Il tavolo da dodici

Gestisco una piccola trattoria in via San Biagio dei Librai, nel centro di Napoli, a due passi da piazza del Gesù. La mattina, prima di accendere i fornelli, sento l’odore del fritto del bar accanto e il rumore dei motorini che slalommano sui sanpietrini. L’insegna al neon faceva le bizze da una settimana, e la sera del 12 novembre si spense del tutto poco prima delle nove.

La signora Assunta arrivò da me un giovedì pomeriggio di ottobre. Avrà avuto settantaquattro anni o giù di lì, ma la camicetta verde pistacchio e la piega fresca la facevano sembrare una che stava per andare a una cerimonia. Appoggiò la borsa sul banco, fece scorrere le dita sul bordo del menù e disse: «Mi serve un tavolo lungo per dodici. Il 12 novembre compio settantaquattro anni. Niente regali, voglio solo una cena con i miei tre figli e i nipoti.»

Le chiesi se preferiva la sala interna o il tavolo vicino alla finestra. Scelse la finestra, perché da lì si vedeva l’insegna di una bottega di presepi. Mi diede trenta euro di caparra e lo scrissi sul registro: tavolo da dodici, sabato 12 novembre, ore venti e trenta.

Tornò altre due volte. La prima per decidere il menù: baccalà fritto, parmigiana di melanzane, caponata e pastiera. La seconda per dirmi che avrebbe portato una fotografia di famiglia da regalare ai figli. «Sto facendo stampare quella scattata a Pasqua di due anni fa», disse. Parlava in fretta, come chi ha un progetto che non vuole farsi sfuggire.

Il sabato sera la sala era quasi piena. Alle otto in punto squillò il telefono. Era lei. La voce sembrava tirata su da una corda. «Annulli pure. Non serve più.» Non chiesi perché. Al ristorante si annulla, non si fanno domande. Però il tavolo da dodici rimase lì, con i piatti impilati e i calici capovolti, fino a quando lo smontammo per far sedere quattro turisti tedeschi. L’insegna fece un ultimo guizzo e si spense.

A metà dicembre la signora Assunta tornò, ma non da sola. Con lei c’era una donna più anziana, con i capelli bianchi raccolti in una crocchia. La sorella, capii dalle loro battute. Sedettero al tavolino vicino alla cassa, dove il cane del fruttivendolo della piazza a volte entrava a bere dalla ciotola. Ordinarono due calici di Falanghina e un piatto di alici marinate.

Mentre sparecchiavo il tavolo accanto, non potei fare a meno di sentire. La sorella disse: «Assunta, per una volta non ti sei fatta mettere i piedi in testa. Ti sei decisa a venire da me a Rimini.» Assunta teneva il bicchiere con due dita e lo faceva roteare sul sottobicchiere. «Ho smesso di tenere tutta la vita in stand-by», rispose. «Mia figlia mi ha chiesto di badare ai suoi bambini per un viaggio di lavoro. Le ho detto che sarei stata fuori per un mese. È rimasta a bocca aperta. Mi ha detto: “Ma tu ci aiuti sempre a dicembre.”»

Non interloquii. Versai solo l’acqua nei bicchieri. Assunta raccontò che il figlio minore, quello che abitava a venti minuti da lei, le aveva scritto la mattina del compleanno per dire che il nipote aveva una partita importante. Il maggiore, da Milano, aveva mandato due cuoricini su WhatsApp. La figlia aveva chiamato dal teatro, con la musica in sottofondo, per chiedere che regalo volesse. «Ho capito che per loro il mio tempo poteva sempre essere rimandato», disse. «Non li punisco. Ho solo smesso di annullare i miei programmi per paura che potessero avere bisogno di me.»

Andarono via dopo il secondo giro di Falanghina. La sorella pagò con una banconota spiegazzata. Mentre uscivano, il cane del fruttivendolo annusò le scarpe di Assunta, scodinzolò e tornò sul gradino.

Passarono i mesi. L’estate portò turisti e tavolate rumorose. Poi, un pomeriggio di fine settembre, la signora Assunta tornò con un foglio piegato in quattro nella tasca del soprabito. Lo aprì sul banco. C’erano sei nomi scritti a penna nera.

«Per il 12 novembre di quest’anno», disse. «Un tavolo per sei, non per dodici. Mi dia la nuova caparra.»

Le chiesi se voleva lo stesso menù. «Sì, ma in quantità per sei. E solo per chi ha confermato. I nomi sono questi.» Fece scivolare il foglio verso di me. Lo guardai. Non c’era il figlio maggiore. Non c’era la nipote che l’anno prima aveva avuto la partita. C’erano la sorella, la figlia, due nipoti e un’amica. Sei.

Le diedi il blocchetto. Scrisse l’importo sul retro di uno scontrino: sessanta euro di caparra. Li appoggiò sul banco, una banconota da cinquanta e una da dieci. Poi piegò di nuovo il foglio e lo rimise nella tasca. «Chi non risponde alla conferma, non ha il posto», disse, senza alzare la voce. «Non è cattiveria. È che la tavola apparecchiata per chi non viene occupa spazio anche nel cuore.»

La sera della cena, arrivammo alle otto e mezza. Io avevo apparecchiato il tavolo da sei vicino alla finestra, con i tovaglioli di stoffa e la pastiera già nel vassoio sul carrello. Il primo a entrare fu un uomo sulla cinquantina, con una giacca blu e una valigetta. Si guardò intorno. Poi si avvicinò al banco.

«Sono il figlio maggiore di Assunta», disse. «Dov’è il tavolo lungo?»

«Tavolo da sei», risposi. Indicai la finestra. «La prenotazione è per sei persone confermate.»

Lui rimase fermo. Poi Assunta uscì dal bagno, si asciugava le mani con un fazzoletto di carta. Lo vide. Non alzò la voce. Disse solo: «Sei nella lista?»

Il figlio aprì la bocca, poi la richiuse. «Non ho risposto al messaggio. Pensavo fosse una formalità.»

«No», disse Assunta. «La formalità era quando apparecchiavo per dodici e arrivavano in tre. Ora prenoto per chi mi dice che viene.» Fece un cenno con la mano verso il tavolo. «Se vuoi restare, ordina al banco. Ma il posto alla finestra è per chi ha confermato entro ieri.»

La sorella entrò con un foulard rosso. La figlia con un pacchetto. Si sedettero, risero, si passarono il pane. Il figlio maggiore rimase vicino alla cassa per qualche minuto, poi uscì a fumare sulla soglia. Il cane del fruttivendolo gli si avvicinò, lui si chinò, gli diede una carezza e rimase a guardare la strada.

Io ho sparecchiato il tavolo da sei a mezzanotte meno un quarto. Il bicchiere del figlio maggiore era rimasto asciutto. La signora Assunta pagò il conto con la stessa banconota da cinquanta che le avevo chiesto di caparra, più i vini. Non disse altro. Uscì con la sorella e si fermò un attimo davanti alla bottega dei presepi, indicando qualcosa oltre il vetro.

L’insegna al neon, finalmente riparata, faceva una luce bianca e fissa su via San Biagio dei Librai. Il cane si mise a seguirle per un tratto, poi tornò indietro.

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