La sacca di plastica

La telefonata arrivò di martedì, alle due e un quarto del pomeriggio. Laura stava scongelando il ragù per la cena e guardava Tommi che in salotto spingeva una ruspa gialla sul pavimento, facendo il verso del motore. Non una telefonata qualsiasi: dall’ufficio dei servizi sociali di Bologna.

Sua sorella Chiara era morta in marzo. Laura lo sapeva, anche se non si parlavano da quasi dieci anni. Quello che non sapeva era che Chiara aveva un figlio. Quattro anni. Matteo.

La donna al telefono lo disse con voce stanca, come una che ripete la stessa frase da mesi. Il bambino era in una casa famiglia fuori città. Nessun parente si era fatto avanti. Lei era l’ultima.

Laura chiuse l’acqua del lavandino. Rimase ferma con le mani appoggiate al bordo del lavello. Il ragù riprese a gorgogliare sul fuoco.

La sera lo disse a Marco. Lui appoggiò il telefono sul tavolo, si tolse gli occhiali e li piegò con cura. Poi li mise accanto al bicchiere.

— Laura, Tommi ha tre anni. Abbiamo un trilocale con il mutuo. Io faccio i turni in magazzino e la domenica consegno per una pizzeria. Non è che possiamo—

— Allora perché me lo stai dicendo con quella faccia? — lo interruppe lei.

Marco non rispose. Prese il bicchiere, lo guardò fisso, lo rimise giù. Il ghiaccio interno si ruppe.

Sabato mattina Laura prese il regionale per San Lazzaro. Disse a Marco che andava solo a vedere. Lui non chiese altro.

Matteo era seduto in un angolo della stanza dei giochi. Piccolo, capelli castano chiaro, un ciuffo che gli cadeva su un lato. Teneva in mano una macchinina rossa. Non la faceva correre. La teneva e basta, come se fosse troppo preziosa per toccarla per terra.

— Sono Laura, la sorella della tua mamma.

Lui alzò gli occhi per un secondo, poi tornò alla macchinina.

— Io la mamma non ce l’ho.

Laura fissò il suo ciuffo. C’era una tenda azzurra alla finestra, mezza tirata, che faceva una lama di luce sul linoleum. Fuori, un cane abbaiava nel cortile della casa accanto.

— E questa qui cos’è? — chiese lei, indicando la macchinina con un cenno del mento.

Matteo strinse le dita attorno alla portiera.

— È di mio.

Sul treno di ritorno, passando vicino a San Vitale, a Laura venne in mente quando da bambine lei e Chiara si nascondevano nell’armadio della nonna, a Reggio Emilia. Chiara aveva paura dei temporali. Laura no, ma si nascondeva lo stesso, perché se stava fuori Chiara restava sola con i tuoni. L’anta dell’armadio odorava di naftalina e mele vecchie.

— Ha chiesto se ero la mamma, — disse Laura a cena. — Non con speranza. Così. Giusto per sapere se doveva chiamarmi mamma o no.

— E tu? — chiese Marco.

— Non lo so.

Tommi lasciò cadere un pezzo di pane nel piatto. La mollica fece un pluff nel sugo.

— Tommi lo accetterà? — chiese Marco.

— I bambini possono dormire insieme per un po’. Poi vediamo.

— Laura, non stai rispondendo.

— Perché non lo so, Marco. So solo che quella era sua madre. Anche quando non ci parlavamo, io ero la sorella di Chiara. Non è una cosa che si spegne.

Marco si alzò, prese la bottiglia di San Pellegrino, versò l’acqua in due bicchieri. A Tommi ne versò poca, come faceva sempre.

— Va bene, — disse. — Però il letto a castello lo montiamo prima che arrivi.

Giovedì pomeriggio Matteo arrivò con una sacca di plastica blu. Dentro c’erano due magliette, un paio di pantaloni, un puzzle di Peppa Pig con un pezzo mancante. La macchinina rossa era nella tasca del giubbotto.

Tommi lo aspettava dietro la porta. Appena Matteo entrò, gli puntò il dito contro.

— Tu sei Matteo.

Matteo strinse la sacca.

— Sì.

— E quella è la tua macchina?

— Sì.

— Ma la tua mamma non c’è più.

Marco fece un passo avanti, ma Laura lo fermò con una mano sul braccio.

— Non c’è più, — disse Matteo.

— Allora puoi stare con noi, — sentenziò Tommi. — Ma la macchina la uso io qualche volta.

Matteo guardò Laura. Lei strinse le labbra e fece un mezzo cenno col capo.

— Va bene, — disse Matteo.

La sera Laura passò davanti alla camera dei bambini. Tommi aveva lasciato la porta aperta. Erano tutti e due nel letto di Tommi. Matteo teneva la macchinina sul petto, come uno che ha paura che gli venga tolta nel sonno. Tommi russava piano con la bocca aperta.

Laura chiuse la porta piano, con due dita. In cucina Marco stava smontando una cassettiera vecchia per far posto all’armadio. Aveva una matita dietro l’orecchio e le mani piene di polvere.

— Dov’è l’avvitatore? — chiese.

— Nel cassetto sotto la finestra.

— Laura.

Lei si voltò.

— Domani vado all’ufficio anagrafe, — disse Marco. — A vedere cosa serve per l’affidamento.

— E se serve troppo?

— Si fa lo stesso.

Laura prese un tovagliolo dal tavolo, lo piegò in quattro, lo mise sotto il cuscino della sedia. Aveva un bordo che spuntava.

— Quella macchinina, — disse Laura. — Non l’ho mai vista darle una spinta. La tiene e basta.

— Forse è l’unica cosa sua.

Laura annuì. Fuori, sul davanzale, un gabbiano strillò due volte. Era il solito gabbiano che andava e veniva dal parco di Villa Ghigi.

Il giorno dopo Marco andò davvero in Comune. Tornò con un modulo lungo quattro pagine. Lo appoggiò sul tavolo e lo guardarono tutti e due senza toccarlo, come se pesasse troppo.

— Serve un avvocato, — disse Marco. — E un giudice. E tempo.

— Quanto? — chiese Laura.

— Tre mesi. Forse sei.

Laura andò alla finestra. Giù in strada passava la vecchia signora Bruni col carrello della spesa. Si fermò a parlare con la portinaia. Il carrello aveva una ruota storta che cigolava.

— E intanto? — chiese Laura.

— Intanto Matteo sta qui. Già sta qui.

La sera Marco montò il letto a castello da solo. Sudava, imprecava a bassa voce. Laura sentiva i colpi del martello attraverso il muro. Ogni tanto Marco si fermava, poi riprendeva. Un colpo più forte, uno più piano.

Il lunedì arrivò una lettera dalla casa famiglia. Una richiesta di documenti, una perizia. Laura la lasciò sul frigo, sotto una calamita a forma di caffettiera. Rimase lì per due giorni.

Il terzo giorno Matteo si svegliò presto. Laura lo trovò in cucina, in piedi su una sedia, che apriva la credenza.

— Che stai facendo?

— Prendevo il cacao.

— Non si sale sulla sedia.

— Ma Tommi lo fa.

— Tommi non deve farlo.

Matteo scese. Prese la macchinina rossa dal tavolo e la tenne in mano.

— Io posso stare qua per sempre? — chiese.

Laura si appoggiò al frigorifero. La calamita le spingeva contro la schiena.

— Stiamo facendo le carte, — disse. — Così puoi stare.

— Carte di cosa?

— Carte che dicono che stai con noi.

Matteo guardò la macchinina, poi la lasciò sul tavolo, con una ruota che girava ancora nel vuoto.

— Ma la mamma non torna, vero?

— No.

— Lo so. Però se torno nella casa famiglia lascia la macchina a Tommi.

Laura prese la lettera dal frigo. La aprì con un dito, si tagliò leggermente il dito sul bordo della busta. Si mise il dito in bocca. Poi prese una penna dal portapenne.

— Senti, Matteo. Tu non torni nella casa famiglia. Hai capito o no?

Lui la guardò. Poi riprese la macchinina dal tavolo e se la infilò in tasca.

— Sì, — disse. — Ma la macchina resta mia.

— La macchina resta tua.

All’udienza di settembre, il giudice guardò i documenti, guardò Laura, guardò Marco. Laura aveva le dita incrociate sotto il tavolo, così forte che le nocche erano bianche. Marco teneva le mani sulle ginocchia, le dita che premevano le cuciture dei pantaloni.

— A casa abbiamo già preparato il letto, — disse Laura, senza che nessuno glielo chiedesse. — Ha il suo cuscino. Il suo cassetto. La sua tazza.

Il giudice sfogliò le carte per un minuto intero. Laura sentì il ronzio del condizionatore. Un ronzio basso, diseguale.

— Va bene, — disse il giudice.

Non lo disse con entusiasmo. Lo disse come un notaio che certifica una cosa già avvenuta.

Fuori, sui gradini del tribunale, Marco si sedette e sciolse il nodo della cravatta. Laura rimase in piedi, con la borsa stretta sotto un braccio.

— Andiamo a prendere i bambini, — disse Marco.

— Andiamo.

Sul bus, Tommi e Matteo si sedettero dietro. Matteo teneva la macchinina sul finestrino e la faceva scorrere piano lungo il vetro, come una macchina che guida sulle nuvole. Tommi lo guardava imbambolato.

— Laura, — disse Marco piano, in piedi accanto a lei.

— Cosa?

— La carta è passata. Siamo in due ora a dire di no ai capricci.

— In due.

Quando scesero alla fermata di Via Fondazza, Laura si fermò davanti al portone. Guardò in su. Le finestre di casa erano aperte, i vetri lucidi. La signora Bruni stava innaffiando i gerani sul balcone.

— Hai le chiavi? — chiese Laura.

Marco se le cercò nelle tasche. Tirò fuori il portafogli, il telefono, un fazzoletto di stoffa. Poi le chiavi. Laura prese la chiave e la girò nella toppa. Il portone si aprì con uno scatto.

— Su, — disse Laura ai bambini. — È ora di merenda.

Salirono. Laura chiuse il portone con una spinta. Il chiavistello fece clac. Restò un attimo ferma nel cortile, con la mano sulla maniglia, prima di seguire i bambini su per le scale.

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