La pioggia batteva sui vetri a raffiche oblique, quel tipo di pioggia novembrina che trasforma le strade di Monferrato in rivoli di fango. Stavo in corridoio con la valigia, una mano sulla maniglia e l’altra sul cellulare dove lampeggiava la prenotazione del treno. Il Frecciarossa per Roma partiva alle undici e ventidue.
In cucina mia madre aveva smesso di lavare i piatti. Sentivo il rubinetto che gocciolava — toc, toc — e il silenzio che cresceva tra una goccia e l’altra. Peggio di qualsiasi sgridata.
— Te ne vai — disse finalmente, senza entrare in corridoio. Restava appoggiata al lavello, lo sapevo senza vederla. — Con questo tempaccio. La grondaia è mezza staccata dal muro, ieri ho trovato acqua sul pavimento della veranda. E tu te ne vai.
— Mamma, sono tre giorni. Tre giorni alle terme, me l’ha regalato l’ufficio per gli anni di servizio. Te l’ho spiegato dieci volte.
Si affacciò dalla porta. Minuta, le spalle strette sotto un golf di lana rammendato due volte, gli occhiali appannati dal vapore. Mi guardò la valigia come se fosse un insulto personale.
— Tre giorni — ripeté, con quel tono da martire che le riusciva così bene. — Certo. E la casa va in malora.
Non risposi. Avevo quarantasette anni e mi sentivo come quando ne avevo quattordici e tornavo tardi dalla biblioteca.
Era cominciato tutto tre anni prima, quando Riccardo se n’era andato. Una sera qualunque, luglio, le cicale impazzite nei giardini. Mi aveva lasciato un post-it sul frigo — «È meglio così, scusa» — e basta. Diciotto anni di matrimonio liquidati con un foglietto giallo. Poi avevo scoperto dell’altra, ventinove anni, consulente nella stessa azienda dove lavorava lui, e dei finanziamenti che aveva acceso a mio nome per la Porsche che adesso parcheggiava sotto casa di lei.
La prima telefonata a mia madre fu un errore. Non lo feci per cercare conforto, ma perché qualcuno doveva pure saperlo. Mi disse solo: — Te l’avevo detto. Quell’uomo aveva gli occhi da pesce lesso.
E poi: — Venerdì vieni qui, devo potare i ciliegi e la scala non la reggo più.
Venerdì andai. E il venerdì dopo. E poi ogni fine settimana, ogni ponte, ogni giorno di ferie che l’ufficio mi concedeva. I ciliegi diventarono l’orto, l’orto diventò la tinteggiatura del soggiorno, la tinteggiatura diventò la sostituzione della caldaia. Arrivavo il venerdì sera con il regionale che ci metteva due ore e trovavo la lista sul tavolo: «1. Grondaia camera da letto. 2. Anta armadio. 3. Farmacia (pressione).» La calligrafia minuscola, fitta come un codice segreto. Mi faceva male la schiena ogni lunedì, e non era solo la schiena.
In ufficio se n’era accorta Leda, la mia compagna di stanza. Un giorno mi aveva spinto una tazzina di caffè davanti e aveva detto: — Chiara, quand’è che hai fatto qualcosa per te l’ultima volta? Qualcosa che non fosse un cespuglio da potare?
Aprii bocca. La richiusi. Non mi veniva in mente niente.
Il giorno delle terme era un’idea di Leda. Il mio capo mi aveva dato un premio fedeltà — quattrocento euro in busta paga con una lettera di congratulazioni per i vent’anni in azienda — e lei mi aveva praticamente sequestrato il telefono per prenotare. — Due notti alle terme di Saturnia. Cascate, fanghi, massaggi. Se non ci vai tu, ci vado io con la tua carta d’identità.
Avevo riso per la prima volta dopo mesi. Una risata strana, che mi suonava nuova in gola, come quando ritrovi un vecchio maglione e scopri che è ancora morbido.
Chiamai mia madre la sera stessa per avvisarla che quel fine settimana non sarei andata. Mi rispose solo: — Ah. — Poi riattaccò.
Per tre giorni non mi parlò. Non perché fosse offesa — o almeno, non solo. Era che stava preparando il terreno. Aspettava che mi sentissi abbastanza in colpa da cedere spontaneamente. Lo conoscevo quel metodo, lo usava da quando ero bambina.
Solo che stavolta la prenotazione era fatta, il treno pagato, la valigia pronta.
Stavo allacciandomi le scarpe quando il telefono squillò. Erano le otto e un quarto di sera. Il numero di casa.
— Pronto?
— Piove — disse lei. — La veranda si allaga, il muro della camera sta facendo la muffa. Ho messo due bacinelle ma non bastano. Se parti adesso prendi ancora il regionale delle nove.
Mi fermai con un laccio in mano. Fuori era buio pesto, la pioggia sferzava i castagni spogli nel cortile.
— Mamma, il treno ce l’ho domattina. Ho la valigia pronta.
— Ah, la valigia. — La voce le uscì sottile, con un tremolio calcolato. — Allora è deciso. La valigia.
— Sono tre giorni.
— Sì, sì. Tre giorni. Poi torni e trovi il soffitto in sala da pranzo. Magari ti siedi sotto e aspetti che ti cada in testa, così poi dici che avevo ragione.
Non so cosa mi prese in quel momento. Forse la pioggia, forse il biglietto sul comò con su scritto «Saturnia — partenza ore 11:22», forse il suono della voce di Leda che diceva «fai qualcosa per te». Lasciai cadere la scarpa a terra e dissi: — Mamma. Ho quarantasette anni. Posso andare tre giorni alle terme senza chiedere il permesso.
Silenzio. Sentivo solo l’acqua nelle grondaie, un cane che abbaiava dal cortile dei vicini, il gocciolio del rubinetto in cucina.
— Come vuoi — disse lei. Secco, come una serranda che si chiude. Riattaccò.
Rimasi lì col telefono in mano. La pioggia aumentò. Il cane dei vicini, un vecchio pastore maremmano tutto spelacchiato, si mise a guaire sotto la tettoia.
Per un attimo mi mancò l’aria. Era la sensazione di aver fatto qualcosa di terribile — o di giusto, e non sapevo ancora distinguere.
Il giorno dopo presi il treno. Avevo comprato il biglietto da sola, online, sbagliando due volte la password della carta di credito. Mi sedetti al finestrino e guardai le colline scorrere via, i vigneti spogli, i campi allagati. Avevo le scarpe pulite, un libro in borsa che non aprivo da mesi e il telefono in modalità silenziosa.
Saturnia era quello che mi serviva. Acqua calda, odore di zolfo, asciugamani soffici e nessuna lista della spesa sul tavolo. La prima sera mi addormentai alle nove e mezza senza che nessuno mi chiamasse per dirmi che il water perdeva o che il cancello cigolava.
La seconda sera invece il telefono squillò. Lo guardai a lungo prima di rispondere. Era lei. Sentivo le cascate in sottofondo, il vapore che si alzava dalle piscine termali e il cuore che mi batteva nelle orecchie.
— Pronto.
— Sono caduta — disse. — Per prendere la bacinella in veranda. Mi fa male il ginocchio.
Chiuse gli occhi. La mano strinse il bordo del lettino. Si sentì sprofondare.
— Hai chiamato la guardia medica?
— Chiama tu la guardia medica. Io non ho il numero. E comunque non è niente, passerà.
Ecco il meccanismo, oliato e perfetto. Ti dà la colpa senza darti il colpo. Non ti ordina, ti rammarica. Un lamento è più potente di un divieto.
— Mamma, domani torno. Puoi aspettare fino a domani?
— Fai come vuoi. Tanto qui non viene nessuno.
Riattaccò. La pioggia aveva smesso, in Maremma il cielo era pieno di stelle che in Monferrato non vedevo da anni.
Quella notte non dormii. Fissavo il soffitto pensando a tutti i venerdì passati a montare scaffali e pulire grondaie e accompagnare mia madre dal dottore e fare la spesa al discount perché «quello all’angolo ha i prezzi da ladri». Pensai a Riccardo che se n’era andato con un post-it e mi aveva lasciato i suoi debiti. Pensai a tutti i giorni in cui avevo detto «va bene» quando volevo dire «no». E a tutte le telefonate delle otto di sera, quelle del bollettino dei disastri, che mi avevano consumato più dei finanziamenti della Porsche.
Alle sei del mattino ero in piedi. Alle nove avevo già fatto il checkout. In stazione, invece di prendere il treno per il Monferrato, mi fermai davanti alla biglietteria e fissai il tabellone delle partenze.
Sopra, in alto, lampeggiava una scritta: «Roma Termini».
Lì accanto, una fila sotto, ce n’era un’altra: «Bologna Centrale — partenza ore 12:10».
Estrassi il telefono e chiamai Leda.
— Sei già in viaggio? — chiese.
— Senti — risposi. — Quanto ci vuole da Bologna a San Luca? Quella chiesa sul colle, quella col portico lunghissimo.
— Un’ora a piedi, forse meno. Perché?
— Non torno — dissi. — Cioè torno, ma non adesso. Non da lei. Ho visto su internet che stasera suonano Brahms al Teatro Comunale, e domani c’è una visita guidata alle Due Torri. Non ci sono mai stata a Bologna.
Leda tacque un secondo. Poi: — E per la cascina?
— La metto in vendita. Stavolta per davvero.
Un mese dopo l’annuncio era online. «Cascina in collina, Monferrato, struttura solida, necessita manutenzione». La prima agenzia mi offrì quarantamila euro. Accettai senza trattare.
Mia madre lo scoprì da una telefonata di un geometra che doveva fare il sopralluogo. Mi chiamò quel pomeriggio alle tre, un orario strano, fuori dal suo solito copione.
— Hai venduto la casa?
— Sì.
— Senza dirmelo.
— Te lo sto dicendo adesso.
— E io dove vado?
La domanda era sincera, per una volta. Non c’era il solito vittimismo calcolato, solo lo spaesamento di chi ha passato quarant’anni a tirare leve e all’improvviso scopre che i fili sono stati tagliati.
— Non lo so, mamma. C’è un residence per anziani vicino al centro ad Asti. Ti ho lasciato l’opuscolo sul tavolo due mesi fa. L’hai visto?
Silenzio. Poi un respiro lungo, stanco. Una resa, forse. O forse solo la fatica di chi deve ricominciare a camminare da sola.
— L’ho visto — mormorò.
La sera del concerto a Bologna faceva freddo, un freddo secco di dicembre, senza pioggia. Salii a San Luca sotto il portico lungo, un passo dopo l’altro, sentendo l’eco dei miei tacchi sui sanpietrini. Il teatro era pieno, l’orchestra accordava gli strumenti e una ragazza accanto a me mangiava castagne di nascosto.
Quando il primo movimento partì, serrai le mani sulla borsetta e pensai alla chiave nuova della mia porta a Bologna — un bilocale in affitto in via Saragozza — e alla copia vecchia della cascina che avevo buttato via il giorno del rogito.
Dopo il concerto trovai tre chiamate perse di mia madre. Le guardai sullo schermo, una sotto l’altra: 20:47, 20:52, 21:05. Il direttore artistico del teatro si chiamava Marco e aveva gli occhi chiari. Lo avevo conosciuto durante l’intervallo, mi aveva offerto un prosecco e mi aveva chiesto se ero di Bologna.
— Non ancora — avevo risposto.
E adesso, in piedi sul portico del teatro con il telefono che vibrava ancora, sorrisi da sola e feci scorrere il dito sullo schermo per spegnerlo.







