Marina Ferretti conta le mattonelle del corridoio mentre aspetta. Sedici, dal bancone della notaia alla porta a vetri. Le ha già contate tre volte, ma le mani hanno bisogno di fare qualcosa mentre la testa ripassa i numeri.
Trentasettemila euro. È quello che sua sorella Elisa ha investito in un monolocale a Hurghada, in Egitto, tre anni fa — un piccolo appartamento in un residence sul mare, comprato "per la pensione", diceva lei, "per quando saremo vecchie e stanche di Rimini in inverno". Marina ci ha messo la sua parte: dodicimila euro, tutto quello che aveva risparmiato lavorando in farmacia a Cesena per otto anni. L'accordo era semplice, scritto su un foglio, mai passato da un notaio vero: proprietà divisa, uso alternato, e se una delle due avesse voluto vendere, l'altra aveva diritto di prelazione.
Ora Elisa vuole vendere. Da sola. Ha già trovato un compratore.
Marina lo scopre per caso, scorrendo un gruppo Facebook di italiani con casa in Egitto — qualcuno ha condiviso l'annuncio. Foto del salotto che conosce a memoria, il balcone con la ringhiera bianca, la piscina del residence Aqua Infinity vista dall'alto. Prezzo: ventiquattromilacinquecento dollari. Sotto, in descrizione, tutto scritto come se l'appartamento fosse di una sola persona: "vendo il mio monolocale, area Nord di Hurghada, quartiere El Ahyaa, secondo piano, trentasette metri quadri, cucina a vista, bagno, balcone, arredato, climatizzatore e scaldabagno inclusi, spese di manutenzione pagate fino al 2029."
Marina rilegge tre volte "il mio".
Chiama Elisa quella sera stessa. Risponde al terzo squillo, con la voce di chi sta guardando la televisione — si sente in sottofondo un quiz, le urla del pubblico.
«L'ho visto» dice Marina. Non un saluto, niente.
«Cosa hai visto.»
«L'annuncio. Quello del monolocale.»
Un silenzio breve, poi Elisa abbassa il volume del televisore. «Dovevo dirtelo, lo so. Ma tu non lo usi mai, Marina. Sono tre anni che ci vado solo io.»
«Perché tu puoi permetterti i voli, io no. Non vuol dire che la casa sia solo tua.»
«Ho bisogno dei soldi. Matteo ha bisogno di un intervento al ginocchio, quello privato, dieci mesi di lista d'attesa altrimenti.» Matteo è il figlio di Elisa, sedici anni, gioca a calcio nella squadra giovanile di Cesenatico. «Pensavo di darti la tua parte dopo, con calma.»
«Con calma quanto?»
Elisa non risponde subito. «Non lo so ancora.»
Marina chiude la chiamata guardando fuori dalla finestra della cucina. Sotto, in via Cavour, un uomo porta a spasso un cane bastardino che si ferma ogni due metri ad annusare i tombini. Il forno del panificio all'angolo tiene ancora accesa la luce, anche se sono le nove passate — l'odore di pane caldo arriva fin lassù, al terzo piano, quando la finestra è aperta come stasera.
Passano dodici giorni. Marina prova a richiamare, manda messaggi. Elisa risponde a monosillabi, poi smette di rispondere del tutto. L'annuncio resta online, il prezzo scende una volta — da ventiquattromilacinquecento a ventitremila — segno che qualcuno sta trattando.
È allora che Marina va dalla notaia. Non quella di famiglia, un'altra, consigliata da un'amica che lavora in banca — la dottoressa Renata Cioni, studio in centro, sopra una gioielleria. Marina porta con sé il foglio scritto a mano tre anni prima, le ricevute dei bonifici — dodicimila euro versati in due tranche sul conto della gestione egiziana dell'immobile — e gli screenshot dell'annuncio.
La dottoressa Cioni legge tutto in silenzio, poi si toglie gli occhiali. «Il problema» dice «è che questo foglio non ha nessun valore legale in Egitto. E probabilmente nemmeno qui, se lei non riesce a dimostrare il collegamento tra i bonifici e l'acquisto specifico.»
«Ma i bonifici ci sono.»
«Ci sono. E la causale?»
Marina cerca nel telefono. Legge ad alta voce: "quota Hurghada". Niente di più.
La notaia annuisce piano. «Non è granitico, ma è qualcosa. Le consiglio di mandare una diffida formale a sua sorella, tramite me, prima che la vendita si concluda. E di contattare l'agenzia egiziana che gestisce la proprietà — di solito, per il trasferimento del contratto, serve una firma di tutti gli intestatari, o una procura.»
«E se lei ha già firmato per me? Ha la mia carta d'identità, l'ha fotocopiata quando siamo andate insieme la prima volta.»
Il silenzio della notaia questa volta dura di più.
La diffida parte tre giorni dopo. Marina la firma nello studio, con la penna che le trema appena — non per paura, ma perché non ha mai fatto niente del genere contro sua sorella, in trentaquattro anni di vita l'unica lite vera era stata per un vestito da damigella, quando Elisa si era sposata a Cervia nel duemilaquindici.
La risposta arriva non da Elisa, ma da un numero egiziano, su WhatsApp. È il gestore del residence, un certo Youssef, che scrive in un italiano incerto ma chiaro: la vendita è bloccata, l'agenzia richiede la firma di entrambe le intestatarie per procedere con il trasferimento del contratto, la quota di trasferimento di trecentoquaranta euro resta in sospeso finché la questione non si chiarisce.
Elisa richiama quella sera. Questa volta è lei a parlare per prima, e la voce non ha più il tono di chi guarda la televisione.
«Hai fatto bloccare tutto.»
«Ho fatto valere quello che è mio.»
«Sono io che ho gestito l'appartamento per tre anni, che ho pagato le utenze quando il contatore dell'acqua si è rotto, che ho parlato con l'amministrazione ogni volta che c'era un problema. Tu non hai fatto niente.»
«Perché non mi hai mai chiesto di fare niente. Mi hai chiesto solo i soldi, all'inizio, e li ho dati.»
Un lungo respiro dall'altra parte. Poi, più piano: «Matteo ha l'intervento fissato per settembre. Se non vendo, dove li prendo i soldi?»
Marina guarda la fotografia sul frigorifero — lei ed Elisa da bambine, sulla spiaggia di Milano Marittima, con i costumi a righe uguali comprati dalla nonna. Non la stacca, non la guarda più di un secondo.
«Non ti sto dicendo di non vendere» risponde. «Ti sto dicendo che si vende insieme, o non si vende. La mia parte vale dodicimila, più tre anni di rivalutazione. Se vuoi comprare tu la mia quota, discutiamone con un prezzo giusto. Altrimenti vendiamo a chi ha fatto l'offerta, e dividiamo secondo le firme dei bonifici.»
Passano altre due settimane. Youssef manda foto del contratto originale, quello che l'agenzia egiziana conserva in ufficio — e lì, nero su bianco, ci sono due nomi: Ferretti Marina e Ferretti Elisa, cinquanta e cinquanta.
L'incontro finale avviene nello studio della dottoressa Cioni, un martedì di fine luglio, con l'aria condizionata che ronza troppo forte e una scatola di fazzoletti sul tavolo che nessuna delle due tocca. Elisa firma la procura per la vendita congiunta. L'acquirente — una coppia di pensionati bolognesi — paga ventitremila dollari, l'agenzia trattiene la commissione, i trecentoquaranta euro di trasferimento vengono divisi a metà.
Sul conto di Marina arrivano undicimilacinquecento euro, più duemilatrecento che Elisa le versa separatamente come riconoscimento della rivalutazione — non tutto quello che avrebbe potuto chiedere, ma quanto basta perché il conto, finalmente, torni.
Escono insieme dallo studio. Fuori, il sole di luglio scotta sull'asfalto di corso Garibaldi. Elisa si ferma davanti al portone.
«L'intervento di Matteo è confermato per il quindici settembre» dice.
«Bene» risponde Marina, e comincia a camminare verso la macchina, senza aspettare se la sorella la segue o no.







