Quelli Due

Nerone non era un gatto. Era una sentenza. Un bestione nero come la pece, col muso pieno di cicatrici che sembravano mappe di antiche battaglie. Se ne stava sempre al centro esatto del cortile interno di via dei Coronari, immobile come una sfinge, e osservava il mondo con gli occhi gialli di chi ha già visto tutto e condannato tutti. I piccioni lo scansavano. I gatti del quartiere, quando lo incrociavano, fingevano di avere un impegno urgente dall’altra parte dei tetti. Lo chiamavano “il Sorcio” per come si muoveva, ma nessuno glielo diceva in faccia. Anzi, sul muso.

Quindici giorni prima, vicino ai cassonetti dell’umido dietro piazza Navona, qualcuno aveva lasciato un cucciolo. Una palla di pelo color miele con delle orecchie talmente sproporzionate che quando camminava inciampava da solo. Non aveva collare, non aveva microchip, non aveva niente. Solo una fiducia assurda nella vita. Appena toccato l’asfalto, invece di piangere, si era messo a scodinzolare. Aveva guardato l’uomo che lo aveva mollato lì e aveva pensato: ah, giochiamo a nascondino. Forte.

Per due settimane era sopravvissuto a modo suo. A colazione spazzolava le briciole della signora Anna, che alle sette e mezza scendeva a dar da mangiare ai piccioni. I volatili all’inizio si erano offesi, poi ci avevano fatto l’abitudine. Beccava qualcuno, veniva beccato, e alla fine facevano colazione insieme come una strana famiglia allargata. A pranzo si intrufolava tra le gambe dei gattari che parcheggiavano scatolette dietro la chiesa nuova, e lì si beccava un paio di sberle al giorno, giusto per ricordargli che non era un felino. Lui le incassava, si leccava il muso, e poi tornava alla carica scodinzolando. I gatti sbuffavano. È un coglione, ma non è cattivo. Lasciamolo stare.

Ma il suo vero obiettivo, la sua ossessione quotidiana, era Nerone.

Ogni santa mattina, appena apriva gli occhi da sotto la panchina di ghisa dove dormiva, il batuffolo partiva a razzo. Zampe corte, orecchie al vento, coda che sembrava un tergicristallo impazzito. Attraversava il cortile schivando motorini e vasi di gerani, e si fiondava sul gattone nero con un entusiasmo che avrebbe fatto invidia a un bambino la mattina di Natale.

Nerone lo vedeva arrivare e alzava gli occhi al cielo. Sant’Antonio, protettore degli animali, che ti ho fatto di male? Poi tentava la fuga. Balzava sul muretto, artigliava la grondaia, cercava di sparire, ma quello sotto abbaiava come un forsennato e gli girava intorno finché non lo intercettava dall’altra parte. Allora Nerone partiva con le zampe anteriori. Mulinava artigli che erano lame, colpi che avrebbero ridisegnato la faccia a un pitbull. Eppure il cucciolo, non si sa come, schivava ogni fendente con la grazia di un ballerino ubriaco, e alla fine gli crollava addosso con la pancia calda, lo spingeva col muso e lo riempiva di bava dalla testa ai piedi.

I gatti del vicinato guardavano la scena da dietro i vasi, a bocca aperta. Cioè, noi da quel mostro abbiamo preso cicatrici che portiamo ancora, e questo pirla gli fa il solletico alla trippa e campa? Nero, secondo loro, stava rincoglionendo.

Poi arrivò il nuovo inquilino del terzo piano. Un energumeno con la testa rasata e un dogo argentino al guinzaglio. L’avevano chiamato Ares, bel nome per un cane che quando respirava sembrava un compressore rotto. Venivano da una villa fuori Roma, e il padrone era di quelli che quando il cane ringhia agli altri, invece di tirarlo, gli dice “bravo, fai il maschio”. Roba da denuncia.

Primo giorno: Ares ripulì il cortile. Piccioni in volo, gatti sui tetti, silenzio di tomba. Poi lo vide. Nerone. Seduto al centro del cortile, che si leccava una zampa con la calma di un pensionato alle terme. Ares abbassò la testa. Novanta chili di muscoli e bava che fissavano sette chili di gatto pieno di acciacchi. Ringhiò. Un suono gutturale che veniva da dentro la terra. Si lanciò.

La signora del primo piano, quella che spiaccia sempre, giurò di aver visto Nerone sorridere. Il gatto non si mosse di un millimetro. Solo, quando Ares fu a mezzo metro, alzò gli occhi e lo guardò. Non fu un ringhio, non fu un soffio. Fu uno sguardo. Giallo. Fermo. Con dentro una roba che non era rabbia. Era una promessa. Una promessa precisa: fai un altro passo e ti apro la gola prima ancora che tu capisca da che parte arriva il colpo. Il dogo argentino inchiodò le zampe sull’asfalto. Una pozza tiepida gli si allargò sotto il ventre. Poi, con la coda tra le gambe, indietreggiò guaendo e andò a nascondersi dietro il suo umano, che nel frattempo era diventato viola.

Da quel giorno Ares girò largo. Anzi, larghissimo. Se vedeva Nerone, cambiava marciapiede. Il gattone nero era tornato l’imperatore incontrastato del cortile.

L’alba dopo. I piccioni beccavano, il cucciolo spazzolava, la signora Anna parlava da sola. Ares uscì per la passeggiata mattutina. Vide la palla di pelo color miele che scodinzolava ignara verso di lui con l’aria di uno che non ha mai ricevuto un no in vita sua. Il dogo riabbassò la testa. Questa volta non c’era minaccia. C’era un bersaglio facile. Un ranocchio da spiaccicare sull’asfalto. Si tese come una molla.

Nerone partì.

Non lo vide nessuno attraversare il cortile. Fu un lampo nero, un siluro a quattro zampe. Si piazzò tra i due. La distanza? Dieci centimetri. Il dogo e il gatto. Il gatto sollevò il muso pieno di cicatrici, spalancò gli occhi, e lasciò che tutto l’inferno che si portava dentro uscisse in un’unica, muta espressione. Nessun verso. Solo la faccia. La stessa che aveva spento decine di avversari in quindici anni di strada. Ares vide quello che doveva vedere. Qualcosa di antico, di inesorabile, di assolutamente immune alla paura. Il dogo crollò seduto. Poi, zampe anteriori rigide, coda a zero, si trascinò indietro lasciando una scia per terra. Piagnucolava come un cucciolo.

Nerone non lo guardò nemmeno. Si girò, diede una testata al batuffolo — una testata vera, secca, che lo ribaltò sul fianco — e poi scappò via. Il cucciolo, ovviamente, si rialzò scodinzolando due volte più forte e lo inseguì. Lo raggiunse, lo rovesciò di nuovo, e lo sommerse di leccate. Nerone, sconfitto, chiuse gli occhi e sospirò. Sono troppo vecchio per ‘ste stronzate.

I gatti del cortile non si dettero pace per giorni. Il Sorcio, il gatto più temuto a est del Tevere, quello che ti apriva la pancia solo perché russavi troppo forte, adesso faceva la balia a un cane? Ma in che razza di mondo.

Il giorno dopo, una station wagon grigia parcheggiò davanti al portone di via dei Coronari. Ne scese una ragazza che avrà avuto venticinque anni, capelli scuri legati in un foulard a fiori, e certi occhi gonfi che raccontavano di ore passate a piangere. Aveva stampato una foto. La foto di un cucciolo. Il nostro cucciolo.

Chiamò un nome. Due volte, tre. Il cortile rimase in silenzio. Poi, da sotto la panchina, uscì il batuffolo. Prima una zampa, poi le orecchie, poi tutto il resto. Appena la vide, partì. Una corsa sbilenca, piena di entusiasmo e zampe che andavano per conto loro. La ragazza cadde in ginocchio. Lo prese in braccio e cominciò a baciarlo, a stringerlo, a piangere e ridere insieme. Diceva parole sconnesse: “Me l’hanno preso, sono stati due mesi d’inferno, pensavo di non rivederti più, amore mio, amore mio…”. Era andata a denunciare il furto. L’aveva cercato dappertutto. Poi un vicino le aveva detto: guarda che dietro piazza Navona c’è un cane che somiglia al tuo.

Nerone, dal suo muretto, osservava. Immobile. Solo la punta della coda vibrava piano. Dentro di sé, lo sappiamo tutti, stava ringraziando ogni divinità felina per essersi liberato di quel rompiballe.

Il cucciolo si divincolò dalle braccia della ragazza. Lei urlò. Lui partì di nuovo. Attraversò il cortile, scartò una bicicletta, e si lanciò sul gattone nero. Lo ribaltò. Via di bava. La ragazza arrivò di corsa e trovò la scena: il suo cane che leccava un enorme gatto randagio pieno di cicatrici, e il gatto che, immobile, fissava il vuoto con l’espressione di chi sta pagando un debito karmico di una vita precedente.

“Ma guarda un po’,” disse lei. “Ti sei fatto un amico.”

Si avvicinò piano. Nerone si irrigidì. La mano della ragazza era ferma a pochi centimetri dalla sua testa. Avrebbe potuto aprirgliela in due con un colpo solo. L’aveva già fatto, a un umano che aveva provato a prenderlo a calci anni prima. Ma questa mano era diversa. Era calma. Era ferma. Lo guardava senza paura, ma anche senza prepotenza. Lo guardava come si guarda un pari. O qualcosa di ancora più strano: come si guarda una creatura che, sotto la crosta, merita esattamente la stessa tenerezza di un cucciolo di cane.

Nerone chiuse gli occhi. Inalò. Sentì un odore di sapone, di bucato, di una vita che non aveva mai avuto. Quando era un gattino di tre mesi, prima che lo buttassero in strada, c’era una mano simile. O forse no. Forse era solo un ricordo inventato.

“Vieni anche tu,” disse lei senza muovere la mano. “Ho un divano. È brutto, ma è morbido.”

Lui avrebbe voluto soffiare. Sparire. Tornare al suo muretto e dimenticarsi di tutto. Invece accadde una roba che nessun gatto del quartiere avrebbe mai creduto. Nerone spinse la testa contro il palmo di quella ragazza. La cicatrice più grossa, quella sopra l’orecchio destro, premette contro la sua pelle. E lui, il Sorcio, la Sentenza, la Morte a quattro zampe, chiuse gli occhi e rimase lì. Immobile. Zitto. Non sapeva fare le fusa. Non le aveva mai fatte. Aveva una specie di rantolo rauco, come un motorino che non parte. Lo fece. E lei rise. Un colpetto piano sulla testa piena di cicatrici. “Andiamo. Tutti e due.”

La scena successiva fu la più grottesca della storia del quartiere. La ragazza aprì la portiera posteriore. Appoggiò il cucciolo sul sedile. Nerone saltò su da solo. Si acciambellò in un angolo. E il cucciolo, appena l’auto partì, si buttò di nuovo su di lui. Lingua, bava, zampette che raspavano. Nerone gli mollò due sberle senza tirare fuori gli artigli, più per abitudine che per rabbia, e poi, esausto, appoggiò la testa sulle zampe e lo lasciò fare.

La ragazza guidava e ogni tanto lanciava un’occhiata nello specchietto retrovisore. Vide il gatto e il cane addormentati uno sull’altro. Un ammasso di pelo nero e miele. Il gatto aveva una zampa sopra la schiena del cucciolo, come a dire: stai fermo, cretino, che ora si dorme. Il cane russava già.

Lei sorrise. Arrivò a casa, aprì la porta, e loro due entrarono insieme. Nessuna esitazione. Il cucciolo si fiondò sul tappeto. Nerone esaminò la stanza con la lentezza di un generale che ispeziona il campo. Poi trovò il divano. Ci saltò sopra. L’angolo più lontano, quello dove il pomeriggio entrava di taglio e scaldava la stoffa. Si raggomitolò.

Il cucciolo, ovviamente, lo raggiunse traballando. Provò a saltare, non ce la fece. Ci riprovò. Niente. Alla fine la ragazza lo sollevò e lo appoggiò sul cuscino accanto a Nerone. Il cane si trascinò, appoggiò il muso sulla pancia del gatto, e chiuse gli occhi. Nerone aprì un occhio solo. Lo guardò.

Fece quel rumore strano, il rantolo sgangherato.

E lo lasciò dormire.

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