La tazzina del caffè tremava leggermente nel piattino. Non per il freddo — in quella mattina di ottobre a Verona l’aria era ancora tiepida — ma per la mano che la reggeva. La mano di Davide.
Sua moglie Chiara lo guardò da sopra il bordo della sua tazza, senza dire nulla per un lungo minuto. Poi posò lo sguardo sulla bottiglia di grappa che faceva capolino da dietro la zuccheriera, mezza vuota. La stessa bottiglia che aveva comprato due Natali fa per il pandoro e che da allora non era mai stata aperta. Fino a quella settimana.
— Davide.
Lui alzò gli occhi. Occhi che a cinquantatré anni ne dimostravano dieci di più. Le borse sotto, un reticolo di capillari rotti, lo sguardo fisso su un punto indefinito del tavolo.
— Lo so, lo so cosa stai per dirmi — mormorò lui, passandosi una mano sulla barba di tre giorni. — Ma non è facile. Tre mesi. Tre mesi senza mettere piede in officina. Dopo ventotto anni.
La ditta di autotrasporti dove Davide era capo meccanico aveva chiuso a luglio. Fallimento. Tutti a casa. E a cinquantatré anni, in una città come Verona, trovare un altro posto fisso era un’impresa. Troppo vecchio per ricominciare, troppo giovane per la pensione.
Chiara spinse verso di lui il vassoio con le fette biscottate.
— Davide, ascoltami bene. Hai le mani che valgono oro. L’idraulico, l’elettricista, il falegname — in questa casa non è mai entrato nessuno in trent’anni di matrimonio. E non perché non servisse. Perché c’eri tu a sistemare tutto.
— E allora?
— E allora metti un annuncio. “Tuttofare a domicilio”. Gente che ha bisogno ce n’è. Rubinetti che perdono, lampadari da montare, mobili da aggiustare. Pagano, eccome se pagano. Prova.
Lui fece una smorfia. L’orgoglio. Per uno che aveva gestito un’officina con sette dipendenti, ridursi a girare per le case degli sconosciuti a cambiare guarnizioni…
— E per spostarmi? La macchina ce l’hai tu tutto il giorno.
— Ma figurati — Chiara sorrise, alzandosi per prendere la borsa. — La mattina mi accompagni in ufficio, e la Panda è tua. La sera mi vieni a prendere. Così non hai scuse.
Lo baciò sulla guancia, sentendo l’odore acre della notte insonne mescolato al caffè.
— Prova, amore mio. Solo provare.
Lui rimase seduto a fissare il tavolo ancora per mezz’ora dopo che la porta si fu chiusa. Poi, con un sospiro, andò in cantina a recuperare la cassetta degli attrezzi.
L’annuncio lo pubblicò su un sito locale di servizi verso le undici. “Tuttofare esperto — piccole riparazioni, montaggio mobili, idraulica, elettricità. Prezzi onesti. Zona Verona città e provincia”. Aggiunse un paio di foto della sua officina di una volta, giusto per dare un’idea di chi fosse. Poi stampò qualche volantino e li attaccò alla bacheca del supermercato sotto casa. Le signore anziane erano le migliori clienti per queste cose: diffidavano di internet, ma leggevano tutti i foglietti appesi.
Il primo squillo arrivò alle due del pomeriggio. Poi un altro. Poi un messaggio su WhatsApp.
Tre lavori. Tre. In una giornata.
La mattina dopo, dopo aver lasciato Chiara davanti allo studio notarile dove lavorava, Davide si ritrovò davanti al cancello di una villa in zona Torricelle, sulle colline che guardano Verona dall’alto. Non era una villa — era una reggia. Cancellata in ferro battuto, viale di cipressi, facciata in pietra bianca con edera rampicante.
— Cristo santo — mormorò, suonando al citofono.
Gli aprì una signora sui sessant’anni, avvolta in una vestaglia di seta color avorio, con un barboncino in braccio. Il barboncino ringhiò. La signora pure, quasi.
— Lei è il tuttofare?
— Sì, signora. Davide.
— Ah, finalmente. Venga, venga. Prego, non calpesti la ghiaia che poi lascia i segni.
Lo condusse in un salone con un soffitto alto almeno quattro metri. Sul pavimento di parquet, ancora imballata in una cassa di legno, troneggiava un lampadario che sembrava pesare una tonnellata.
— È un pezzo originale di Murano — dichiarò la signora con tono che non ammetteva repliche. — Mio marito l’ha fatto arrivare apposta da Venezia. Lo monti con estrema cautela.
Davide si avvicinò alla cassa. Osservò i pendagli di vetro, la struttura in ottone, gli attacchi. Ci mise circa cinque secondi a notare l’etichetta stampata sul retro di uno dei bracci: Made in China. Sorrise tra sé e sé, ma non disse nulla.
Tre ore di lavoro. Il collo gli doleva per aver tenuto le braccia alzate tutto il tempo. La signora controllava ogni sua mossa da una poltrona, senza offrirgli nemmeno un bicchiere d’acqua.
Quando ebbe finito, ammirò il risultato: in effetti, il lampadario faceva la sua figura.
— Bene — sentenziò la signora, porgendogli due banconote da cinquanta euro. — Quello vecchio lo porti via. Lo butti. E copra bene i sedili, che è pieno di polvere.
Il “vecchio” lume era un pezzo di cristallo piombato, anni Cinquanta, leggerissimo e senza una scheggia. Roba di valore, pensò Davide, caricandolo con cautela nel bagagliaio della Panda. Molto meglio del falso Murano appena appeso.
Mentre tornava verso il centro, il telefono squillò di nuovo. Numero sconosciuto.
— Pronto?
— Senta, è lei il signor Davide? Quello dell’annuncio? — La voce era anziana, tremante, con un forte accento veneto. — Mi serve aiuto, presto. È una cosa urgente. Non so più che fare. So’ disperata.
— Signora, si calmi. Mi dica cosa è successo.
— È il gatto. Il gatto del mio vicino. È rimasto intrappolato in camera mia e non vuole uscire. Sono due giorni che non mangia e non beve. Io non ho la forza di spostare l’armadio… Tutti i miei vicini sono al lavoro…
Davide sospirò. Non era esattamente il tipo di intervento che aveva immaginato. Ma la voce di quella donna era così angosciata che non se la sentì di rifiutare.
— Mi dia l’indirizzo, signora. Arrivo.
L’appartamento era in un condominio popolare a Borgo Milano. Alla porta lo accolse una vecchina minuta, con i capelli raccolti in una crocchia e le mani che tremavano.
— Grazie, grazie che è venuto — ripeteva, facendolo entrare. — È là, dietro l’armadio della camera. Povera bestiola.
Davide entrò in camera. Un grosso armadio a due ante occupava quasi interamente una parete. Nel buio dell’intercapedine tra il mobile e il muro, due occhi gialli lo fissavano immobili.
— Come ci è finito lì dietro?
— Ah, è successo tutto lunedì — La signora giunse le mani. — Il mio vicino, il signor Franco, è mancato la settimana scorsa. Un infarto, pover’uomo. Il gatto, Nerone, è rimasto solo. Io l’ho preso con me, ma la mia gatta Titti non l’ha voluto. L’ha rincorso, lui si è spaventato e si è infilato là dietro. Da allora non si muove.
Davide si inginocchiò a terra e fece “pspsps” verso la fessura. Il gatto emise un miagolio strozzato.
— Forza, Nerone. Vieni fuori. Non ti faccio niente.
Silenzio. Poi, lentamente, un muso nero spuntò dall’ombra. Il gatto lo guardò, lo annusò da lontano, poi, con un movimento fluido, sgusciò fuori e andò dritto verso le ciotole vuote accanto alla porta.
— Ha fame, la bestiola — commentò Davide.
La signora si affrettò a riempire una ciotola di croccantini. Nerone si fiondò sul cibo come se non mangiasse da una settimana.
Mentre il gatto divorava la sua razione, la vecchina offrì a Davide un caffè e due biscotti secchi.
— Non so cosa fare, signor Davide — confessò, sedendosi con le mani in grembo. — Nerone è un bravo gatto, ma le bestie sono come le persone: hanno bisogno di un padrone che sia il loro padrone. Io ho già la mia Titti, che è gelosa e lo tormenta. E poi sono vecchia, se tra un anno o due manco io, a chi li lascio?
Davide bevve il caffè in silenzio. Guardò il gatto, che nel frattempo si era accovacciato accanto alla sua sedia e faceva le fusa.
In quel momento gli tornò in mente il terzo appuntamento della giornata.
Aveva ancora un paio d’ore. Le usò per aggiustare due sportelli della cucina che cigolavano e una presa elettrica che faceva contatto. La signora insisteva per pagarlo, ma Davide rifiutò.
— Tenga i soldi per le crocchette — le disse. — Piuttosto… posso fare una proposta?
La vecchina lo guardò curiosa.
— Lasci che mi porti via Nerone. Credo di aver trovato la casa giusta per lui.
Il secondo cliente abitava in zona San Zeno, in un appartamento che sembrava uscito da un film post-apocalittico. Bicchieri sporchi ovunque, cavi ethernet che serpeggiavano sul pavimento, tre monitor accesi su una scrivania che reggeva per miracolo. Il padrone di casa, un ragazzo sulla trentina con una felpa che chissà quando era stata lavata l’ultima volta, lo accolse senza nemmeno guardarlo, gli occhi fissi sullo schermo.
— Salve, salve — biascicò. — Il lavello perde. È là in cucina. Faccia pure.
E tornò a digitare furiosamente sulla tastiera.
Davide si mise al lavoro. Una guarnizione da cambiare, trenta secondi di chiave inglese. Fine.
Quando tornò in salotto per farsi pagare, il ragazzo stava imprecando a mezza voce contro un bug del codice.
— Centocinquanta, vanno bene?
— Sono troppi — Davide lo guardò perplesso. — Per quel che ho fatto ne bastano quaranta.
— Ah no, no — il ragazzo finalmente si girò. Aveva occhiaie che sembravano lividi. — Mi faccia un forfait. Tutti i giorni. Tutti i santi giorni questa casa cade a pezzi e io non ho il tempo materiale di occuparmene. Sto su un progetto da sei mesi e se non lo finisco entro Natale mi licenziano. Lei mi salva la vita. Venga una volta a settimana, sistemi quello che c’è da sistemare, le pago un fisso. Che ne dice, centocinquanta a botta?
Davide lo guardò. Gli ricordò sé stesso a trent’anni, quando passava le notti in officina e si dimenticava persino di mangiare.
— Lei è uno sviluppatore?
— Sì. Freelance. Lavoro per una startup di Milano, ma sto chiuso qui. Se esco di casa perdo il filo e non rientro più nel progetto.
— Ha presente che esiste una cosa che si chiama “vita sociale”?
Il ragazzo sbuffò.
— La mia vita sociale è su Slack.
— Si lasci aiutare, allora — Davide prese le banconote, ma gliene restituì due. — Per oggi ottanta. E la prossima volta, oltre al lavello, mi faccia trovare il bucato da fare. Se no un giorno la seppelliscono sotto una montagna di calzini sporchi e nessuno se ne accorge per una settimana.
Il ragazzo rise, per la prima volta. — Si chiama Matteo, comunque — disse.
— Piacere, Davide. Ci vediamo martedì prossimo.
Era quasi ora di pranzo. Davide tornò verso il centro, con la Panda che sobbalzava sulle buche delle strade secondarie. Aveva fame, ma decise di passare prima dal terzo cliente. Aveva già rimandato una volta.
Il terzo lavoro era in un caseggiato popolare a ridosso della ferrovia. Qui niente viali di cipressi e cancellate in ferro battuto: solo cemento, marmitte di motorini e panni stesi sui balconi.
Lo accolse una donna di circa trentacinque anni, minuta, con occhi scavati dalla stanchezza ma un sorriso gentile.
— Signor Davide, finalmente. Sono Alessia. Prego, entri.
L’appartamento era piccolo ma ordinatissimo, pulito. In cucina, una bambina di circa dieci anni era seduta su una sedia a rotelle e disegnava sul tavolo con le matite colorate.
— Ciao — disse la bambina, alzando lo sguardo. Aveva occhi scuri e profondi come il mare d’inverno.
— Ciao. Io sono Davide.
— Io sono Sara. Stai qui per le tende?
— Sì, esatto.
La signora Alessia gli mostrò i pacchi con le nuove tende a rullo ancora da montare. Quelle vecchie, appese a bastoni di legno mezzi scardinati, sembravano lì dai tempi del boom economico.
— Devo andare al lavoro — si scusò Alessia. — Faccio i turni in un bar in centro. Fra tre ore mi danno il cambio e torno. Sara resta qui con lei, se non le dà fastidio. È bravissima, non disturba.
Quando la porta si chiuse, Davide cominciò a smontare il vecchio bastone della finestra del soggiorno. Sara lo guardava in silenzio, con le matite ferme in mano.
— Ti piacerebbe aiutarmi? — le chiese Davide.
Gli occhi della bambina si illuminarono.
— Posso?
— Certo. Tienimi il metro, se vuoi.
Per le due ore successive, tra una vite e un tassello a espansione, Sara gli raccontò la sua storia. La mamma vera, quella che l’aveva messa al mondo, era la sorella minore di Alessia. Quando Sara aveva quattro anni, un intervento chirurgico alla spina dorsale aveva portato complicazioni gravissime. Da quel giorno non aveva più camminato. Sua madre biologica, appena saputo che la bambina sarebbe rimasta paralizzata, l’aveva abbandonata in ospedale ed era sparita nel nulla. Alessia, che allora aveva venticinque anni e lavorava già, aveva deciso di adottarla.
— La mamma non lo sa che io so la verità — disse Sara a un tratto, a voce bassa. — L’ho scoperto da sola, l’anno scorso. Ho trovato i documenti in un cassetto. Ma non gliel’ho mai detto. Non voglio che ci stia male. Lei ha rinunciato a tutto per me. Persino al fidanzato che aveva. Lui le ha detto: “O me, o la bambina”. E lei ha scelto me.
Davide smise di avvitare. Si voltò a guardare quella ragazzina di dieci anni che parlava con una maturità da adulta.
— Sai, Sara — le disse — la tua mamma è una persona speciale.
— Lo so. Per questo non le dico niente. Ma certe volte… certe volte mi manca avere qualcuno della mia età con cui parlare. Un amico.
Davide posò il cacciavite e si sedette accanto a lei.
— E se ti dicessi che ti ho portato un amico?
Sara lo guardò stranita.
— Non è una persona — precisò Davide. — È un gatto. Un gatto nero che si chiama Nerone. È rimasto senza padrone e sta cercando una casa. Ho pensato che forse…
Sara spalancò la bocca. Poi, senza dire una parola, spinse la carrozzina verso di lui e gli gettò le braccia al collo.
Finirono di montare le tende insieme. Davide osservò il soffitto del soggiorno. Alto. Troppo alto per quella stanza vuota.
— Aspettami qui.
Scese le scale di corsa, aprì il portellone della Panda e tirò fuori il lampadario di cristallo che la signora della villa aveva scartato. Lo portò su, lo appoggiò sul tavolo.
— Che roba è? — chiese Sara, incantata.
— È un lampadario. Pensi che starebbe bene in questa stanza?
— È bellissimo.
Quando Alessia tornò dal lavoro, trovò la casa trasformata. Nuove tende alle finestre, un lampadario di cristallo scintillante appeso al soffitto del soggiorno, e sua figlia Sara che cullava un gatto nero tra le braccia, ridendo come non la sentiva ridere da mesi.
— Cosa… cosa è successo qui?
Davide si pulì le mani sullo straccio.
— Le tende, come da accordo. Trenta euro. Il lampadario è un regalo. Me l’hanno dato da buttare, ma è ancora perfetto. E il gatto… il gatto è di Sara. Se lei è d’accordo.
Alessia guardò la bambina. Guardò quel gatto che faceva le fusa come un motorino. Guardò Davide. Aprì la bocca per protestare, per dire che non poteva accettare, che era troppo, che non avevano soldi…
— Non dica niente — la fermò Davide alzando una mano. — A volte le cose belle arrivano e basta. Non c’è un motivo. Accetti e fine.
Alessia rimase in silenzio per un lungo momento. Poi annuì. Aveva gli occhi lucidi.
— Grazie — mormorò.
— Di nulla. Ah, una cosa: tra una settimana devo tornare qui per un controllo al lampadario. Ordine di servizio. E se per caso volesse… volevo presentarle una persona. Un ragazzo. Si chiama Matteo. È un bravo ragazzo, solo un po’ sepolto dal lavoro. Ho pensato che forse, non so…
Sara ridacchiò dalla sua carrozzina.
— Mamma, ti sta organizzando un appuntamento al buio!
Alessia arrossì violentemente. Davide finse di dover controllare una vite all’improvviso.
— Vabbè — borbottò — io ho detto la mia. Poi vedete voi.
Erano quasi le sette di sera quando Davide parcheggiò la Panda davanti allo studio notarile dove Chiara lo stava aspettando. Lei aprì la portiera, si sedette, e lo guardò.
Lo guardò per bene.
— Che hai?
— In che senso?
— Hai un’espressione…
— Quale espressione?
— Quella che avevi prima. Prima di tutto questo casino. L’espressione di uno che ha fatto qualcosa di buono.
Lui mise in moto e sterzò per immettersi nel traffico di corso Porta Nuova.
— Sai che ti dico, Chiara? Oggi ho montato un lampadario finto, ho salvato un gatto, ho aggiustato un lavello, ho presentato due persone che non si conoscono, e ho preso in tutto duecentotrenta euro. E mi fa più schifo la prima cliente, quella dei soldi, di tutto il resto messo insieme.
— Raccontami.
E Davide le raccontò. Della signora della villa con l’aria sprezzante. Del gatto Nerone e della vecchina di Borgo Milano. Di Matteo, lo sviluppatore sepolto vivo dal codice. Di Sara, della sua carrozzina, di sua madre Alessia che aveva rinunciato a un matrimonio per lei. Del lampadario di cristallo che adesso illuminava la stanza di una bambina che non aveva mai avuto niente di bello.
Quando ebbe finito, erano fermi al semaforo di Porta Palio.
Chiara non disse niente. Allungò una mano e gliela posò sul braccio. E in quel gesto muto c’era tutto: l’orgoglio, l’amore, il sollievo di riavere l’uomo che aveva sposato trent’anni prima.
Il semaforo scattò sul verde. Davide ingranò la marcia.
— Ah, dimenticavo — disse.
— Cosa?
— C’è un’altra cosa nel bagagliaio.
Chiara si voltò a guardare dietro. Sul sedile posteriore, appallottolato su un vecchio golf di lana, dormiva un batuffolo di pelo grigio con gli occhi ancora chiusi.
— L’ho trovato in via Mameli. Stava attraversando la strada, le macchine gli passavano a dieci centimetri. Se non mi fermavo…
— Ma è minuscolo — Chiara si sporse e lo prese in mano, delicatamente. Il cucciolo aprì due fessure azzurre e sbadigliò. — Avrà due mesi. Forse meno.
— Tre settimane, dice il veterinario. L’ho già portato a fare un controllo. È sano. Solo denutrito.
Il micio si accoccolò nel palmo di Chiara come se fosse il posto più sicuro del mondo.
— Come lo chiamiamo?
— Pensavo a Fortunato — Davide sorrise, tenendo gli occhi sulla strada. — Perché oggi è stata una giornata di quelle fortunate.
Chiara se lo portò al petto. Il gattino cominciò a fare le fusa, un crepitio minuscolo che riempì l’abitacolo.
— Benvenuto in famiglia, Fortunato — sussurrò.
Davide svoltò in via Oberdan e parcheggiò sotto casa. Spense il motore e rimase un attimo in silenzio, con le mani sul volante.
— Allora? — Chiara lo guardò di traverso. — Ci è voluta la giornata di oggi per capire che sei ancora tu?
Lui scosse la testa lentamente.
— Mi è servita per capire che non ero mai andato via. Mi ero solo perso un po’.
Scesero dalla macchina. La sera di ottobre era fresca, l’aria sapeva di castagne e di pioggia vicina. Davide chiuse la portiera col gomito, perché in una mano teneva la cassetta degli attrezzi e nell’altra Chiara reggeva il gattino addormentato.
— Domani mattina ti porto in ufficio alle otto, come sempre — disse lui, mentre infilava la chiave nel portone.
— Lo so.
— Poi passo da Signora Villa a vedere se il lampadario pende dritto. Magari porto Fortunato, così la faccio starnutire.
— Cattivo — rise Chiara.
— Poi vado da Sara. Abbiamo appuntamento, dobbiamo costruire un tiragraffi per Nerone. Sara ha detto che ci vuole aiutare. Con una mano sola, ma ci vuole aiutare.
— E la sera?
— La sera — Davide spinse la porta del loro appartamento, si tolse le scarpe impolverate e si lasciò cadere su una sedia — la sera vengo a prenderti. E andiamo a cena fuori.
Chiara posò Fortunato sul divano, in mezzo ai cuscini.
— Con duecentotrenta euro?
— Duecentotrenta euro più mancia. E comunque, pago io. Ho un lavoro adesso.
Lei lo guardò. Le borse sotto gli occhi, la barba ancora da fare, i capelli in disordine. Ma gli occhi — quegli occhi che per tre mesi erano stati spenti come carboni bagnati — adesso brillavano di nuovo. Accesi. Vivi.
— Bentornato — gli disse.
E lui non rispose. Si alzò, andò alla finestra e la spalancò. La città si stendeva là sotto, con le sue luci e i suoi tetti, con la sagoma dell’Arena in lontananza e il fruscio del vento tra gli alberi dei giardini.
Domani c’erano altri tre appuntamenti. Una serranda da oliare, un mobile da montare, una caldaia che perdeva. E chissà cos’altro.
Chiuse la finestra. Si voltò. Sul divano, Fortunato si stiracchiò nel sonno e allungò una zampa verso il vuoto, come a cercare qualcosa che non sapeva ancora di aver già trovato.







