La riunione di condominio era già in corso quando sono entrata nel salone al piano terra di via dei Cipressi. Sul tavolo di mogano, accanto ai registri dell'amministratore e a una pila di ricevute, qualcuno aveva posato la vecchia cassetta della posta di mio padre. Gialla, ammaccata su un lato, con il coperchio storto e una macchia di vernice rimasta da quando, tredici anni fa, papà l'aveva ridipinta da solo sul balcone di casa.
La osservavo da dieci minuti e non capivo perché stesse lì, sotto il lampadario a tre bracci, come un oggetto confiscato. La cassetta era chiusa, ma il gancio era sollevato. Qualcuno l'aveva aperta.
Accanto a me, una sedia rimase vuota. Mio marito Riccardo era in piedi dall'altra parte del tavolo, vicino alla signora Valbonesi del quinto piano. Non accanto a me. Vicino a lei. Il particolare mi fece stringere la borsa contro lo stomaco.
— Spiegaci tu, Olimpia — disse la signora Valbonesi, spingendo la cassetta verso di me con due dita, come se scottasse. — C'è una lettera. Riguarda la cantina.
Intorno al tavolo, gli altri condomini smisero di commentare il preventivo per il tetto. Undici persone, forse dodici, tutte con lo sguardo puntato su di me.
— Di che lettera parli? — chiesi.
La Valbonesi estrasse una busta dalla tasca del cardigan. Niente francobollo, niente indirizzo. Solo il mio nome, scritto con una calligrafia che conoscevo come il mio respiro. Quella di mia sorella Clara.
Clara, che non mi parlava da due anni. Clara, che dopo la morte di nostro padre aveva passato mesi a dire in giro che il bilocale di via dei Cipressi avrebbe dovuto toccare anche a lei. Ma papà l'aveva intestato a me. E questo, per Clara, era diventato un tradimento.
L'amministratore si schiarì la gola.
— La signora Valbonesi ha insistito perché se ne parlasse in assemblea. La lettera sarebbe stata trovata nella tua cassetta.
— Nella mia cassetta — ripetei. — E chi l'ha aperta?
Nessuno rispose. Finché Riccardo non fece un passo avanti.
— L'ho aperta io. Ho pensato fosse urgente.
Lo guardai. Non sembrava imbarazzato. Sembrava preparato. Come uno che aveva già provato la scena davanti allo specchio.
— Urgente — dissi. — E invece di portarmela, hai aspettato la riunione.
— Ho pensato fosse giusto parlarne davanti a tutti.
Il signor Bortolotti del secondo piano prese la parola, con la sua solita lentezza di chi pesa ogni coniugazione del verbo.
— Se riguarda la cantina, riguarda tutti, no? La cantina è spazio comune nel riparto.
La cantina. Ci tenevo le cose di mio padre: due scatoloni di libri, una lampada rotta, il vecchio baule grigio con cui era arrivato in questa città nel 1968, dall'officina di Catanzaro alla fabbrica di Forlì. L'ultima volta che l'avevo aperto risaliva a due mesi prima, quando ero scesa a cercare le sue lettere per l'anniversario della morte. Avevo riguardato tutto, riordinato le cartelline, richiuso con lo stesso gesto con cui si chiude un cassetto che fa male aprire.
La Valbonesi estrasse il foglio dalla busta.
— Leggo solo un passaggio — disse. — Così capite perché non è una faccenda privata.
— Non hai alcun diritto — dissi.
— Ce l'ho, se nel testo si parla di un bene comune.
E lesse. Clara scriveva che in cantina c'erano documenti che provavano che il bilocale di papà non spettava solo a me. Che io avevo nascosto carte. Che avevo mentito alla mia famiglia. Ogni parola era quella giusta per farmi odiare da undici sconosciuti.
Una donna del terzo piano commentò a mezza voce:
— Io l'avevo sempre detto che quella faceva la silenziosa.
Qualcuno ridacchiò. Io ero rimasta in piedi, con la borsa così stretta al petto che la fibbia mi segnava il braccio.
La lettera era autentica. L'aveva scritta Clara, su questo non avevo dubbi. Ma la storia era montata al contrario. Clara non l'avrebbe mai scritta da sola. Non in quel tono. Da mesi Riccardo premeva perché vendessimo l'appartamento. Diceva: è vecchio, il quartiere non vale niente, con quei soldi apriamo l'attività. Io avevo sempre detto di no. Quel bilocale era l'unica cosa che mi restava di papà. Lui lo sapeva.
Ora capivo che Clara era stata convinta da qualcuno che in cantina c'era qualcosa di compromettente. E quel qualcuno, nel frattempo, si era messo in piedi al centro del salone con il mento sollevato, come uno che sta per vincere.
— Apri la cantina, Olimpia — disse Riccardo, abbastanza forte perché tutti sentissero. — Se non hai niente da nascondere, aprila.
La Valbonesi fece un mezzo sorrisetto, il gesto di chi non ha nemmeno bisogno di aggiungere altro.
E fu lì, davanti a quel tavolo, che capii anche il suo ruolo. Suo figlio Giacomo, quello che aveva lasciato i corsi all'accademia e diceva di voler aprire uno studio di registrazione, da mesi girava per il palazzo domandando della cantina. La voleva. E Riccardo, evidentemente, gliel'aveva promessa.
— Va bene — dissi.
Nel salone scese un silenzio nuovo, diverso, uno di quelli che ti fanno sentire il ticchettio dell'orologio a muro.
— Aprite — continuai. — Venite tutti.
Scendemmo in cortile come una piccola processione. Davanti l'amministratore, dietro di lui i condomini, la Valbonesi a braccetto con Riccardo, io per ultima. Sopra di noi, il cielo di novembre era teso come un telone, di un grigio che nemmeno la luce del lampione al sodio riusciva a scaldare.
Inserii la chiave nella serratura della cantina numero sette. L'odore di polvere e legno vecchio mi venne addosso e per un momento mi tornò davanti papà, seduto sullo sgabello, con la radiolina che gracchiava le partite della domenica. Il baule grigio era nell'angolo, dietro due sedie impilate, esattamente dove l'avevo lasciato io due mesi prima.
— Eccolo — disse Riccardo, indicandolo prima ancora che spostassi le sedie.
Mi fermai con la mano sulla maniglia della cantina.
— Come fai a sapere che è quello?
— Me l'avevi detto tu.
Non gliel'avevo mai detto. In quella cantina Riccardo non era mai sceso, in cinque anni di matrimonio, nemmeno per portarmi giù uno scatolone. Lo guardai un secondo di troppo, e lui distolse gli occhi verso l'amministratore, come per cercare un appoggio che non arrivò.
Aprii il baule davanti a tutti. Dentro non c'erano prove contro di me. C'erano fotografie in bianco e nero, una vecchia agenda con i numeri di telefono della mia infanzia, e tre cartelline legate con un elastico.
La Valbonesi si sporse in avanti.
— Ecco i documenti.
— Sì — dissi. — Ma non quelli che speri tu.
Slacciai la prima cartellina. Conteneva copie di pagamenti che mio padre aveva fatto per anni a favore di Clara: rate del mutuo, bollette, il contributo per la riabilitazione dopo l'incidente, e una nota manoscritta con tutte le date. Somme che Clara aveva sempre negato di aver ricevuto.
Poi aprii la seconda cartellina. C'era una lettera di mio padre, indirizzata a me.
La lessi ad alta voce, tenendo il foglio con entrambe le mani perché non si vedesse che tremava.
— Lascio la casa a Olimpia perché è l'unica che non ha mai chiesto nulla. Se un giorno dovessero accusarla, voglio che sappia che la verità è scritta qui.
Nessuno fiatava. La Valbonesi si era fatta di un color spumone.
— E i seicento euro? — chiesi io stessa, guardando dritto Riccardo. — Vuoi spiegarli tu, o li spiego io?
Lui non rispose. Ma il suo silenzio era già una risposta, e tutti nel cortile lo capirono.
La sera prima avevo controllato l'estratto conto online, dopo aver notato un movimento strano sulla carta che condividevamo per le spese di casa. Due bonifici da trecento euro ciascuno, a distanza di dieci giorni, verso un conto intestato a Clara. La causale diceva soltanto "prestito". Avevo fatto una fotografia allo schermo con il telefono, senza sapere ancora cosa farci.
La mostrai all'amministratore, poi la feci girare, tenendo il telefono ben saldo perché nessuno potesse strapparmelo di mano.
— Questo è il motivo per cui siamo qui stasera. Non l'eredità, non la cantina. Seicento euro. Tanto è costato far scrivere a mia sorella una bugia da leggere davanti al palazzo.
Riccardo fece un passo verso di me.
— Olimpia, posso spiegare.
— L'hai già fatto. Hai spiegato tutto quando ti sei messo accanto a lei, non a me. E hai spiegato ancora di più quando hai indicato quel baule prima che io lo toccassi.
Il signor Bortolotti si tolse il berretto di lana e lo ripiegò in quattro, come se volesse darsi un contegno. Poi disse, a voce bassa:
— La cantina resta alla signora. Questa sera abbiamo assistito a una cosa brutta.
La Valbonesi provò a svignarsela per prima, ma l'amministratore le disse che la pratica per il cambio d'uso della cantina era chiusa. Suo figlio Giacomo non avrebbe avuto nulla.
Riccardo salì in casa a prendere le sue cose quella sera stessa. Riempì due borse e uno scatolone, lasciò la chiave sul mobiletto dell'ingresso. Non lo fermai. Aveva ancora la collottola sudata e la camicia stropicciata all'altezza dei gomiti, e non so perché fu proprio quel dettaglio a farmi più rabbia: non era riuscito nemmeno a portare a termine il suo piano con un po' di decoro.
Clara mi chiamò due giorni dopo, mentre stavo in cucina con una tazza di tè alle erbe. Piangeva. Diceva che Riccardo le aveva raccontato che io avevo falsificato le carte di papà, che l'avevo tenuta fuori dai soldi, che se solo avesse visto la cantina avrebbe capito. Diceva: ti prego, perdonami.
Non le dissi né sì né no. Le dissi soltanto: papà pagava le tue rate anche quando non chiamavi per settimane, e mi toccava andare a trovarlo per sentire che stava bene.
Poi ho fatto una cosa concreta.
Il lunedì sono andata dal notaio Tassinari, in centro, e ho firmato una dichiarazione sostitutiva con cui disponevo che la cantina restasse vincolata all'appartamento. Non potrà mai essere ceduta, affittata o usata da terzi senza il consenso scritto di entrambe le sorelle. Ho pagato centottanta euro di diritti e ho chiesto tre copie autenticate: una per me, una da mandare a Clara, una da depositare dall'amministratore.
Quando sono uscita dallo studio, c'era un uomo che vendeva caldarroste in piazza. Ne ho comprato un cartoccio da cinque euro e sono rimasta seduta dieci minuti sulla panchina, con i gusci caldi nella carta, a guardare i piccioni che giravano intorno ai tavolini del bar di fronte.
La cassetta gialla è ancora appesa alla porta di casa. L'ho lasciata lì. Ho raddrizzato il coperchio con un colpo secco e ci ho appiccicato sopra un'etichetta con il mio nome, scritto a caratteri grandi: OLIMPIA FERRANTE. Nessuno, passandoci davanti, può più far finta di non saperlo.







