusa a Ilaria per aver taciuto la minaccia della casa. L'ho fatto una sera, tardi, con Learco che dormiva nella culla accanto al nostro letto e il rumore della barca a motore di un vicino che rientrava tardi dal mercato del pesce. Le ho detto tutto, dall'inizio, davanti alla pescheria, le buste che tagliavano le dita di sua madre. Ilaria mi ha ascoltato senza interrompermi, come fa sempre quando sta decidendo quanto essere arrabbiata.

Alla fine ha detto solo: "La prossima volta che qualcuno minaccia qualcosa che è mio, dimmelo subito. Decido io cosa vale di più."

Poi si è girata verso la culla, ha controllato che Learco respirasse bene, e ha spento la luce.

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