Il cane che aspettava sotto il portico

La telefonata arrivò alle sette e mezza di sera, mentre stavo chiudendo l'ambulatorio. Fuori pioveva da tre giorni e l'asfalto di Bologna luccicava come una lastra di ghiaccio nero. Riconobbi il numero di Elide, la signora del piano di sopra, e lasciai squillare due volte prima di rispondere. Con lei le conversazioni non finivano mai.

«Marta, scusa se chiamo a quest'ora. C'è un problema con il cane.»

«Quale cane?»

«Quello che aspetta sotto il portico. Il randagio. Da stamattina non si muove.»

Mi infilai il giaccone e scesi. Il portico di via Saragozza 47 è uno di quei budelli umidi dove l'eco dei passi rimane nell'aria anche quando ti fermi. Elide era lì, appoggiata al muro scrostato, con un ombrello rotto in una mano e una busta di crocchette nell'altra. Ai suoi piedi, su un cartone bagnato, c'era un meticcio di media taglia, color miele sporco. Tremava. La zampa posteriore sinistra era gonfia il doppio del normale.

«È arrivato ieri notte,» disse Elide. «Sono tre anni che lo nutro. Lui e il suo amico. Quello nero. Si chiamavano… vabbè, non hanno un nome. Li ho sempre chiamati i Gemelli, anche se non sono fratelli.»

La guardai. Elide ha ottantatré anni, una pensione da seicento euro e otto gatti in un bilocale al terzo piano. Ogni mattina alle sei scende a portare da mangiare a una decina di randagi del quartiere. La conosco da undici anni e non l'ho mai vista piangere. Quella sera non piangeva nemmeno lei, ma le mani le tremavano sulla busta dei croccantini.

«L'altro dov'è?» chiesi.

«Morto. Lunedì. L'ha preso una Panda bianca vicino a Porta San Felice. Il conducente non si è fermato.»

Rimasi in silenzio. Poi guardai il cane. Anche lui guardava me, con la testa bassa e le orecchie incollate al cranio. Non ringhiava. Non chiedeva. Aspettava soltanto, come si aspetta un autobus che non si è sicuri esista ancora.

«Dobbiamo portarlo da un veterinario,» dissi.

«Lo so. Per questo ti ho chiamato. Tuo marito.»

Filippo stava già tornando dalla clinica di Casalecchio. Lo richiamai. Arrivò in venti minuti con il furgone. Quando vide la zampa, si tolse il berretto e si passò una mano sul viso. Non disse niente per un momento. Poi: «Frattura scomposta. Ci vogliono i raggi. E probabilmente un intervento.»

Elide si sedette sul gradino del portico. Il cane le posò il muso sulla scarpa. Lei gli grattò la testa con due dita, piano, come si fa con i bambini quando hanno la febbre.

«Vi do tutto quello che ho,» mormorò. «Sono duecentotrenta euro. Non è molto, ma…»

«Signora Elide,» la interruppe Filippo, «paghiamo noi. Lei fa già abbastanza.»

Ma Elide scosse la testa. «No. Voi avete già fatto tanto per il quartiere. E poi non è giusto. Lui è il mio cane. O almeno… io sono la sua persona.»

Lo disse con una voce così ferma che nessuno di noi fiatò. Si alzò, aprì il portafoglio di cuoio marrone che teneva nella tasca del cardigan e tirò fuori due banconote da cento, una da venti e una da dieci. Le appoggiò sul mio palmo. Erano calde.

Filippo prese il cane in braccio con una delicatezza che non gli avevo mai visto. Il randagio non si oppose. Appoggiò la testa sulla sua spalla e chiuse gli occhi.

«Come lo chiamiamo?» chiese Filippo.

Elide ci pensò su. Poi indicò il cartone bagnato, l'ombrello rotto, la pioggia che ricominciava a cadere.

«Nerone. Come l'imperatore. Perché è sopravvissuto a tutto.»

Tre giorni dopo Nerone uscì dall'intervento. La frattura era riducibile, ma aveva bisogno di riposo assoluto per almeno sei settimane. Elide lo prese in casa. Contro ogni previsione, gli otto gatti lo accettarono quasi subito. Forse perché Nerone non abbaiava, non correva, non faceva niente di tutto quello che di solito fanno i cani. Stava lì, sul tappetino davanti alla stufa, e osservava il mondo con una pazienza da vecchio marinaio.

Io salivo ogni sera a controllarlo. Elide mi offriva un caffè e mi raccontava storie del quartiere. Di quando negli anni Ottanta via Saragozza era piena di botteghe. Del forno di Mario che chiuse nel 2007. Di come i sanpietrini vennero coperti dall'asfalto e nessuno protestò, tranne lei. Ma soprattutto mi raccontò la storia dei Gemelli.

Erano comparsi tre anni prima, un novembre freddissimo. Due cuccioli buttati vicino ai cassonetti di via del Riccio. Uno color miele, uno nero. Nessuno sapeva chi li avesse abbandonati. Forse qualcuno che non poteva più permettersi di mantenerli. O forse qualcuno che si era stancato. I cuccioli si erano stretti l'uno all'altro e avevano passato la notte lì, tremando, aspettando un' alba che sembrava non arrivare mai.

«Li ho visti la mattina dopo, che andavo a comprare il pane,» disse Elide versando il caffè. «Erano piccoli così. Avevano dormito dentro una scatola di cartone. Quello nero leccava la testa del miele. Come a dire: andrà tutto bene.»

Da quel giorno Elide iniziò a portargli da mangiare. Altre persone del quartiere si unirono. Un signore di via San Felice portò una vecchia poltrona dal suo garage. Un ragazzo costruì una cuccia di legno. Una ragazza lasciò un tappeto nuovo, con la peluria alta. Ogni volta, nel giro di pochi giorni, qualcuno rubava o distruggeva tutto. La poltrona sparì una notte. La cuccia venne fatta a pezzi. Il tappeto andò perso con la pioggia. Ma i Gemelli restarono. E restò anche Elide, ogni mattina, con la sua busta di croccantini.

«Perché lo fai?» le chiesi una sera.

Elide alzò le spalle. «Perché quando scendo, loro mi aspettano. Nessuno mi aspetta più, Marta. I miei figli sono a Milano, a Berlino, a Toronto. Mio marito è morto nel 2011. Quando scendo e li vedo, per un attimo mi sento… non so… attesa. Come se servissi a qualcosa.»

Non aggiunsi altro.

Il giorno in cui Nerone tornò a camminare, lo portammo sotto il portico. Faceva freddo ma non pioveva. Elide lo teneva al guinzaglio, un guinzaglio nuovo che aveva comprato al mercato di piazzale della Pioggia. Nerone fece qualche passo incerto. Poi si fermò. Guardò verso l'angolo della strada, dove c'era il cartone ormai marcio. Poi tornò indietro e si sedette accanto a Elide.

Fu in quel momento che vidi la donna. Era ferma sul marciapiede opposto, con un impermeabile blu e un ombrello nuovo. Guardava Nerone con una espressione che non so descrivere. Non era tristezza, non era compassione. Era semplicemente attenzione. L'attenzione di chi sta calcolando qualcosa.

Attraversò la strada e venne verso di noi.

«È il cane che ha perso il fratello?» chiese.

Elide si irrigidì. «Come fa a saperlo?»

«Vivo in zona. Ho visto la storia sul giornale locale. Quella di Nerone e dei Gemelli.»

Giornale locale. Il Corriere di Bologna aveva pubblicato un articolo la settimana prima, dopo che una vicina aveva fotografato Filippo mentre portava Nerone dal veterinario. L'articolo non era lungo, ma aveva commosso parecchie persone. Troppe, forse.

«L'ho visto ieri sera,» continuò la donna. «Camminava così bene che ho pensato di chiedere se è in adozione.»

Il cuore mi fece un balzo. Guardai Elide. Lei guardava la donna, poi Nerone. Poi di nuovo la donna.

«No,» disse Elide. «Non è in adozione.»

«Ma… non è un randagio?»

«Era un randagio. Ora è il mio cane.»

La donna fece un passo avanti. «Signora, non voglio mancarle di rispetto. Ma ho un giardino grande. Una casa in collina. Mio marito è in pensione. E Nerone avrebbe tutte le cure…»

Elide la interruppe. «Nerone ha già tutte le cure. Le ho appena dato duecentotrenta euro. Ho saltato una mensilità delle medicine per la pressione per pagare l'intervento. E lo rifarei domani mattina.»

Rimanemmo lì, sotto il portico, mentre la pioggia ricominciava. La donna guardò Nerone. Nerone guardava Elide. Poi, con un movimento lento, si accucciò ai suoi piedi. Non sul cartone. Sulla scarpa destra di Elide, proprio sulla sua scarpa, come aveva fatto la prima sera.

La donna sospirò. «Va bene. Ma se un giorno cambiasse idea…»

«Non cambierò idea,» disse Elide. E aprì l'ombrello nuovo della donna. «Tenga. Sembra che stia per piovere di nuovo. Non si bagni.»

La donna prese l'ombrello. Se ne andò senza voltarsi.

Quella sera salii da Elide per il caffè. Nerone dormiva sul tappetino, con un gatto che gli faceva le fusa addosso. Elide mi porse una busta. Dentro c'era un documento.

«L'ho registrato ieri. È un cane di proprietà. Il mio cane. La microchippatura è a nome mio. Ho pagato ventidue euro. Ne è valsa la pena.»

Guardai la busta. C'era un nome. Nerone. E il nome di Elide. E un codice di quindici cifre che certificava una verità semplice: quel cane non era più di nessuno, tranne che suo.

«Il giornale ha scritto che hai fatto un gesto bellissimo,» dissi.

Elide alzò gli occhi al cielo. «Il giornale scrive quello che vuole. Io ho fatto quello che andava fatto.»

Non disse altro. Versò il caffè. E fuori riprese a piovere, leggero, come se il cielo avesse deciso di pulire le strade di Bologna una volta per tutte.

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