Tre foto e una carriera finita

Io mi chiamo Enzo Bianchi, ho sessantotto anni e per quarant'anni ho fatto il notaio a Bologna. Sono in pensione da tre, e di questi tempi mi occupo di una sola cosa: mia figlia, che vive a Catania con due gemelli piccoli. Ogni secondo venerdì del mese prendo il volo delle 10:20 da Fiumicino per andarli a trovare.

Quel venerdì di ottobre ero arrivato presto. Le luci al neon del Terminal 1 davano a tutti la faccia stanca, anche a me. Al banco del bar avevo pagato 4 euro e 80 centesimi per un cappuccino e una brioche alla crema. Troppo, per una brioche che sapeva di plastica, ma ormai in aeroporto i prezzi sono quelli. Avevo con me la mia borsa di pelle marrone, quella che mia moglie mi regalò per i cinquant'anni. Dentro c'era un libro sulla cucina siciliana, comprato a una bancarella di Porta Portese tre giorni prima, e la mia Pigna Rossa, la penna che uso da trentacinque anni per scrivere appunti. Ho sempre scritto appunti. Mia moglie diceva che ero nato con una matita in mano. Ora sono rimasti solo io e i miei quaderni.

La fila per l'imbarco era lunga, piena di famiglie che tornavano al Sud per il fine settimana. Neonati che piangevano, trolley che sferragliavano, il profumo di caffè che si mischiava a quello del disinfettante delle scale mobili. Io avevo il posto 1D, business class. Lo prendo sempre, ormai: con la pensione che ho, posso permettermelo. Mi piace sedere davanti, vicino alla tenda che separa i ricchi dai mortali. Vedo tutto da lì.

Il volo era il Volare Italia 202 per Catania, un A321 nuovo di zecca. Io non capisco niente di aerei, ma la moquette blu e le poltrone di pelle chiara mi facevano sentire come in un salotto di un albergo a quattro stelle. Mi sono sistemato, ho tirato fuori il libro, l'ho aperto alla pagina con l'orecchio piegato dall'altra volta. Non leggevo ancora: guardavo. Ho sempre guardato la gente, da quando facevo il notaio. Si impara a capire chi mente, chi ha fretta, chi è fuori posto. Quel giorno c'era un uomo fuori posto.

Era seduto in 2A, il posto vicino al finestrino. Avrà avuto cinquant'anni, forse meno. Indossava jeans scuri, scarpe da ginnastica bianche e una maglietta blu semplice. Niente giacca, niente cravatta, niente orologio vistoso. Non aveva il computer aperto, non parlava al telefono. Teneva un libro tascabile, uno di quei romanzi gialli con la copertina sgualcita. In business class, con me, c'erano tre signori in completo scuro, una donna con una giacca di cachemire color tortora e un ragazzo con un iPad ultimo modello. Nessuno di loro guardò l'uomo in 2A. Io sì.

La hostess arrivò per i saluti di benvenuto prima del decollo. Era una donna di circa quarantacinque anni, capelli tirati indietro, divisa perfettamente stirata. Si muoveva come se il corridoio fosse un palcoscenico. Ho ancora il suo nome scritto da qualche parte: Claudia Ferrari, anziana di bordo, vent'anni di servizio. La si leggeva sul badge, appuntato alla giacca. Quella mattina la guardai fare il giro. Al signore in 1A, completo blu e scarpe di cuoio costose, disse: "Benvenuto, signore. Vuole un caffè? Abbiamo anche il prosecco." Sorrise, gli porse il menù. Alla signora in 2C, la bionda con il cachemire, chiese se preferisse acqua frizzante o naturale, e aggiunse che si ricordava di lei dal volo della settimana scorsa. Al ragazzo in 3A fece un complimento sull'iPad.

Poi arrivò alla fila 2. Guardò l'uomo in 2A, dalla testa ai piedi. Fu un'occhiata veloce, di due secondi. Ma io la vidi. Gli occhi le si strinsero, appena, come quando uno trova una cartaccia sul tavolo appena apparecchiato. Non gli disse niente. Non "buongiorno", non "posso aiutarla", niente. Passò oltre.

L'uomo non sembrò farci caso. Aprì il libro, lesse due righe. Io feci finta di niente, ma dentro di me qualcosa si accese. Da notaio avevo visto discriminazioni di ogni tipo: per il colore della pelle, per l'accento, per il conto in banca. Ma lì, a diecimila metri, tra due sorsi di acqua, rivedevo la stessa scena.

Il decollo fu tranquillo. Poi il comandante spense il segnale delle cinture e iniziò il servizio bevande. La signora Ferrari spinse il carrello con la grazia di una regina. Servì tutti. Al signor 1A porse un calice di vino rosso e scambiò due parole sul tempo. Alla signora in 2C versò un tè con una cura che sembrava un rito. Al ragazzo in 3A portò un succo di pesca e un tovagliolo piegato a triangolo.

Quando arrivò all'uomo in 2A, si fermò. Non lo guardò. Disse solo: "Da bere?" con un tono che era più un sospiro che una domanda.

"Un'acqua frizzante, per favore," rispose lui, senza alzare gli occhi dal libro.

Lei portò un bicchiere. Lo mise sul tavolino con un gesto brusco, così brusco che il bicchiere si rovesciò. L'acqua frizzante si sparse sui jeans dell'uomo, sul libro aperto, sul tavolino. La hostess non si scusò. Non prese un tovagliolo. Disse "ops" e andò via, verso la signora in 2C, alla quale offrì un'altra tazza di tè con un sorriso largo.

L'uomo in 2A chiuse il libro. Le pagine erano bagnate, la copertina si era gonfiata. Lo posò sul sedile vuoto accanto a lui. Si asciugò i jeans con una salvietta che aveva nello zaino. Non disse nulla. Prese però un piccolo taccuino nero dalla tasca interna dello zaino e scrisse qualche riga, veloce. Ogni tanto guardava l'orologio. Segnò le 10:38.

Il carrello dei pasti arrivò alle 11:15 circa. Io avevo già finito il mio filetto, che era tenero e rosa al centro, con verdure croccanti e un panino caldo. La hostess aveva avuto per me un sorriso e una frase gentile: "Oggi il filetto è particolarmente buono, signor Bianchi. Lo chef ha cambiato il burro alle erbe." Lo disse come se parlare con me fosse un piacere.

Poi toccò all'uomo in 2A. Lei si chinò, sollevò il coperchio d'argento. Io ero a un metro di distanza, non di più, e anche da lì si vedeva che qualcosa non andava: il pane aveva macchie scure, l'insalata era afflosciata e ingiallita, e dal pollo saliva un odore acido che non c'entrava nulla con quello del mio filetto. Non serviva avvicinarsi per capire che quel piatto non avrebbe dovuto lasciare la cucina.

L'uomo in 2A prese il panino, lo rigirò tra le dita, lo posò. Sollevò il pollo con la forchetta, lo guardò controluce, storse la bocca. Poi si girò verso la hostess, che era già due file più avanti, intenta a servire l'ultimo filetto al signore in 3C. Nella mano sinistra teneva il telefono. Lo alzò, scattò tre foto, senza fretta, come chi documenta qualcosa che sa già come useranno.

A quel punto spinsi il dito sul pulsante di chiamata. Non per lui, per me. Volevo capire. Ma la hostess non venne. Passarono tre minuti. Alla fine si avvicinò una ragazza giovane, l'assistente di bordo, quella che chiamavano Marta. Il signore in 2A le mostrò il piatto. "Questo cibo è ammuffito," disse, con una voce calma. "Il pane, il pollo. Guardi."

La ragazza guardò, e sul suo viso passò qualcosa che assomigliava a paura, o forse solo a imbarazzo. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma in quel momento arrivò la signora Ferrari, e Marta si tirò indietro di un passo, come chi cede il posto senza volerlo. Non la vidi più per il resto del volo.

La signora Ferrari si piazzò davanti al tavolino, guardò il piatto, poi guardò l'uomo in 2A. "A me sembra perfettamente commestibile," disse. "Non tutti i piatti possono essere a cinque stelle. Forse preferirebbe qualcosa dalla classe economica? Lì hanno i panini al formaggio."

L'uomo scosse il capo. "Voglio lo stesso pasto che hanno ricevuto tutti gli altri passeggeri di questa cabina."

Allora la hostess fece una cosa che non avevo mai visto in quarant'anni di viaggi. Si sedette nel posto vuoto accanto a lui, accavallò le gambe, e parlò. Non sottovoce. Ogni parola rimbalzava sulle pareti.

"Guardi che io il primo classe lo servo da vent'anni. Venti. So chi ha diritto di stare in queste poltrone e chi no. E lei, lei non ha diritto. Veste come uno dell'economica, parla come uno dell'economica. E quel piatto è esattamente quello che si merita. Quindi lo mangi. Oppure resti pure a digiuno. A me non fa differenza."

Si alzò, si sistemò la gonna della divisa, andò al carrello. Prese l'ultimo filetto, quello rimasto, fumante, profumato, lo portò al signore in 3C. "Ecco a lei, signor Caruso. L'ultimo. L'ho tenuto da parte apposta." Lo disse con un calore che mi fece venire i brividi.

Il signor Caruso guardò il piatto, guardò l'uomo in 2A, poi guardò il suo filetto. Prese coltello e forchetta, tagliò la carne, e non disse una parola. Io avrei voluto alzarmi e dire qualcosa, ma non ne ebbi il coraggio. Rimasi seduto, con il mio libro di cucina siciliana ancora in mano. La pagina del capitolo sulla pasta con le sarde era umida di sudore. Non riuscivo a leggere nemmeno una parola.

L'uomo in 2A non toccò il piatto. Prese di nuovo il taccuino, scrisse altre righe, con l'ora accanto. Poi si alzò, andò verso la toilette in fondo alla cabina, quella riservata alla business. Vi rimase forse sei o sette minuti. Io pensai che fosse solo per lavarsi le mani. Quando tornò, aveva il telefono in tasca, non più in mano, e un'aria diversa: non arrabbiata, non delusa. Un'aria di chi ha appena chiuso una pratica, come dicevamo noi notai quando un atto era finalmente firmato e depositato.

Non seppi mai con certezza cosa avesse fatto lì dentro. Ma il wifi di bordo funzionava — lo sapevo perché anch'io l'avevo usato per scrivere a mia figlia — e un uomo con tre foto, un orario preciso e una mail giusta da scrivere non ha bisogno di molto altro.

Atterrammo a Catania alle 12:45 precise. Il comandante annunciò l'arrivo. Io guardai fuori dal finestrino: l'Etna fumava piano, come sempre. Sulla pista c'erano tre aerei dell'aeroporto Fontanarossa in fila per il decollo. La scaletta si avvicinò. Quando la porta si aprì, invece del solito addetto all'accoglienza, salì a bordo un uomo in completo scuro con un tablet in mano. Si presentò a bassa voce alla signora Ferrari come responsabile qualità della compagnia, di passaggio a Catania per un controllo già programmato da giorni — lo sentii dire proprio così, "controllo già programmato" — ma la mail con le foto, arrivata durante il volo, gli era evidentemente finita sotto gli occhi prima ancora che l'aereo toccasse terra.

Scese lungo il corridoio, guardò i nostri posti, si fermò davanti all'uomo in 2A. Gli mostrò lo schermo del tablet: una foto, il pollo verdastro, evidente anche da lontano. L'uomo in 2A annuì appena, senza sorridere.

La hostess, la signora Ferrari, era in fondo, vicino alla porta, con il suo solito sorriso stampato. Ma quando vide l'uomo in completo scuro fermarsi lì, il sorriso le si spense a metà. Poi la sua mano sinistra salì al badge che aveva appuntato sul petto, lo toccò, come per assicurarsi che fosse ancora lì.

L'uomo in completo scuro le si avvicinò, le parlò per meno di un minuto, a voce bassa. Lei impallidì. Prese la sua borsa dal gavone, la strinse al petto, e scese dall'aereo senza dire una parola. Passò davanti a me. Aveva gli occhi lucidi, ma non pianse. O forse sì, non lo so. Io guardai le sue scarpe nere, perfettamente lucide, inchiodate sul linoleum della pista. Non riuscivo a staccare gli occhi da quelle scarpe.

Scesi anch'io, con il mio libro di cucina e la mia borsa di pelle. Fuori c'era un'aria calda, umida, che sapeva di salsedine e di asfalto. Alla fine della pista, prima del controllo passaporti, vidi la signora Ferrari in piedi, con due agenti della sicurezza aeroportuale. Non aveva più il badge. Aveva in mano un foglio di carta, e lo teneva con due dita, come si tiene qualcosa che scotta.

L'uomo in 2A, invece, era già sul marciapiede delle partenze, con lo zaino su una spalla e il libro gonfio d'acqua ancora spuntava dalla tasca laterale. Parlava al telefono con qualcuno, tranquillo, come si parla di un imprevisto ormai risolto.

Io mi fermai al banco dei taxi. C'era una fila di tre persone davanti a me. Sentii due autisti parlare tra loro: dicevano che una hostess era stata fermata sulla pista, che il responsabile qualità era salito apposta, che la donna in questione lavorava per Volare Italia da vent'anni.

Più tardi, in macchina verso Catania, mia figlia mi chiese com'era andato il volo. "Normale," dissi. Ma continuavo a pensare a quel taccuino nero, a quelle tre foto scattate senza fretta, a un uomo in jeans che non aveva mai alzato la voce.

Quella sera, a casa di mia figlia, mentre i gemelli dormivano nella stanza accanto, tirai fuori la mia Pigna Rossa e scrissi nel mio quaderno: "Catania, 9 ottobre, volo 202. La signora Ferrari mi ha servito un filetto perfetto, e a lui una muffa." Poi rimasi a fissare la pagina, la penna ferma a un centimetro dalla carta, senza aggiungere altro.

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