Il camice numero quattro all’officina meccanica di via Boccaccio

Faccio la contabile all'officina di Renzo da nove anni, in un capannone dietro il mercato ortofrutticolo di Prato, quello dove il martedì si sente ancora l'odore di cassette di verdura marce anche se il mercato chiude alle undici. Ho visto passare tante famiglie da quella scrivania. Quella di Renzo e Carla l'ho vista rompersi in tre mesi, e l'ho vista aggiustarsi in un pomeriggio, con una cartellina verde che ancora tengo nel cassetto perché mi ha chiesto lei di conservarne una copia.

Carla veniva in officina il sabato mattina a portare il caffè in un thermos, quello vero, fatto con la moka, non quello della macchinetta che sa di plastica bruciata. Trentotto anni, capelli sempre legati perché altrimenti finivano nell'olio motore, e una risata che si sentiva fin dal magazzino dei pezzi di ricambio. Suo marito Massimo lavorava lì da quando l'officina era ancora del padre di Renzo, il vecchio Aldo. Bravo meccanico, Massimo. Le mani sporche fino ai gomiti e la battuta pronta.

Poi Aldo è morto a febbraio, un infarto mentre stava chiudendo la saracinesca, e lì è cominciato il problema.

Io i documenti li ho visti prima di tutti, per forza, li passo io al notaio. L'officina, il capannone, il piazzale con i due elevatori: tutto intestato a Renzo, che di Aldo era il figlio. Normale, uno pensa. Solo che Massimo, in officina, ci lavorava da diciannove anni. E in quei diciannove anni ci aveva messo dentro dei soldi suoi, non solo il lavoro: un elevatore nuovo comprato a rate nel 2015, la diagnostica computerizzata pagata metà e metà con Aldo nel 2019, ricevute che io stessa avevo archiviato. Aldo gli aveva sempre detto, davanti a me, più di una volta: "Quando non ci sarò più, questo posto è anche tuo, non solo di sangue si eredita." Ma detto, non scritto.

Renzo quel discorso non l'aveva mai sentito, o ha fatto finta di non ricordarlo. Il giorno dopo il funerale è arrivato con la cravatta ancora nera e ha chiesto a Massimo il codice del cancello elettrico. Non per cattiveria, credo. Per paura. Aveva trentun anni, un mutuo sulla casa di Campi Bisenzio e adesso un'officina che non sapeva gestire. Ha pensato che tenere tutto stretto fosse l'unico modo per non affondare.

Ha tagliato lo stipendio di Massimo del quaranta per cento "in attesa di ridefinire i ruoli", gli ha tolto le chiavi del magazzino ricambi, gli ha detto che l'elevatore nuovo, quello pagato a metà, ora serviva per "un altro progetto" — un altro progetto che poi ho scoperto essere l'idea di aprire un centro gomme separato, tutto suo, con i soldi che stava spremendo dall'officina del padre.

Massimo non ha detto niente per tre settimane. Continuava a venire alle sette e un quarto, come sempre, con la tuta blu che Carla gli lavava ogni sera in lavatrice separata dagli altri panni perché l'odore di gasolio non si toglieva più. Io lo guardavo dalla scrivania: teneva la schiena dritta per orgoglio, non per forza, e ogni mattina appendeva la tuta allo stesso gancio, quello vicino alla porta, come se niente fosse cambiato.

Carla invece è venuta da me un martedì, non un sabato, senza thermos. Mi ha chiesto se potevo tirarle fuori le ricevute dell'elevatore e della diagnostica. Le ho stampate lì, sul momento, sono sei fogli. Le ha piegate in due e messe nella borsa senza dire una parola sul perché.

Due giorni dopo Renzo l'ha convocata — non Massimo, proprio Carla — nell'ufficio in fondo, quello con la finestra che dà sul piazzale dove tengono le auto in attesa di collaudo. Io ero alla scrivania accanto, la porta socchiusa, e ho sentito quasi tutto perché quella porta non chiude bene da anni, il telaio si è gonfiato con l'umidità.

Carla ha aperto la cartellina e ha messo le sei ricevute sul tavolo, una per una, come si mette giù un mazzo di carte quando hai vinto. Ha detto: "Tuo padre e Massimo hanno comprato quell'elevatore a metà, guarda la data, guarda la firma. Se lo porti via per il tuo centro gomme, o ci restituisci la nostra quota — settemiladuecento euro, la metà esatta — o quell'elevatore resta qui, dove è stato pagato."

Renzo ha provato a dire che erano soldi di suo padre, che i conti dell'azienda erano un'altra cosa, che lei non capiva come funzionava una ditta. Carla non ha alzato la voce. Ha solo tirato fuori dalla borsa il telefono, ha aperto l'app della banca — gliel'ho vista fare, lo schermo era acceso, la cifra si leggeva anche da dove stavo io — e ha detto che se entro venerdì non arrivava un bonifico, chiamava un avvocato del lavoro per la questione dello stipendio tagliato e uno civile per la comproprietà dell'attrezzatura. Aveva già preso appuntamento, mercoledì pomeriggio, studio in via Pistoiese. Non era un bluff buttato lì.

Io in quel momento stavo segnando le ore degli operai su un registro che teniamo ancora a mano, per abitudine di Aldo, e mi sono fermata a metà riga.

Renzo è uscito da quell'ufficio bianco in faccia. Non ha risposto niente, si è chiuso in bagno per dieci minuti buoni. Massimo, che nel frattempo era rientrato da un intervento su una Panda in officina, non sapeva ancora niente. Gliel'ha raccontato Carla quella sera, a casa, mi ha detto lei stessa il sabato dopo, di nuovo con il thermos, di nuovo seduta sulla sedia davanti alla mia scrivania.

Il bonifico è arrivato il giovedì, un giorno prima della scadenza che Carla aveva dato. Settemiladuecento euro esatti, causale "restituzione quota elevatore". L'ho visto io sull'estratto conto aziendale mentre facevo la riconciliazione mensile.

Ma la cosa che ricordo meglio non è il bonifico. È il sabato dopo, verso le nove, quando Massimo è entrato in ufficio — non lo faceva mai, di solito restava in officina — e ha chiesto a Renzo, davanti a me, se poteva riavere le chiavi del magazzino ricambi. Renzo gliele ha date senza guardarlo negli occhi, tenendole per l'anello di metallo come se scottassero.

Non si sono abbracciati, non è successo niente di cinematografico. Renzo ha detto solo: "Lo stipendio te lo rimetto com'era, da lunedì." Massimo ha annuito e se n'è tornato in officina, dove aveva lasciato la Panda sollevata a metà, con la chiave inglese ancora appoggiata sul cofano dove l'aveva lasciata due ore prima.

Io quella cartellina verde con le fotocopie delle ricevute ce l'ho ancora nel secondo cassetto della scrivania, sotto le fatture del 2022. Carla mi ha chiesto di tenerla "nel caso servisse ancora", ha detto proprio così. Non è più servita. Ogni tanto, quando riordino i faldoni e la trovo lì in fondo, la rimetto a posto sotto le stesse fatture e chiudo il cassetto.

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