Il contratto era lì, sotto la mia mano

Il contratto era lì, sotto la mia mano. Sessanta pagine, una per ogni mese di vita che avevo passato a cercare di far quadrare i conti accanto a un uomo che mi chiamava solo quando serviva la cena. Fuori, in piazza Vittorio a Torino, c’era un sole basso di novembre che tagliava le arcate come un rasoio. Avevo scelto apposta una mattina infrasettimanale, quando in giro restano solo i pensionati e i fattorini con i furgoni in doppia fila.

La officina non l’avevo mai vista prima. Stava in fondo a via Catania, tra un rivenditore di pezzi usati e un autolavaggio che trasmetteva musica napoletana. L’insegna diceva “Autofficina Franco & Figli”, ma Franco era morto due anni prima e i figli litigavano per l’eredità. Questo l’avevo scoperto dal commercialista, uno che si chiamava Morello e che mi aveva riempito il tavolo di bilanci. L’idea era nata lì: se proprio dovevo investire i soldi della vendita del software, tanto valeva farlo in un posto dove ogni ingranaggio mi avrebbe ricordato quello che avevo perso. E quello che avevo guadagnato.

Spinsi la porta. Una campanella di ferro batté due colpi. Dentro puzza di gasolio, fondi di caffè e fumo di saldatrice. Un ragazzo magro, con i guanti blu da meccanico, stava sbattendo un trolley porta-attrezzi contro il bancone. Accanto a lui, piegato su una Lancia Thesis grigia, c’era lui. Dario. Mio marito per undici anni. O meglio, colui che per undici anni non mi aveva chiesto una sola volta come fosse andata la giornata.

Aveva la tuta blu slacciata fino al petto e una canottiera che era bianca in altri tempi. Riconobbi il tatuaggio: una vespa sul bicipite, fatta a sedici anni. Non si voltò subito. Stava urlando contro il ragazzo, qualcosa tipo “la coppa dell’olio la sviti con la mano sinistra, che sembri uscito dall’asilo”. Il ragazzo teneva la schiena ricurva, come chi ha imparato a incassare.

Io non dissi niente. Andai dritta verso l’ufficio in fondo. Franco, il padre, non c’era più. Al suo posto sedeva un uomo sui sessant’anni, con una camicia di flanella e il dito indice giallo di nicotina. Era il figlio maggiore, Antonello.

— Voi siete la signora che ha telefonato ieri? — chiese, alzandosi a metà dalla sedia.

— Sì. Ho visto l’annuncio su un sito di aste. Vendo il mio pacchetto azionario, vendo l’officina, chiudo tutto entro fine mese.

— Lo so. Per questo sono qui.

— Posso offrirle un caffè? La macchinetta fa fatica, ma qualcosa esce.

— No, grazie. Fumo anche io.

Non era vero. Avevo smesso quattro anni prima. Ma mi serviva un gesto, qualcosa che riempisse quei tre secondi in cui stavo per dire il numero. Appoggiai la borsa sul tavolo, tirai fuori un fascicolo con i bilanci. Lo sfogliai. Poi dissi:

— Duecentomila. Cinquanta subito, il resto in sei mesi.

Antonello si passò una mano sul collo. Aveva la barba lunga di chi dorme poco.

— Non ho ricevuto offerte così alte.

— Meglio.

Fuori, Dario sbatteva un pezzo contro il ponte sollevatore. Lo vedevo attraverso il vetro sporco. Sembrava lo stesso uomo con cui avevo condiviso un mutuo, un letto, un frigorifero. Ma non lo era. Quello lì era solo un ricordo con le chiavi a brugola.

— Una cosa, — dissi. — Voglio che il contratto venga registrato domani mattina. E che nessuno dei dipendenti sappia nulla fino a quando non entro io con le chiavi.

Antonello annuì. Cioè, fece un cenno col capo. Va bene, ho detto una parola vietata. Ma è stata l’ultima: da qui in poi niente.

Il secondo giorno, entrai che era buio. Le sette e mezza. La città era coperta da una nebbia che lasciava le biciclette appannate e i tram pieni di gente stanca. Il ragazzo, che poi scoprii chiamarsi Nicolò, stava accendendo la caldaia. Dario era al telefono, appoggiato al bancone. Mi vide. Restò lì, con il telefono all’orecchio, come se stesse cercando di mettere a fuoco una vecchia fotografia.

— Che ci fai qui? — disse, abbassando la voce. Poi, più forte: — Ti sei persa?

Non risposi. Corsi il chiavistello dell’ufficio. Antonello era dietro di me con un registratore di cassa usato, ricoperto di nastro adesivo.

— Ragazzi, — disse con una voce che non era sua. — Da oggi l’officina cambia proprietà. La signora è la nuova titolare.

Silenzio. C’era un gatto che dormiva su una pila di copertoni. Sentivo il suo respiro. E sentivo il respiro di Dario che si rompeva.

— Cosa? — disse. — Cosa vuol dire?

— Che da adesso io sono la tua datrice di lavoro, Dario. Non tua moglie, non la tua cuoca, non la stronza che secondo te non capiva niente di motori. La tua capa.

Lui scoppiò a ridere. Una risata grassa, da uomo che ha sempre avuto ragione.

— Ma vai a cagare. Tu hai venduto il software. Quello che ti ho detto io, ricordi? Che quelle cazzatine non servivano a niente. E adesso vieni qui a fare la signora?

Mi avvicinai. Lui indietreggiò di un passo. Non se ne accorse neppure.

— Da domani, l’officina apre alle otto. Chi entra alle otto e due minuti, lo segno. Chi alza la voce con un cliente, lo segno. Chi non rispetta una consegna, lo segno.

— E poi?

— E poi lo licenzio. Con una lettera che il tuo avvocato non scorderà.

Dario tacque. La sua mano, quella con il tatuaggio, andò a stringere il bordo del bancone. Le nocche diventarono bianche.

Il mese dopo fu un inferno. Non per me. Per lui. Io ristrutturai tutto: pavimento nuovo, linea di montaggio pulita, una postazione per la diagnosi elettronica. Riaprii la storia creditizia, presi un prestito ponte di ottantamila euro con garanzia sul capannone. Nicolò lo spostai dalle gomme alla diagnosi. Gli comprai un computer, un corso serale. Era sveglio, silenzioso, di quella intelligenza che ha paura di farsi notare.

Dario invece cominciò a perdere colpi. Arrivava tardi. Non consegnava. Sbagliava le fatture. Un giorno lo trovai in piazzetta, seduto sul muretto con una birra. Erano le dodici e un quarto.

— Hai finito la Fiat 500? — chiesi.

— La finisco dopo.

— No. La finisci adesso. Il cliente la viene a prendere alle due.

Lui buttò la lattina nel tombino. Si alzò. Fece per passarmi davanti, poi si fermò, la spalla contro la mia.

— Perché l’hai fatto? — disse. — Perché hai comprato proprio questa officina?

Non lo guardai. Contai i sanpietrini sotto i piedi.

— Perché era l’unico posto dove potevo vederti ogni giorno e ricordarmi che non ti devo più niente. Non un caffè, non una cena, non un pezzo di mutuo. Niente.

Lui non rispose. Entrò nel capannone e sbatté la porta alle sue spalle.

Il guaio grosso arrivò con la Maserati di un avvocato di via Roma. Un modello quasi nuovo, ottantamila chilometri. Il problema era elettronico: la centralina non leggeva l’ABS. Roba mia, esattamente il tipo di lavoro per cui avevo creato il software. Passai il pomeriggio con il portatile aperto in officina. La sera andai via che era buio. Il giorno dopo, Nicolò mi chiamò: la macchina era montata male. Uno dei sensori era stato invertito di proposito. Il cliente se n’era accorto in tangenziale, quando l’auto aveva tremato in frenata.

Corsi in officina. Dario era lì, con la tuta pulita, appoggiato alla colonnina. Aveva le braccia conserte.

— Che succede? — dissi.

— Niente. Io non c’entro. È la tua diagnosi che non vale un cazzo.

— Con la centralina hai lavorato tu.

— Ah sì? E chi lo dice?

Presi il telefono. Mostrai una foto: la sequenza di montaggio del sensore, registrata dal mio programma. Non la telecamera, che era stata spenta. Il software. Quello che lui aveva chiamato per anni “i tuoi giochini”.

— Vedi questa? — dissi. — Si chiama log di intervento. Registra ogni connessione, ogni codice, ogni calo di tensione. E guarda qua: alle 14:32 qualcuno ha disconnesso il sensore posteriore destro e l’ha rinviato al canale sbagliato. Non è un errore umano. È un intervento manuale.

Dario aprì la bocca. Poi la richiuse. Deglutì.

— E questo è il tuo nome utente. Dario. L’unico altro a cui ho dato accesso era Nicolò. Ma Nicolò era con me in banca, alle 14:32. C’è l’estratto conto con l’orario.

— Senti, io…

— La macchina dell’avvocato vale centoquarantamila euro. Ho pagato io il traino e la riparazione d’urgenza: semiasse e cablaggio. Totale, seimila e trecento. Più la figura di merda. Adesso parliamo.

Lui si passò la lingua sui denti. Poi disse, a voce bassa:

— Non puoi.

— Posso.

— Dammi un’altra possibilità.

— Tu ne hai avute undici anni. E non me ne hai data una. Nemmeno una.

Lo licenziai. Con la lettera, l’avvocato del lavoro, il verbale sindacale. Tutto firmato. Dario uscì dall’officina alle cinque del pomeriggio. Si strinse la giacca addosso. C’era un vento freddo che sapeva di pioggia.

Non mi sentii bene. Non era tristezza, non era rabbia. Era una specie di piattaforma vuota, come quando finisci un videogioco e lo schermo torna blu.

Il giorno dopo presi il fascicolo. Quello con i bilanci. Ma non era un fascicolo di bilanci: erano i fogli che avevo ricevuto quando avevo venduto il software. In mezzo c’era una busta gialla. La aprii. Dentro c’era una foto di noi tre: io, Dario e la nostra gatta, morta dieci anni prima. La gatta si chiamava Mia. Dario l’aveva lasciata in autostrada, una domenica di agosto. Aveva detto che era scesa a fare pipì.

Non so perché la tenni. La rimisi nella busta. Poi scrissi una cosa sul retro della foto: “16 novembre. Ciao.”

Due giorni dopo, andai nel bar dove Dario passava le sere. Un posto in corso Giulio Cesare, con le vetrine appannate e le slot machine sempre accese. Lui era seduto in fondo, con una birra da mezzo. Aveva la barba lunga e il giubbino aperto. Mi vide. Spense la sigaretta nel posacenere.

— Vieni a vantarti?

— No.

— Cosa vuoi allora?

Tirai fuori la busta gialla. La posai sul tavolo.

— Questa è per te.

Lui la prese. La rigirò tra le dita, come se pesasse.

— Cos’è?

— La foto di noi. E della gatta. La tenevo come promemoria.

— Che promemoria?

— Che non voglio più svegliarmi con la paura di non essere abbastanza.

Lui sbuffò. Ma non riuscì a ridere.

— Non ti voglio fare del male, Dario. Non più. Voglio solo non vederti più. Perciò da domani non lavori per me. E non lavori per nessuno con cui io abbia un credito aperto. Ho chiamato tre officine. Ho comprato il tuo debito. Sai com’è: con ottantamila euro di prestito ponte, una può fare anche questo.

Lui guardò la busta, poi me.

— Mi hai rovinato.

— No. Tu hai passato undici anni a dirmi che non valevo niente. Io ti ho solo chiesto di pagare il conto. E il conto, per tua fortuna, è uguale al mio nome. Piccolo.

Mi alzai. Pagai la birra. La sua, non la mia. Al banco, il barista mi chiese se volevo qualcos’altro. Dissi di no. Poi uscii. Le luci del corso si allungavano sui sampietrini bagnati. Faceva freddo. E per la prima volta in undici anni, non me ne importava niente.

Nicolò mi chiamò il pomeriggio dopo.

— Hanno ritirato la Dotto Punto? — chiesi.

— Sì. E c’è un cliente nuovo. Un certo Dario.

— Non accettare.

— Lo so. Però ha detto una cosa.

— Cosa?

— Che gli dispiace.

Rimasi in silenzio. Poi risposi:

— Bene. Non gli cambia niente. Domani apriamo alle otto.

E chiudemmo alle sette, con tre auto consegnate al posto di due. Nicolò passò l’esame del corso serale. Io comprai un albero di Natale per l’officina e un tappetino per il gatto di Nicolò, che si chiamava Pistacchio.

Dario non lo vidi più. Ogni tanto, il barista diceva che passava a chiedere di me. Ma non tornò mai in officina.

L’ultimo giorno dell’anno, svuotai il cassetto del vecchio ufficio. In fondo c’era ancora il fascicolo di Antonello. Lo gettai nella carta. Poi presi la busta gialla. Sul retro della foto c’era la mia scrittura: “16 novembre. Ciao.” Sotto, aggiunsi una riga: “30 dicembre. Chiuso.” E buttai anche quella.

Il contratto lo avevo appeso al muro, sopra la macchina del caffè. Una mattina ci versai sopra un po’ di caffè per sbaglio. Maledissi. Poi lo pulii con lo straccio degli attrezzi. Era sempre lì. Con i miei sessanta mesi. E ogni mese, quando pagavo la rata, lo guardavo. E non sentivo niente. Solo la soddisfazione di una cosa mia, che funzionava.

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