Ombrello per Micetta

Mi chiamo Elena Ferretti, ho cinquantatré anni e vivo da sola in una casetta di pietra alla periferia di Bevagna, in Umbria, con l'orto sul retro e il bosco di lecci che comincia dove finisce il mio recinto. Faccio la maestra elementare in pensione anticipata, e le giornate qui sono lunghe, scandite dal campanile della chiesa e dal rumore del trattore del vicino che passa alle sette in punto.

A gennaio ho cominciato a lasciare da mangiare sul portico per una gatta randagia che si aggirava intorno a casa. Magrissima, il pelo grigio tigrato incollato alle costole, scattava via al minimo rumore — anche solo lo sportello dell'auto che sbatte. Ogni mattina le mettevo fuori una ciotola con avanzi di pollo lesso o un po' di crocchette comprate al discount di Foligno, e la guardavo dalla finestra della cucina, con la tazza di caffè d'orzo tra le mani. Lei si avvicinava piano, mangiava come se non toccasse cibo da giorni, poi spariva di corsa tra i lecci.

Con le settimane il suo aspetto è cambiato. All'inizio ho pensato: bene, sta ingrassando, si sta riprendendo. Poi ho capito che non era grasso. Era pancia.

La vicina, la signora Adalgisa, quella con i tre carlini e la lingua tagliente, un pomeriggio si è affacciata dal muretto e mi ha detto chiaro: «Elena, così la vizi. Poi ne arrivano altre dieci, e chi le mantiene?». Le ho risposto qualcosa di educato e sono rientrata. Ma non ho smesso. Quella gatta veniva da me perché lì si sentiva al sicuro, e non potevo voltarle le spalle proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno.

Poi, un giorno, è sparita.

Per quasi una settimana niente. Io mettevo comunque la ciotola sul portico ogni mattina, e la sera la trovavo intatta, con la crosta secca sopra. Avevo lo stomaco chiuso. Immaginavo scenari brutti: partorire da sola nel freddo, in mezzo alla strada, sotto una macchina. Sono anche entrata nel bosco, un paio di volte, chiamandola a bassa voce, sentendomi un po' ridicola a girare tra i tronchi con la torcia del telefono cercando un miagolio.

Una mattina, verso le sei, ho sentito un grattare leggero alla porta sul retro. Ho aperto ed era lì. In bocca teneva, con una delicatezza che non le conoscevo, un cucciolo piccolissimo, ancora umido.

È entrata in cucina senza esitare, ha posato il gattino sul tappeto vicino alla stufa a legna spenta, e mi ha fissato con gli occhi socchiusi, immobile, come se aspettasse una risposta. Poi ha portato in casa mia sua figlia — dopo mesi passati a scappare da ogni mano tesa, ha scelto proprio la mia cucina come posto sicuro per il suo cucciolo appena nato.

Mi sono seduta sul pavimento e sono rimasta lì a guardare il gattino attaccarsi a succhiare, mentre lei finalmente mangiava tranquilla, senza sussultare a ogni scricchiolio della stufa. A un certo punto le lacrime mi sono scese senza motivo apparente, seduta per terra con le ginocchia strette al petto, come una scema.

Ho ordinato online una cesta imbottita e tutto il necessario, ho chiesto alla farmacia veterinaria di Bevagna di tenermi pronto il kit per lo svezzamento. Ho comprato due copertine morbide, di quelle in pile leggero — una creatura così piccola merita calore.

Non sapevo se ci sarebbero stati altri cuccioli. Ma nell'arco di tre giorni Rondine — così l'ho chiamata, perché è arrivata come arrivano loro, all'improvviso, portando qualcosa di nuovo — ne ha portati altri due, uno alla volta. Tre in tutto. Li tiene in un angolo dietro la stufa, nella cesta foderata con le copertine, e io ho imparato a muovermi piano per non disturbarla, a lasciare la porta del retro socchiusa la notte perché lei possa uscire ed entrare come vuole.

La signora Adalgisa è passata di nuovo, curiosa, ha sbirciato dalla porta e ha visto la cesta con i tre musetti che dormivano ammucchiati. Non ha detto niente, questa volta. Ha solo guardato per qualche secondo, poi se n'è andata verso il muretto, ed è forse la cosa più vicina a una scusa che riuscirà mai a farmi.

Ho chiamato la dottoressa Bianchi, la veterinaria che viene a domicilio ogni martedì per le vaccinazioni ai cani del paese: le ho chiesto un preventivo per la sterilizzazione di Rondine, appena i cuccioli saranno svezzati, tra circa otto settimane. Sessanta euro, mi ha detto, materiale incluso. Ho messo i soldi in una busta nel cassetto della cucina, sotto le tovaglie.

Stanotte mi sono svegliata verso le tre per un fruscio dietro la stufa. Sono scesa senza accendere la luce grande, solo la lampada sopra il lavello, e mi sono affacciata piano. Rondine era rientrata dal suo giro nel bosco, l'ho vista scivolare dalla porta socchiusa con qualcosa in bocca — stavolta solo un topolino, l'ho capito dalla forma, e l'ha lasciato cadere vicino alla cesta prima di infilarsi dentro con i tre. Si sono mossi tutti insieme, un piccolo groviglio di zampe e code contro il suo fianco, finché non si sono azzittiti. Ho lasciato il topolino lì sul pavimento, ho preso lo strofinaccio, e sono tornata a letto senza accendere altre luci, con la porta del retro ancora socchiusa sul buio del bosco.

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