# Riorganizzazione senza ritorno

Mi chiamo Barbara Colombo, ho sessantun anni e da ventitré lavoro come receptionist in un ambulatorio del quartiere San Salvario a Torino. Da quello sportello ho visto più drammi altrui di quanti ne veda uno psicologo — la gente viene a ritirare i referti e nel frattempo parla al telefono come se io non esistessi. Quel sabato, il ventitré agosto, avevo il turno del mattino e mi stavo versando il secondo caffè dal thermos, quando alla reception si è seduta una donna con una borsa piena di volantini pubblicitari — qualcuno li distribuiva alla fermata del tram numero quattro, proprio davanti all'ingresso.

Si chiamava Renata, aveva quarantadue anni, era venuta a ritirare il certificato vaccinale della figlia. Ma invece di aspettare in silenzio, ha composto un numero e ha iniziato a parlare — ad alta voce, senza il minimo imbarazzo, come se tutta la sala d'attesa fosse casa sua.

— Mamma, di' a Enrico che domani non vengo — ha detto al telefono. — No, perché ho il corso. L'ho pagato ottocentoventi euro con lo stipendio mio, e la prima lezione è domani alle dieci.

Dall'altra parte qualcuno evidentemente stava urlando, perché Renata ha allontanato il telefono dall'orecchio, ha fatto una smorfia e ha sospirato così forte che l'anziana seduta accanto a lei, con il bastone, l'ha guardata con disapprovazione.

Io non avevo intenzione di origliare — semplicemente ero seduta a un metro da lei, dietro il vetro, e inserivo i codici fiscali nel sistema. Ma quando qualcuno urla al telefono in una sala d'attesa, è difficile non sentire.

Dalla conversazione, che ho colto a pezzi, risultava che il marito di Renata, un certo Enrico, aveva una sorella di nome Chiara, che aveva due bambini piccoli e viveva a Mirafiori. Il marito di Chiara era partito per una trasferta a Bologna per tutta la settimana, e la suocera — la madre di Enrico — aveva chiamato annunciando che doveva essere Renata, domani, ad andare dalla cognata a badare ai bambini, perché Chiara "era sull'orlo di un esaurimento nervoso".

— No, mamma, capisco che è dura per lei — diceva Renata, sempre più piano, accorgendosi che la gente la guardava. — Ma io aspetto da tre mesi questo corso di progettazione di giardini. Non è un capriccio. Io con quello ci guadagno, mamma, per me è un lavoro, non un hobby.

Ha riattaccato e per un momento è rimasta immobile, fissando il volantino di una pizzeria che qualcuno le aveva messo in mano alla fermata. Ho notato che aveva macchie rosse sul collo — quelle che vengono alla gente quando trattiene il pianto o un urlo, e non riesce a fare né l'uno né l'altro.

L'ho chiamata allo sportello, le ho consegnato il certificato, ho detto il solito "ecco a lei, arrivederci" — e in quel momento il telefono ha squillato di nuovo. Questa volta non si è allontanata, ha risposto in piedi accanto alla mia scrivania, come se avesse dimenticato di essere ancora lì.

— Sì, Enrico… No, l'ho già detto a mamma… No, non ci vado… Perché ho i miei impegni, te l'avevo detto due settimane fa, a cena, ricordi? Tu guardavi la partita e hai detto "va bene, va bene".

È rimasta in silenzio un momento, ad ascoltare. L'ho vista stringere la mascella.

— Allora vacci tu. Prenditi mezza giornata venerdì, arrivi da Chiara, cambi i pannolini ai bambini, li porti a fare una passeggiata lungo il Po. Quello sì che sarebbe un aiuto vero, invece di scaricare tutto su di me perché sabato tu hai l'appuntamento a guardare il motore in officina con gli amici.

Dopo un attimo è esplosa — non con un grido, ma con una voce che si spezza a metà frase.

— Non sono senza cuore, Enrico. Sono stanca. Per cinque anni ho fatto da pronto soccorso per la vostra famiglia. Le tende di tua madre, il gatto di Chiara, adesso i bambini. Quando arriva il momento in cui ho diritto anch'io a qualcosa di mio?

Ha riattaccato. È rimasta ancora un po' con il telefono in mano, guardando lo schermo, come se aspettasse che qualcosa cambiasse. Non avevo intenzione di intromettermi — non sono affari miei, ho una fila di pazienti e tra dieci minuti finisce il turno. Ma mentre prendeva la borsa, le è caduto uno di quei volantini sul bancone, così gliel'ho ripassato.

— Grazie — ha detto, aggiungendo, credo più a se stessa che a me: — Mi scusi per questo teatrino. Non avevo nessun altro posto dove dirlo.

Non ho risposto niente, solo un sorriso — non è compito mio consigliare i pazienti su come gestire il proprio matrimonio. Ho chiamato il numero successivo e avrei dimenticato tutta la faccenda, se non fosse che esattamente tre settimane dopo, a settembre, Renata è ricomparsa in ambulatorio — questa volta da sola, non per il certificato della figlia, ma per ritirare i propri esami del sangue.

Sembrava diversa. Non era invecchiata né dimagrita — portava semplicemente il segno distintivo di una nuova posizione: una cartella con il logo di uno studio di architettura del paesaggio a tracolla, il telefono nell'altra mano con l'app della banca aperta, come se avesse appena controllato un bonifico prima di entrare.

Le ho chiesto d'istinto, perché la ricordavo — dopo ventitré anni allo stesso sportello, le facce si imprimono.

— Ha finito il corso?

Ha sorriso, e per la prima volta da quando la conoscevo, quel sorriso non aveva niente di teso.

— L'ho finito. E ho avuto il primo incarico — un giardino per una villetta a Chieri. La proprietaria ha versato un anticipo, quattromilacinquecento euro, ho firmato il contratto.

L'ha detto senza trionfo, semplicemente come un fatto, come si dà una data di nascita. Ma subito dopo ha aggiunto qualcosa che non era tenuta a dirmi, e forse è per questo che me lo ricordo.

— Sa cosa ho fatto la settimana scorsa? Avevo un conto di risparmio in comune con mio marito, dove per anni ho versato il mio stipendio, che la suocera considerava il "cuscinetto di famiglia" — lo chiamava così quando le servivano soldi per cambiare le finestre di casa sua o per le vacanze di Chiara. Sono andata in banca e ho aperto un conto solo mio. Ci ho trasferito il compenso del primo incarico e il primo stipendio, che arriverà venerdì. L'ho detto a mio marito la sera, a tavola, davanti a tutti, che da adesso i miei soldi sono miei, e quello che va sulle spese comuni lo divideremo a metà, per iscritto, così non litighiamo ogni mese.

Ho chiesto, perché non ho resistito, come ha reagito il marito.

— Si è alzato da tavola ed è uscito in balcone a fumare, anche se aveva smesso due anni fa. La suocera l'ha chiamato quella stessa sera — ho sentito attraverso la parete mentre le spiegava che "Renata è cambiata" e che "non sa più cosa fare". E io intanto ero in cucina con il portatile a finire il progetto d'irrigazione per quel giardino a Chieri.

Non le ho chiesto se Enrico alla fine fosse andato dalla sorella quel sabato di agosto. Non sono affari miei. Ma prima di uscire dall'edificio, Renata si è girata sulla porta e ha detto qualcosa che non credo fosse rivolto a me, ma detto ad alta voce solo per sentire come suonava.

— Sa qual è la cosa più strana? Che non è morto nessuno. I bambini sono sopravvissuti a un sabato senza la zia. E io finalmente ho un conto tutto mio, con il mio nome sull'estratto conto.

Le porte automatiche dell'ambulatorio si sono chiuse dietro di lei, e io sono tornata a chiamare i numeri — perché in sala d'attesa c'erano ancora undici pazienti, e il caffè nel mio thermos si era ormai raffreddato da un pezzo.

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