Il conto tondo

Il regalo di mio genero per la mia pensione stava lì da tre giorni. Una busta bianca, senza biglietto, che sapeva di cartoleria e di fretta. L'avevo appoggiata sul tavolo all'ingresso, sotto il portacenere di vetro che non uso mai perché non fumo dal 2007. Ogni volta che passavo, la guardavo. Non per curiosità. Più per stanchezza.

Avevo sessantacinque anni compiuti da una settimana. Meglio: da una settimana ero in pensione. Quarantadue anni a insegnare ragioneria all'istituto tecnico di Verona. L'ultimo giorno mi avevano regalato una targa con su scritto "alla prof.ssa Galvani" e una macchinetta del caffè a capsule che non ho ancora tolto dalla scatola. La festa vera l'aveva organizzata mia figlia Chiara al circolo del tennis a Borgo Trento, perché a giugno lì si sta freschi la sera. C'erano le colleghe, due cugine da Legnago, il fratello di mio marito e i nipoti: Tommaso, il grande, che ha già dieci anni e corre come un matto tra i tavoli, e la piccola Elisa, in braccio a Chiara, che ha compiuto un anno appena a maggio. E c'era lui, mio genero, con la sua busta bianca.

Parto da una premessa: Federico non è un uomo cattivo. È un uomo silenzioso. Di quelli che a cena rispondono "buona" e poi tornano a guardare il telefonino. Lavora in una ditta di software a San Giovanni Lupatoto, guida una Golf grigia, fa il caffè con la moka e la lascia sul fuoco acceso anche quando il caffè è già salito. Da undici anni, da quando Chiara lo ha portato a casa la prima volta, io e lui ci parliamo per frasi di cortesia. "Buonasera." "Grazie." "Le passo Chiara." Niente di più. E va bene così. Chiara lo ama, i bambini lo adorano, e io non sono tipo da voler piacere a tutti i costi.

Però quel regalo mi dava fastidio. Non per il gesto in sé. Per il modo in cui me l'aveva dato: all'uscita dal circolo, mentre Chiara caricava i bambini in macchina, me l'aveva messo in mano e aveva detto solo: "Tenga. Per la pensione." Senza fermarsi. Senza aggiungere altro. Come si fa con un corriere che lascia un pacco al portone e firma da solo.

La domenica pomeriggio, con la casa finalmente vuota, ho preso la busta e sono andata in cucina. Ho messo su il caffè. Dall'altra parte del cortile, la signora Dora stendeva le lenzuola e cantava qualcosa di Vasco Rossi. Pioveva piano, di quel vapore estivo che a Verona rende l'asfalto lucido come carta bagnata.

Ho aperto la busta.

Dentro c'era un quaderno. Uno di quelli a quadretti piccoli, con la copertina nera e gli angoli bianchi, da prima media. In alto, con un pennarello nero, Federico aveva scritto: CONTABILITÀ DI UN DEBITO.

Sono rimasta un momento con il quaderno in mano. Poi l'ho aperto.

Prima pagina. La calligrafia era la sua: stretta, precisa, con le a che sembrano u. C'era una data in alto: 12 ottobre di undici anni fa. E sotto, la prima voce di spesa:

«Cena a casa di mia suocera. Ha cucinato per me. Non mi ha chiesto mai se vado a messa. Costo: non calcolabile.»

Ho girato la pagina.

«Mi ha prestato i soldi per la caparra del bilocale. 3.500 euro. Non li ho mai restituiti. Non me li ha mai chiesti.»

Poi ancora:

«Ha tenuto Tommaso con la febbre quando Chiara aveva la riunione. Ore: sette. Costo in tempo: non calcolabile.»

Continuavo a girare le pagine. Il caffè si è fatto scuro e freddo nella tazzina.

C'erano quaranta voci. Quaranta "debiti" che Federico aveva segnato per undici anni. Ogni voce aveva un importo in ore, in euro, in favori. E ogni voce finiva con la stessa formula: «Saldo: non pervenuto.»

All'ultima pagina aveva scritto:

«Il mio regalo di pensione è un conto che ho aperto. Le ho portato la firma la settimana scorsa, quando le ho chiesto la carta d'identità per "una pratica del condominio": era una scusa, mi serviva per lei. Intestato a lei, prof.ssa Galvani. Dentro ci sono 4.800 euro. Servono a chiudere il debito materiale. Per il resto non ho abbastanza anni per saldare. Ma smetto di fingere che non esista. Federico.»

Ho chiuso il quaderno. L'ho riaperto. Ho letto di nuovo la voce che diceva: «Il giorno del funerale di papà, non ho saputo dirle niente. Le ho lasciato due chili di mele sulla credenza. Costo: non calcolabile.»

Mi sono alzata. Ho tolto la tazzina dal tavolo e l'ho messa nel lavandino. Poi sono uscita con il quaderno in mano, in cortile, sotto la pioggia sottile.

Dora mi ha vista. Ha smesso di cantare. Mi ha chiesto se andava tutto bene. Le ho fatto un cenno con la mano, niente di più, e sono rientrata: certe cose non si spiegano da un balcone all'altro.

Il lunedì mattina sono andata in banca. In via Mazzini. Ho preso il numero, mi sono seduta, ho aspettato. Davanti a me c'era un ragazzo che continuava a premere la biro. Quando è arrivato il mio turno ho chiesto all'impiegata: "Vorrei verificare un conto corrente appena aperto." Le ho dato il nome di Federico. Lei ha digitato, mi ha chiesto un documento, ha controllato la mia firma su una carta che ricordavo vagamente di aver dato — sì, quella "pratica del condominio" — e ha detto: "Confermo, conto cointestato a lei. Saldo: 4.800 euro."

4.800 euro. Mi ha fatto quasi sorridere. Per undici anni di cene e di bambini con la febbre, per tutto quel tappeto di giorni in cui io pensavo di essere tollerata, Federico aveva scelto una cifra tonda, come un cliente di un negozio di elettrodomestici.

Sono uscita dalla banca. Avevo anche il contratto del conto, stampato, caldo di toner. Per strada ho passato davanti al bar dove una volta Chiara faceva i compiti con la cioccolata. Non c'è più. Al suo posto c'è una rosticceria.

A casa ho preso una decisione. Non dovevo parlare con Chiara. Non dovevo telefonare a Federico. Dovevo fare una cosa che io so fare: un passaggio di proprietà.

Il giovedì sera sono andata a cena da loro. A casa loro, in Borgo Roma, con il salotto ingombro di giochi e la tv accesa su un quiz. Dopo mangiato, mentre Chiara metteva a letto i bambini, ho detto a Federico: "Vieni un attimo in cucina, devo mostrarti una cosa."

Lui ha spento il telefonino. È venuto. C'era la luce al neon del corridoio che tremava, e lui sotto quella luce sembrava più vecchio di quarantatré anni.

Ho posato sul tavolo il quaderno nero.

Federico è rimasto fermo. Ha guardato il quaderno, poi ha guardato me. Si è messo le mani in tasca e le ha tirate fuori subito. Non sapeva dove mettersi.

"L'ho letto," gli ho detto.

"Sì."

"Non dovevi."

"Non ti ho mai restituito quei soldi."

"Lo so."

"Non ti ho mai detto nemmeno grazie. Nemmeno per il funerale."

"No."

Ho aperto il quaderno all'ultima pagina. Ho preso la penna che era appesa al calendario della Coop. E ho scritto sotto la sua ultima riga, con la mia calligrafia larga:

«Debito non riconosciuto. Nessuna somma dovuta. La signora Galvani dichiara il conto tondo chiuso il 3 luglio. Destinazione: libretto di risparmio per Elisa.»

Ho strappato la pagina. L'ho piegata in quattro. L'ho infilata nel taschino della camicia di Federico.

Lui ha preso fiato. Ha detto: "Io non…"

"Ascolta, Federico. Io non ti ho mai fatto un prestito. Ti ho dato una mano. È un'altra contabilità."

Poi ho aggiunto: "Quei 4.800 euro vanno a tua figlia. Io non li voglio. Quando Elisa farà diciotto anni, ci sarà una piccola cifra e un biglietto: 'Da parte di nonna Rina, per i libri o per i treni.' Fine."

Federico è tornato indietro verso la parete. Ha appoggiato la schiena al frigo. Il frigo ha vibrato. Stava pensando qualcosa che non ha detto. Poi ha detto solo: "Posso fare il caffè?"

Ed è lì, mentre prendeva la moka e la metteva sul fuoco, che ho visto il quaderno restare aperto sul tavolo. C'era una macchia d'acqua sulla copertina. Forse pioggia. Forse qualcosa di mio.

Ho allungato la mano e l'ho chiuso.

Poi siamo rimasti in piedi, uno di fronte all'altra, ad aspettare che il caffè salisse. Lui ha guardato il fuoco. Io ho guardato la macchia sul quaderno. E quando la moka ha cominciato a borbottare, Federico ha spento il fornello.

Mentre tornavo a casa, ho contato i lampioni accesi in via Sansovino. Non lo so perché li contavo. Sono arrivata al portone, ho posato la borsa sul tavolo dell'ingresso, proprio dove per tre giorni era rimasta quella busta bianca. E per la prima volta in undici anni, tornando da cena da loro, non ho acceso la radio in macchina.

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