Il nome sul libretto

Ho intestato a me la macchina di mio marito. L'ho fatto venerdì mattina, alle undici e dieci, all'agenzia pratiche auto in Via Corsica a Brescia. Ho pagato quattrocentottanta euro di passaggio di proprietà e altri duecentodieci per la polizza nuova. Il libretto ce l'ho in borsa, dentro una busta di plastica trasparente.

Franco non lo sa ancora.

A venticinque anni volevo prendere la patente. Lavoravo in uno studio commercialista in centro, in Via Cattaneo, e ogni mattina prendevo l'autobus numero 2. Franco rideva. Diceva che ero troppo emotiva, che non aveva senso buttare via soldi, che mi avrebbe portata lui dove volevo. Io ci credevo, in buona fede. Era mio marito.

Per quarant'anni sono andata dove decideva lui, quando decideva lui. La spesa grossa all'Esselunga di Corte Franca, il pranzo della domenica da mia sorella a Mantova, le visite dal medico a Travagliato. Se lavorava o non aveva voglia, aspettavo. A volte prendevo due autobus. Altre volte disdicevo. A cinquant'anni ho smesso di chiedere. Tanto la risposta era sempre no.

L'anno scorso Franco ha avuto un mancamento al volante. Usciva dal parcheggio dell'ospedale Civile e ha strisciato il passaruota destro contro un furgone bianco. Il medico gli ha detto di fermarsi, almeno finché non finiscono gli accertamenti. Franco si è offeso. Ha messo la macchina in garage, sotto il telo grigio di quando l'aveva comprata, e lì è rimasta.

E la vita è diventata stretta. Per andare a una visita ci toccava prenotare il taxi con due giorni di anticipo. La spesa grande costava undici euro di consegna. Da mia sorella a Mantova era un viaggio di quasi tre ore: autobus fino alla stazione, treno per Peschiera, poi pullman. Franco si arrabbiava con me.

— Dovevi imparare a guidare, ti pare. Adesso siamo nei guai.

— Me lo hai vietato per quarant'anni.

— Non dovevi darmi retta.

Quella notte non ho chiuso occhio. La mattina dopo sono andata alla scuola guida in Via San Faustino, quella con l'insegna gialla. Avevo settantadue anni. Ho chiesto se facevano corsi per persone della mia età. La ragazza al banco, Giulia, mi ha dato un dépliant e un caffè dalla macchinetta. Ha detto: «L'ultima allieva che ho preparato aveva settantacinque anni. Ce l'ha fatta.»

Mi sono iscritta. Duecentosessanta euro tra quota e libri. Franco non lo sapeva. Studiavo in cucina dopo cena, con gli occhiali e il lumino piccolo a forma di arco. Lui passava dietro la mia sedia e diceva: «Butti via i soldi.» Io giravo pagina. Il codice della strada, incroci, precedenze, segnaletica.

Il primo esame di teoria l'ho fallito. Due errori di troppo. Sono rimasta nel bagno della scuola guida, appoggiata al lavandino, a fissare la macchia di ruggine sotto il rubinetto. Volevo restituire i libri. Poi ho pensato a mia sorella che non vedevo da Pasqua, al taxi prenotato, al furgone bianco. Mi sono iscritta di nuovo.

La seconda volta l'ho passato. Ottantasette su cento. Le guide sono state peggio: mi si bloccava il collo, i semafori mi sembravano troppo corti, un tizio con una Golf grigia mi ha suonato tre volte in una rotonda a San Polo. Però ho imparato. Parcheggio a spina, inversioni, rotatorie con doppia corsia. Il giorno dell'esame pratico pioveva. Ho superato la prova con una sola annotazione: «Usi di più lo specchietto destro.»

Sono tornata a casa con il foglio rosa nella borsa. Ho appoggiato le chiavi sul tavolo della cucina, vicino alla zuccheriera di ceramica con i limoni dipinti. Franco ha letto il foglio. L'ha letto due volte.

— Hai preso la patente.

— Sì.

— E adesso?

— Adesso guido io.

La prima settimana facevo solo giri corti: da casa al cimitero Vantiniano e ritorno. Poi ho portato Franco a una visita di controllo. Lui per tutto il tragitto: «Frena prima. Metti la freccia. Stai andando a trentacinque.» Mi sono accostata al benzinaio poco prima di Rezzato. Ho tirato il freno a mano. Mi sono girata verso di lui.

— Puoi aiutarmi se te lo chiedo. Ma non dirmi mai più che non sono capace.

Non ha aperto bocca per tutto il resto del viaggio. E quando è sceso, ha preso il bastone senza chiedere aiuto.

Da allora sono cambiate le cose. Vado da mia sorella a Mantova una volta al mese, in un'ora e dieci. Faccio la spesa all'Esselunga con il carrello grande. Porto la mia vicina, la signora Teresa, al centro prelievi ogni martedì mattina. Franco ha ripreso un po' di vista, ma il medico gli ha detto che la patente può scordarsela. Ci è rimasto male. Poi ha cominciato a dire: «Mi porti in farmacia? Mi accompagni dal barbiere?» Io lo porto. Non dico niente.

Però il libretto era ancora nel cassetto del cruscotto con il suo nome sopra. Ogni volta che lo aprivo per metterci il disco orario, vedevo quel nome. Franco non guidava più. Non poteva guidare. Ma la macchina era sua. Io ero l'autista.

Venerdì ho fatto il passaggio. Ho firmato tre moduli, ho pagato, mi hanno dato il libretto nuovo. Il nome sopra è il mio.

Stasera l'ho messo sul tavolo della cucina, vicino alla tazzina di caffè. Franco l'ha preso. Ha letto. L'ha girato. L'ha letto di nuovo.

— Hai intestato la macchina a te.

— Sì.

L'ho visto posare il libretto sul tavolo, accanto alla tazzina. Io ho preso le chiavi dal portaoggetti, quelle con il ciondolo del Brescia Calcio, e sono uscita. Domani devo portare la signora Teresa alle analisi del sangue. Alle sette e un quarto.

Rate article
Mediatop Newsline
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

Il nome sul libretto