Il profumo dei girasoli entrava dalla finestra della cucina, ma Marisa non lo sentiva più. Stava tagliando i gambi con le forbici da giardino, uno dopo l'altro, mentre il vaso di ceramica — quello scheggiato sul bordo, che nessuno buttava mai — aspettava sul tavolo di marmo.
«Non dovevi comprarli» disse senza voltarsi.
Suo marito Ettore era fermo sulla soglia, ancora con la giacca addosso. «Erano i suoi preferiti» rispose. «Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere averli in casa, oggi.»
Oggi. Un anno esatto da quando Lucia se n'era andata, portandosi via non solo se stessa ma anche il senso di quella cucina, di quella casa a Orvieto con le tegole rosse e il glicine sul cancello. Sua figlia aveva ventitré anni quando l'auto era uscita di strada sulla provinciale per Todi, alle sei e venti del mattino. Nebbia, dicevano i carabinieri. Nebbia e una curva presa troppo veloce.
Marisa posò le forbici. Le mani le tremavano appena, ma non per il dolore che tutti si aspettavano — per una rabbia che teneva chiusa da mesi, tenendo il conto dei giorni sul calendario in cucina senza dirlo a nessuno.
«Sai cosa mi ha detto ieri tua sorella?» disse infine. «Che dovrei "andare avanti". Come se fosse una strada, una direzione precisa da prendere.»
Ettore posò le chiavi sul mobile dell'ingresso. Il rumore metallico riempì il silenzio tra loro. «Anch'io vorrei saperlo, dove si va avanti» disse. «Io non lo so. Vado in ufficio, torno, mangio due bocconi, dormo tre ore. Non sto andando da nessuna parte.»
«Tu almeno hai l'ufficio.» La voce di Marisa si spezzò appena, poi si riprese, dura. «Io ho questa casa. Ogni stanza. La sua camera che non ho toccato — le scarpe ancora sotto il letto, il caricabatterie attaccato alla presa — i suoi libri sullo scaffale, il suo profumo che ancora sento sul cuscino quando non riesco a dormire e vado a sdraiarmi lì.»
Lui si avvicinò, ma non la toccò. Sapeva che in quei mesi ogni contatto era diventato un rischio calcolato — un abbraccio poteva far crollare l'equilibrio fragile che entrambi si erano costruiti per sopravvivere alle giornate.
«Ho parlato con il dottor Renzi» disse invece. «Quello psicologo che ci aveva consigliato don Paolo. Ho preso un appuntamento, martedì alle diciotto. Per me, prima. Poi, se vuoi, vieni anche tu.»
Marisa lo guardò, e in quello sguardo non c'era sollievo, solo una stanchezza vecchia, quella che si accumula come lo sporco sui vetri quando smetti di pulirli. «E cosa pensi che ti dirà? Che è normale? Che passerà?»
«Penso che mi dirà che devo smettere di fingere di stare bene in ufficio e poi tornare qui e fingere di essere forte per te.» Ettore si sedette al tavolo, vicino ai girasoli mutilati. «Marisa, io non… non ce la faccio più a essere quello che regge tutto. Anch'io sto affondando. Solo che affondo zitto, mentre tu — non lo so, tagli steli con le forbici come se fosse un lavoro da finire.»
Lei abbassò gli occhi sui fiori tagliati troppo corti per stare in piedi nel vaso. Un gesto stupido, meccanico, fatto per avere qualcosa da controllare quando tutto il resto le era sfuggito di mano un anno prima, su una strada bagnata di nebbia.
«Non ho urlato» disse piano.
«Lo so. Ma a volte vorrei che lo facessi.»
Il caffè nella moka, dimenticato da un'ora, si era ormai freddato del tutto. Nessuno dei due si alzò a versarlo.
Marisa raccolse un girasole più corto degli altri e lo posò accanto al piatto di Ettore, come un tempo faceva con i fiori di campo che Lucia le portava da bambina, orgogliosa dei suoi mazzetti storti.
«Vengo anch'io da Renzi» disse. «Ma non prometto niente.»
«Non ti ho chiesto promesse.» Ettore prese il fiore tra le dita, girandolo piano, poi lo posò sul tavolo, dritto, come se contasse ancora qualcosa metterlo in ordine. «Ti ho chiesto solo di non affondare da sola.»
Fuori, il vento di giugno smuoveva il glicine sul cancello, lo stesso che Lucia aveva piantato l'estate prima di partire per l'università, e un ramo batteva piano contro il vetro della finestra, a intervalli irregolari, come un orologio rotto.







