L’Accordo del Conte

Il conte Edoardo Tornabuoni era un uomo abituato a comprare qualsiasi cosa desiderasse. Terre, vini pregiati, orologi, silenzi. E, naturalmente, cavalli.

L’ultimo suo acquisto aveva fatto parlare tutti, dalle colline del Chianti fino ai salotti di Firenze. Un purosangue arabo, un esemplare rarissimo, nero come la pece, pagato una cifra che secondo le malelingue superava il budget annuale di mezza provincia. Si chiamava Aiace, ed era la creatura più bella e più pericolosa che avesse mai messo zoccolo in Toscana.

Io lo sapevo bene. Lavoravo nella scuderia della villa da sei mesi. Strigliavo i cavalli da dressage, pulivo le ganasce, cambiavo l’acqua. Ero la figlia del giardiniere, l’ultima ruota del carro, e a ventitré anni avevo già imparato a diventare invisibile.

Aiace mi ossessionava dal primo istante. Non perché fosse magnifico – quello lo erano in tanti. Ma per come guardava il mondo. Con un terrore che si mascherava da rabbia.

Chiunque si avvicinasse al suo box scatenava l’inferno. Orecchie schiacciate, un nitrito che sembrava un grido di guerra, e poi le zampe anteriori che si alzavano di scatto, pronte a colpire. Il muro di cipresso dietro il suo recinto era segnato da solchi profondi, cicatrici nel legno. Due stallieri esperti erano già finiti all’ospedale di Greve in Chianti con costole incrinate. Il veterinario non riusciva nemmeno a controllargli la temperatura senza rischiare un calcio in faccia.

— Quell’animale è indemoniato, — sentenziava chiunque. — Andrebbe addormentato.

Il conte, però, si rifiutava di ammettere la sconfitta. Edoardo Tornabuoni non perdeva mai. Aveva costruito un impero vinicolo partendo da zero, aveva sposato e seppellito due mogli, aveva due figli che lo odiavano e lo temevano in egual misura. Non era tipo da farsi mettere i piedi in testa da un cavallo.

Una sera di fine settembre, con l’aria che sapeva già di vendemmia e di mosto, lo vidi fermarsi davanti al recinto di Aiace. Era stanco, lo si capiva da come teneva le spalle. La camicia di lino bianco era stazzonata e il sigaro spento gli penzolava tra le dita.

Io ero lì, appoggiata alla staccionata. Non mi ero accorta di lui finché non sentii la sua voce.

— Non hai paura? È la quinta volta che ti trovo qui.

Mi voltai lentamente. Il cuore mi batteva forte, ma cercai di non darlo a vedere. — La paura non serve a niente, signor conte. Lui la sente. E la usa contro di voi.

Tornabuoni aggrottò la fronte. Aveva occhi grigi, duri, che non si lasciavano sorprendere facilmente.

— E cosa proponi? Tutti i miei migliori uomini non sanno che fare.

Strinsi le dita attorno al legno grezzo della staccionata. — Non capiscono il problema. Cercano di domarlo con la forza, ma lui non è selvaggio. È ferito. Solo che la ferita non si vede.

Il conte si mise a ridere. Una risata breve, quasi sprezzante. — E tu la vedi?

— Forse sì.

Ci fu un silenzio teso. Poi Edoardo Tornabuoni fece un passo verso di me. Aveva l’aria di chi sta per scommettere forte a una partita di poker.

— Bene, ragazza. Mettiamola così. Se tu riesci a montare Aiace entro domani sera, senza sella e senza violenza, io ti concederò qualsiasi cosa tu voglia. Qualsiasi.

— Qualsiasi? — ripetei, sentendo la gola secca.

— Ho detto qualsiasi.

Inspirai. L’aria sapeva di fieno e di cuoio, e del suo dopobarba al sandalo.

— Allora voglio che mi sposi.

Questa volta la risata fu diversa. Più sorpresa, quasi genuina. Si guardò intorno, come a cercare un pubblico che non c’era. — Sei una ragazza coraggiosa, per essere la figlia del giardiniere.

— Forse sono stanca di essere invisibile.

Il conte mi fissò a lungo. Poi, lentamente, si tolse il sigaro di bocca e lo gettò a terra.

— Domani al tramonto. Davanti a tutti. Se Aiace ti obbedirà, avrai la mia parola e questo anello.

Sollevò la mano sinistra. All’anulare aveva un anello d’oro massiccio con lo stemma dei Tornabuoni. Un cimelio di quattrocento anni fa.

Non riuscii a dormire quella notte.

All’alba, quando le colline erano ancora avvolte nella nebbia, mi infilai nella scuderia. Portavo con me soltanto una sacca di tela con dentro una cassetta di pronto soccorso, una bottiglia d’acqua e una manciata di croccantini alla mela.

Aiace mi sentì arrivare e cominciò subito a sbuffare, irrequieto. Batteva lo zoccolo contro la parete del box. Un ritmo nervoso, da animale in gabbia.

Non accesi la luce. Lasciai che i primi raggi del sole filtrassero dalle finestre alte. Mi sedetti per terra, appena fuori dalla sua portata, e cominciai a parlare.

Non ricordo nemmeno cosa gli dissi. Sciocchezze, probabilmente. Del mio gatto da bambina, delle ortensie di mia madre, del rumore del vento tra i cipressi. L’importante era il tono. Calmo. Monotono. Senza minacce.

Ci vollero quasi due ore prima che smettesse di tremare.

Quando finalmente mi permise di entrare nel box, avevo le gambe che mi facevano male per la tensione. Appoggiai una mano sul suo collo. Era caldo, madido di sudore. Lui sussultò, ma non si mosse.

— Lo so, — mormorai. — So che ti fa male. Fammi vedere.

Con infinita cautela, feci scorrere le dita dietro l’orecchio destro, tra la criniera foltissima. E la trovai.

Una ferita vecchia, infetta, nascosta sotto i peli appiccicaticci. Un taglio netto, probabilmente causato da una capezza troppo stretta o da un morso mal regolato, che non era mai stato curato. Ogni volta che qualcuno cercava di mettergli una testiera, il cuoio premeva esattamente su quel punto. Un dolore lancinante, ogni santa volta. Ecco perché attaccava.

Mi tremavano le mani mentre pulivo la ferita con l’acqua ossigenata. Aiace nitrì piano, un suono che sembrava quasi un lamento, ma rimase fermo. Mi guardava con un occhio scuro, liquido, pieno di una sofferenza che nessuno aveva mai visto.

Piansi. Non me ne vergogno. Piansi di rabbia, perché per mesi lo avevano chiamato demonio, bestia assassina, e tutto quello che gli serviva era qualcuno che si fermasse ad ascoltare il suo silenzio.

Quando arrivò il pomeriggio, il cortile della villa era pieno di gente. C’erano gli stallieri, il fattore, i domestici, perfino alcuni ospiti del conte, venuti da Siena per un weekend di degustazione. Tutti volevano assistere allo spettacolo. La scommessa era già sulla bocca di tutti.

Il conte aspettava accanto al recinto con le braccia conserte. Vedendomi spuntare dalla scuderia, senza sella e senza briglie, scosse la testa con un sorriso tirato.

Feci aprire il cancello. Aiace uscì al passo, tranquillo. Il pubblico smise di parlare. Sentivo gli sguardi addosso, le dita che indicavano, un brusio che sfumò lentamente nel silenzio.

Mi fermai al centro del recinto. L’erba era ancora umida della pioggia del mattino. Aiace si avvicinò a me, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Appoggiò il muso sulla mia spalla. Lo sentii sbuffare piano, il suo respiro caldo sul collo.

Poi, lentamente, mi issai sulla sua groppa. Senza sforzo. Lui non fiatò.

Facemmo un giro completo del recinto. Non avevo bisogno di guidarlo. Mi bastava premere le ginocchia, appena, e lui capiva.

Quando tornai indietro e scesi, il conte era immobile. Fissava me, poi il cavallo, poi di nuovo me, come se stesse cercando un trucco che non riusciva a trovare.

— Com’è possibile? — chiese a mezza voce.

— La ferita. Dietro l’orecchio. — Sollevai delicatamente la criniera di Aiace e gliela mostrai. — Era nascosta. Ogni volta che provavate a mettergli i finimenti, gli facevate un male cane. Non era rabbia, la sua. Era una richiesta di aiuto.

Il conte si avvicinò. Allungò la mano, quasi avesse paura di toccare il cavallo. Poi sfiorò con le dita la pelle arrossata e gonfia attorno al vecchio taglio.

Rimase così per un tempo che parve interminabile. La gente intorno non osava parlare.

— Chiamate il veterinario. Subito. — La voce gli uscì roca, diversa. — E portate tutto quello che serve per medicarlo. D’ora in poi Aiace non porterà più testiera. Mai più.

Quella sera, nella sala grande della villa, davanti al camino acceso, il conte Tornabuoni si sfilò l’anello dal dito.

Indossavo un vestito semplice, di cotone blu. I capelli ancora umidi, raccolti in una treccia. Lui era in giacca di velluto, ma senza cravatta. Sembrava più giovane, senza l’armatura del comando.

— Ho dato la mia parola, — disse semplicemente, e mi porse l’anello.

Lo presi. Pesava più di quanto immaginassi.

— Non ti chiederò mai di amarmi, — aggiunse. — Ma ti prometto che imparerò a guardare. Come hai fatto tu con Aiace.

Lo sposai due mesi dopo, in novembre, in una chiesetta di pietra tra i vigneti spogli. I testimoni furono il fattore e la cuoca. I figli del conte non vennero.

La notte di nozze, dalla finestra aperta della nostra camera, vedevo la sagoma scura di Aiace che pascolava tranquillo sotto la luna.

Era guarito. E in un certo senso, lo eravamo tutti.

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