La notte in cui ho caricato Cinzia in macchina sotto il nevischio

C’era un freddo che spaccava i termosifoni, quella sera. Cinzia uscì dall’ufficio alle otto passate, con un cerchio alla testa che pulsava dietro l’orecchio sinistro e la schiena a pezzi per le sei ore di trattative con i fornitori di Brescia. La Panda si spense duecento metri dopo il ponte sulla tangenziale ovest, zona industriale, capannoni bui e un lampione su tre fulminato. Telefono al quattro per cento. Provò tre volte ad accenderlo, poi lo buttò sul sedile del passeggero.

Scese. Il nevischio le entrava nel collo del cappotto e si scioglieva subito, lasciando righe gelate lungo la clavicola. Maledisse la Panda, il diesel annacquato, il meccanico cingalese che le aveva garantito: «Signora, questa macchina va fino a Roma». Va fino al prossimo autovelox, semmai. Nessun taxi in vista, era sera di mercoledì e pure di quelle sbagliate: santi sì, ma non abbastanza da tenere la gente in giro. Si incamminò verso il distributore che ricordava mezzo chilometro più avanti.

La vide dai bidoni dell’immondizia: una sagoma sottile, senza ombrello, che camminava sul ciglio della carreggiata come se la strada fosse sua e le macchine un dettaglio trascurabile. Giubbotto di jeans bagnato, capelli scuri incollati alla faccia. Non rallentava, non guardava i fari.

— Ehi! — gridò Cinzia. Niente. — Ehi, dico a te!

La raggiunse di corsa e le prese il braccio. La ragazza si fermò meccanicamente, senza voltarsi. Aveva gli occhi asciutti e un principio di tremore alle labbra, non dal freddo. Sembrava che stesse camminando da ore. Cinzia la trascinò alla Panda, l’aprì, la spinse sul sedile. Dentro c’era puzza di gasolio e di caffè avanzato, ma niente vento.

— Stai male? Ti senti male?

La ragazza fissò il cruscotto per qualche secondo. Poi, con una voce piatta, come se dicesse l’ora: — Tanto non ho un posto dove andare.

Diceva di chiamarsi Elisa, ventiquattro anni, cresciuta in una comunità per minori a Padova. A diciotto anni il Comune le aveva assegnato un bilocale in periferia, in via delle Mimose. Aveva fatto il professionale per estetiste, lavorava in un centro benessere, pagava l’affitto ridotto e metteva da parte qualcosa. Poi era arrivato Fabio. Anzi: era arrivato Fabio con la moto, il fascino da dj di matrimoni e la sicurezza di chi non ha mai avuto bisogno di spostare un mobile in vita sua.

— Abbiamo convissuto undici mesi, — disse Elisa guardando fuori dal finestrino, dove il nevischio aveva smesso e cominciava a gelare. — Undici mesi in casa mia. Lui dormiva, io andavo a lavorare. Lui fumava sul balcone, io pulivo. Sabato sono tornata prima dal turno e l’ho trovato a letto con una tua coetanea.

Cinzia non corresse il “tua coetanea”, anche se a quarantanove anni la cosa le dava noia. Ascoltava. La storia era che Fabio aveva cambiato la serratura un martedì pomeriggio. Senza preavviso. Senza rispondere al telefono. Elisa aveva suonato, aveva chiamato, aveva sentito ridere dentro. Era rimasta sul pianerottolo con una busta della spesa e lo scontrino del supermercato ancora in mano.

— E la casa? — chiese Cinzia. — È tua. L’assegnazione è intestata a te.

— Lo so. Ma ci sta lui.

— E allora chiami i vigili. Il Comune. Un avvocato, che ne so.

Elisa si strinse nelle spalle. — Ho le chiavi vecchie che non aprono più, il contratto in casa, dentro, e Fabio che dice che se mi avvicino chiede un ordine di allontanamento. Dice che sono violenta, che l’ho minacciato. Non ho niente per dimostrare che non è vero.

Cinzia guardò l’ora sul telefono. Due per cento. Il freddo le aveva intorpidito le dita, ma non la testa. Fece partire la Panda per la terza volta, e la macchina, per miracolo o per paura, si accese tossendo. La lasciò scaldare. Vide una famiglia di aironi, di quelli che al freddo si accucciano sui campi, alzarsi dal bordo della roggia.

— Senti, — disse. — Io stanotte non ti lascio in mezzo alla strada. Dormi da me. Poi, domani mattina alle sette e mezzo, andiamo insieme al Comune e tiriamo fuori la pratica della casa. Siamo in due, non sei più sola. Domani.

Elisa girò appena il capo. Aveva una macchia violacea sul mento, forse un livido vecchio, forse il gelo. Annuì una volta, senza parlare. Cinzia inserì la marcia e la Panda ripartì verso il centro, sferragliando come una caffettiera.

Quella notte Cinzia non chiuse occhio fino alle tre. Sentiva Elisa che si rigirava sul divano letto in salotto, ogni mezz’ora beveva un sorso d’acqua dal bicchiere che Cinzia le aveva lasciato sul tavolino, di quelli con i segni di calcare sul fondo che non mandano via nemmeno con l’aceto. Alle tre e mezza, silenzio. Cinzia restò a guardare il soffitto, e pensava non a Elisa, ma a Fabio: un uomo che non aveva mai visto, mai sentito nominare ventiquattr’ore prima, e che ora le stava simpatico come una multa sulla Panda.

La mattina dopo, le cose andarono come vanno in Italia: il Comune aperto, l’impiegata che digitava con un dito solo, la pratica “in carico” da un mese. Cinzia chiese la visura. Elisa tirò fuori la carta d’identità, il codice fiscale, tutto ciò che aveva in borsa. L’impiegata scandiva i documenti e ogni tanto sospirava. Poi chiamò qualcuno dall’altra stanza.

Mentre aspettavano, Cinzia pagò due caffè alla macchinetta. Li appoggiò sul davanzale. Elisa fissava un moscerino morto tra le piantine di plastica.

— Posso chiederti una cosa? — disse Cinzia.

— Certo.

— Perché camminavi per strada, ieri? Potevi andare da un’amica, in un centro, che so. C’erano mille posti.

Elisa prese il caffè, lo girò tre volte con la palettina. — Perché l’unica cosa che mi sembrava vera era che non avevo più una direzione. Se camminavo, almeno qualcosa si muoveva.

Cinzia non rispose. Stava per dire qualcosa di ragionevole, ma tenne la bocca chiusa. In fondo, ragionevole era pensare che una donna di quarantanove anni non carica sconosciute sotto il nevischio; eppure l’aveva fatto.

L’impiegata tornò con un foglio. Disse che sì, il bilocale risultava ancora intestato a Elisa Barison. Nessun cambio di residenza, nessuna voltura. Il signor Fabio Rizzi risultava domiciliato lì, ma senza titolo. Se la signorina voleva, poteva chiedere l’intervento dell’ufficiale giudiziario. Bastava una domanda, un paio di settimane.

Elisa guardò il foglio come se fosse scritto in cuneiforme. Poi guardò Cinzia. Aveva gli occhi gonfi e una piega nuova sotto il naso, quella che viene quando piangi a lungo e non ti asciughi.

Fu Cinzia a dire: — Prepariamo la domanda.

Tornarono in Panda. Elisa tenne il foglio in mano per tutto il tragitto, senza piegarlo. Ogni tanto lo rileggeva, muovendo le labbra. A un semaforo, Cinzia abbassò il finestrino e buttò il bicchierino di plastica nel cestino. La città puzzava di gelo e di gas di scarico. Il termometro segnava meno tre.

Fabio non si fece vivo per undici giorni. Poi, una sera, il cellulare di Elisa vibrò. Era un numero sconosciuto. Lei rispose in vivavoce, con le mani ferme sul bordo del tavolo della cucina di Cinzia.

— Brava, — disse una voce maschile, bassa, di chi ha appena fumato. — Hai trovato l’avvocatessa.

Cinzia strinse i denti. Elisa non rispose.

— Ma tanto non entri. Hai cambiato la serratura? Ah no, non puoi: è casa mia, adesso. Sai come funziona? Chi vive dentro, dentro resta. Fai pure, tanto ci vogliono anni.

Elisa premette il tasto rosso senza dire niente. Il pollice era bianco. Cinzia avrebbe voluto prendere il telefono e rispondere dall’inizio, ma non lo fece: non era casa sua, né storia sua. Si limitò a mettere una fetta di torta di mele, di quella confezionata del supermercato sotto casa, nel piatto di Elisa. La ragazza la guardò come se non sapesse cos’era.

L’ufficiale giudiziario venne un lunedì. Cinzia si prese un permesso dal lavoro e andò con lei. Era una donna tozza, con un piumino color senape e una borsa di documenti che teneva stretta come un salvagente. Suonò al citofono. Nessuna risposta. Suonò di nuovo, più a lungo. Poi una voce di donna, stanca: — Chi è?

— Ufficiale giudiziario. Dobbiamo parlare con il signor Rizzi.

Silenzio. Poi un passo pesante dietro la porta. Il Fabio della realtà era molto diverso da quello immaginato da Cinzia: più basso, con un accenno di calvizie e la felpa con il cappuccio sporco di unto. Aprì lo spiraglio, senza catenella. Dietro di lui, l’altra. Quella del telefono. Una con i capelli bagnati e la canottiera, in pieno inverno.

— Che c’è? — disse Fabio.

— Lei non ha titolo per restare in questo immobile, — disse l’ufficiale, porgendo i documenti. — L’assegnazione è intestata alla signorina Barison. Deve lasciare l’alloggio.

Fabio guardò il foglio. Lo fece scivolare tra le dita, quasi. Poi guardò Elisa. — Ti sei fatta furba, dici? E chi paga tutto adesso, la tua amica qui? La Mary Poppins col cappotto da ricca?

Cinzia non sapeva di avere le chiavi della Panda in mano, fece un passo avanti e Fabio richiuse un poco lo spiraglio. L’ufficiale, con una calma che non doveva costarle niente, proseguì: — Questa è la notifica della data di sfratto. Ha tempo fino al quindici del mese prossimo. Se non lascia l’immobile, si procede con la forza pubblica.

Il quindici del mese prossimo. Fuori pioveva ghiaccio, un’acqua fredda che sembrava punte di spillo. Cinzia sentì l’umidità attraverso i calzini. Dietro Fabio, la ragazza in canottiera si era messa a piangere, in silenzio, di quelle lacrime che non chiedono niente.

Il giorno dello sfratto, Fabio era già andato via. Non per merito suo: aveva portato via quello che poteva, smontato le tende, staccato un pensile della cucina, svitato il porta asciugamani. Sul pavimento restavano scatole di pizza, un mucchio di vestiti femminili, e sul frigorifero una bottiglia di Sangiovese aperta, con l’etichetta mezza staccata. Elisa entrò per prima, scavalcando un pacco di pannolini, e andò alla finestra del soggiorno. La aprì. L’aria gelata invase la stanza portando odore di pioggia e di fumo di camino.

Cinzia non disse niente per un pezzo. Guardava Elisa toccare il muro dove fino a poco prima c’era stato il mobile. Un gesto da niente, eppure era l’unica cosa che rimandava l’idea di un ritorno.

— Ci pensi mai, — chiese Cinzia, — a quante donne restano fuori, come te? Con la busta della spesa e la serratura cambiata?

Elisa non rispose subito. Poi andò in cucina, aprì il cassetto sotto il lavello e ne tirò fuori un martello vecchio, con il manico di legno annerito. Non lo aveva portato lei; doveva essere rimasto lì da chissà quale inquilino precedente. Lo posò sul tavolo, davanti a Cinzia.

— Domattina vado a ricomprare una serratura nuova, — disse. — E, sai cosa? Fabio si era preso anche le mie federe. Quelle ricamate da mia nonna. Le ho viste in una busta nel suo baule della moto, quando è uscito.

Cinzia guardò il martello, poi il muro, poi di nuovo Elisa. Capì che non era un discorso sulla biancheria. Era il modo di non restare più quella che guarda.

— E se lo vedo parcheggiato sotto casa, — aggiunse Elisa, — gliela cavo io la valvola della moto, non aspetto il giudice.

Nessuna delle due rise. Ma qualcosa, nella stanza, si era staccato dal soffitto: una tensione, forse. Elisa prese il martello e lo rimise nel cassetto, lentamente, con due mani, come un oggetto diventato importante. Poi chiuse la finestra.

Cinzia tornò in ufficio nel pomeriggio. Aveva una montagna di pratiche da firmare, la schiena di nuovo a pezzi, il telefonino carico al trenta per cento. Le arrivò un messaggio: «Grazie. Elisa». Tre parole, nient’altro. Cinzia lo lesse due volte e lo lasciò lì.

Due mesi dopo, Elisa la chiamò. Non per chiedere niente. Disse che aveva smontato la porta del ripostiglio, quella che Fabio aveva danneggiato, e l’aveva portata via con la Panda di sua sorella. Disse che al centro benessere le avevano proposto il turno fisso. Poi aggiunse, con una voce diversa, più secca: — Lui ha provato a risalire in casa domenica. Ha suonato, ha gridato. Io ho chiamato i carabinieri. È sceso prima che arrivassero.

Cinzia ascoltò. Sorrise, ma con la bocca mezza storta, una cosa che le veniva da ragazza quando doveva decidere se uscire o restare in casa a studiare.

— E tu che hai fatto? — chiese.

— Niente, — disse Elisa. — Ho tenuto il telefono in mano e ho aspettato di sentire la serratura. Aveva ancora le chiavi vecchie. Ma io l’ho cambiata. Ha provato due volte, poi ha smesso. Non so se ha capito. A me non interessa.

Cinzia staccò la chiamata e rimase con il telefono al collo, come una sciarpa troppo corta. Quella notte non nevicava più. Il freddo era asciutto, tagliente. Dalla finestra del suo ufficio, al terzo piano, si vedeva la statale che portava verso la tangenziale, e più in là il nulla, appena rotto da qualche auto. Cinzia staccò l’adesivo del distributore di caffè, quello con il prezzo scontato da settanta centesimi, che teneva sul monitor da mesi: lo buttò. Poi scese, andò alla Panda, e prima di partire guardò il sedile del passeggero. C’era ancora un segno umido, di neve sciolta, da quel mercoledì. Oppure se l’era immaginato. Inserì la chiave. La macchina partì al primo colpo.

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La notte in cui ho caricato Cinzia in macchina sotto il nevischio