Non hai bisogno di permesso per invecchiare così

Mi ha fermata al mercato del sabato, davanti al banco della frutta di Renzo, mentre sceglievo le pesche — ne avevo già messe quattro nel sacchetto, tonde e un po' ammaccate da un lato. Aveva forse ventidue anni, uno zaino con la scritta sbiadita di un festival, e mi ha chiesto, con la naturalezza di chi non pensa che la domanda possa ferire:

— Ma lei come si sente, a essere ormai anziana?

Mi sono fermata con una pesca in mano, il pollice che ne premeva la buccia vellutata. Non me lo aspettavo. Lei ha visto la mia faccia e si è messa a scusarsi, tutta rossa, biascicando qualcosa su "non volevo, mi scusi davvero". Le ho detto di stare tranquilla, che avevo solo bisogno di un secondo per rispondere bene, non male. Ho pagato le pesche — tre euro e venti, Renzo mi ha fatto lo sconto sulle ammaccate — e le ho detto: aspetti un attimo, che le racconto una cosa vera invece di una frase fatta.

Le ho parlato di mia sorella Rosanna, che se n'è andata a cinquantotto anni, un febbraio di dodici anni fa, prima ancora di sapere cosa vuol dire non dover più giustificarsi con nessuno. Alla ragazza ho detto solo questo: che io le pesche a settantun anni le scelgo ancora una per una, toccandole tutte, e che questo, per come la vedo io adesso, vale più di qualsiasi crema.

Lei è rimasta lì, con lo zaino sulle spalle, e mi ha chiesto se potevo raccontarle ancora qualcosa, mentre camminavamo verso l'uscita del mercato. Ho detto sì, ma cammini con me fino al banco dei fiori, che devo comprare i gerani per il balcone.

Le ho raccontato dello specchio del bagno di casa mia, in via Solferino, quello con la cornice dorata comprata al mercatino di Sant'Orsola trent'anni fa. Certe mattine mi ci guardo e per un secondo non riconosco la donna che ha più rughe di quanto ricordassi e ciocche bianche che non tingo da anni. Ma non mi ci fermo su: sposto lo sguardo, verso il caffè che borbotta in cucina, e vado avanti.

Non lavo più la tazza subito dopo colazione, se non ne ho voglia. Ieri mi sono tagliata una seconda fetta di torta di mele — quella con la cannella, la ricetta di mia madre — per accompagnare il caffè delle dieci, e non mi sono sentita in colpa nemmeno per un secondo. Ho una camicia a fiori arancioni che mia nuora dice essere "troppo per la mia età", e la indosso il martedì per andare a fare la spesa, tanto per dispetto.

Alla ragazza, tra i banchi dei fiori, ho raccontato anche di Ercole, il mio gatto, che se n'è andato dopo sedici anni insieme, un pomeriggio di dicembre, sul cuscino vicino al termosifone. Mi si è chiusa la gola mentre lo dicevo, e mi sono accorta che stavo stringendo il sacchetto delle pesche troppo forte. Ho aperto la mano, ho respirato, e le ho detto: guardi, quel dolore lì non se n'è mai andato del tutto, ma mi ha insegnato a godermi un pomeriggio di sole senza pensare a cosa devo ancora fare.

Le ho raccontato che ballo da sola in salotto, certe sere, sulle canzoni di quando avevo vent'anni — Mina, soprattutto, quella dell'estate del 1974 — con le calze antiscivolo sul pavimento di legno, e nessuno che mi guardi storto.

Le ho raccontato di Sestri Levante, dell'estate scorsa, quando sono entrata in acqua con il costume intero color prugna che ho comprato da Cisternino sul lungomare, il corpo che ormai non assomiglia più a quello delle foto del matrimonio. Un gruppetto di ragazzi sui vent'anni mi ha guardata con un sorrisetto mentre mi toglievo il pareo. Io ho tirato dritto verso l'acqua, e sono rimasta dentro finché non mi sono venute le labbra viola dal freddo.

Chi si preoccupa più, oggi, se leggo fino alle due di notte con la lampada da lettura di mio marito, morto sette anni fa, ancora accesa sul comodino dalla sua parte del letto? Nessuno.

Siamo arrivate al banco dei fiori. Ho scelto tre vasi di gerani rossi, ho pagato — dodici euro, contanti — e lei mi ha aiutata a portarli fino alla macchina, una Panda del 2011 parcheggiata storta in via Ugo Bassi. Prima di salutarmi mi ha chiesto se potevamo scambiarci il numero, così magari un'altra volta prendevamo un caffè insieme.

Le ho dato una delle pesche del sacchetto, quella più matura, e le ho detto: la mangi oggi stesso, che domani è già passata. Poi le ho scritto il mio numero su un tovagliolino di carta preso dal banco del panificio, perché non avevo altro.

Sono tornata a casa con i gerani sul sedile del passeggero e le pesche che rotolavano nel sacchetto a ogni curva. Ho messo i vasi sul balcone, ho annaffiato le violette, e mi sono seduta con il caffè in mano a guardare Bologna che si preparava alla sera. Il telefono è rimasto in silenzio tutto il pomeriggio. Ma quando ha vibrato, verso le sette, era un messaggio della ragazza: "Grazie della pesca. Era buonissima."

Le ho risposto solo: "Lo sapevo."

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