Mi legarono a un albero nel bosco e se ne andarono ridendo. Poi arrivò l’orso…

Matteo conosceva quel bosco come il palmo della sua mano. Venticinque anni da guardiaparco nel Parco Nazionale d’Abruzzo non passano invano. Ogni sentiero, ogni faggio, ogni tana di tasso erano casa sua. Quel mercoledì di ottobre, poco dopo l’alba, il vapore usciva dalla bocca e il muschio era lucido di brina.

Stava percorrendo il confine nord della riserva quando vide le tracce. Due solchi larghi di pneumatici tassellati affondavano nel terreno molle, dove l’accesso era vietato anche ai fuoristrada del Corpo. Un fuoristrada pesante, forse un Land Rover. Le tracce puntavano dritte verso la radura della vecchia carbonara.

«Bracconieri» mormorò tra sé, togliendo la sicura alla fondina di servizio.

Si addentrò piano, controvento. In lontananza rimbombò un colpo secco — un fucile da caccia calibro 12, ne era certo. Accelerò il passo, il cuore che gli martellava contro le costole.

Li trovò nella piccola radura circondata da abeti. Tre uomini intorno al cadavere ancora caldo di un cervo maschio, un bell’animale di almeno otto anni. Lo stavano caricando sul portellone della Land Rover grigia, targhe sporcate di fango.

— Fermi tutti. Armi a terra. Siete in area protetta, la caccia è reato penale — la voce di Matteo risuonò forte e ferma.

Uno dei tre, quello più massiccio, con una barba di tre giorni e un berretto da baseball unto, scoppiò a ridere.

— Hai sentito, Damiano? Ci fa la predica — fece l’uomo al suo compagno.

Damiano, un tipo alto e ossuto con un taglio sulla guancia, sputò per terra e fece un passo avanti.

— Sei da solo, vecchio. Cosa credi di fare? Torna indietro e non ti abbiamo visto. Il cervo ce lo siamo preso.

— Il cervo resta qui. E voi consegnate i documenti. Ho già chiamato i carabinieri forestali — Matteo estrasse la radio dalla giacca, pronta a premere il pulsante.

Il terzo uomo, Carlo, un ragazzotto di forse ventitré anni con gli occhi sgranati, si fece da parte, nervoso. Ma il capo, Damiano, scambiò un’occhiata con l’amico barbuto. Non disse una parola. In due scattarono.

Matteo era robusto, ma aveva cinquantadue anni e una spalla operata tre anni prima. Riuscì a colpirne uno al mento prima di essere travolto. Lo colpirono con il calcio del fucile, alla tempia, non abbastanza forte da fargli perdere i sensi ma sufficiente a mandarlo a terra in ginocchio. Gli bloccarono le mani dietro la schiena con una fascetta di plastica industriale. Poi lo trascinarono a forza fino a un grosso castagno secolare sul margine della radura.

— Così impari — ringhiò Damiano mentre passava una corda da traino intorno al petto di Matteo, fissandolo al tronco. Altri giri alle ginocchia e alle caviglie.

Il terzo, Carlo, teneva la testa bassa. — Magari lo lasciamo andare… — azzardò.

— Stai zitto, imbecille. Ci mette nei guai se lo molliamo. Così invece ci godiamo il resto della giornata. Se la caverà da solo. O forse no.

Damiano si chinò all’altezza di Matteo. Aveva l’alito cattivo di chi fuma troppo e non beve mai acqua.

— Senti, guardiaparco. Resta qui calmo calmo. Verso sera, se va bene, qualcuno ti trova. Se va male… i lupi o un orso ti trovano prima. Buona fortuna.

Risero tutti e due, Damiano e il barbuto. Carlo no, ma salì in macchina con loro. Il rombo del motore si allontanò lasciando dietro di sé un silenzio innaturale.

Matteo cercò di liberarsi. Tirò i polsi, prima piano, poi con tutta la forza che aveva. La fascetta gli segava la pelle, il sangue caldo gli colava sulle dita. Spinse con le gambe contro la radice, tentò di piegare il castagno. Niente. Ogni movimento stringeva di più la corda intorno al torace. Dopo un’ora le braccia gli facevano un male feroce e sentiva le mani formicolare per la poca circolazione.

Il bosco riprese vita intorno a lui. Il picchio tamburellava, una ghiandaia gracchiò poco lontano. Poi calò una quiete profonda, interrotta soltanto dal vento tra gli aghi degli abeti.

Poi sentì il rumore. Un crepitio di rami secchi, pesante, ritmico. Qualcosa si stava muovendo tra il sottobosco fitto più in là.

L’orso uscì dalla macchia.

Era un maschio adulto di orso bruno marsicano, il più grande che Matteo avesse mai visto in trent’anni di carriera. Due metri di muscoli e pelo scuro, una macchia bianca a forma di mezzaluna sul petto. Avanzava lento, dondolando la testa enorme. Si fermò a dieci metri. Più vicino. I suoi occhi piccoli, scuri, si fissarono su Matteo senza battere ciglio.

Matteo smise di respirare. Il sudore gli ghiacciò sulla schiena.

«Non adesso» sussurrò tra i denti.

L’orso fece altri quattro passi lenti e pesanti, annusando l’aria. Poi si alzò sulle zampe posteriori. Era immenso. La sua ombra cadde su Matteo come una coltre.

In quell’istante, guardando la macchia sul petto, Matteo la riconobbe. Tre anni prima, durante una perlustrazione, aveva trovato un cucciolo di orso incastrato in una trappola a ganascia. Aveva la stessa macchia bianca, identica. L’aveva liberato, gli aveva pulito la ferita, lo aveva portato al centro di recupero di Pescasseroli insieme al veterinario del parco. Avevano chiamato il piccolo Orfeo. Dopo mesi era stato rilasciato nella riserva. Quella macchia sul petto, a forma di mezzaluna sfumata sul lato sinistro, non poteva dimenticarla.

— Sei tu… — mormorò, con la voce rotta dall’incredulità.

L’orso ricadde pesantemente a terra. Fece un passo avanti, annusò il ginocchio di Matteo, poi il suo petto, l’odore della giacca, il sudore, la paura. Soffiò forte dalle narici. Poi strofinò il muso enorme contro la spalla dell’uomo, quasi con delicatezza. Un brontolio basso, profondo, gli vibrò nel petto — non un ringhio, ma qualcosa di simile alle fusa di un gatto gigantesco.

Matteo pianse, in silenzio. La tensione lo abbandonò per un attimo.

Ma il momento non durò. In lontananza, il rombo di un motore si fece sentire.

Il Land Rover stava tornando indietro. Probabilmente Carlo aveva convinto gli altri a tornare, o forse avevano dimenticato qualcosa, o forse Damiano voleva finire il lavoro. La macchina riapparve tra gli alberi, sobbalzando sulle radici. I fari illuminarono la scena.

— Ehi, guarda! È ancora vivo e ha anche un amico! — urlò il barbuto, saltando giù con il fucile in mano.

Damiano scese a sua volta, con un’espressione ebete di stupore. Carlo rimase dentro, la portiera aperta, pietrificato.

L’orso si girò. Sentì l’odore di polvere da sparo, sudore acido, sangue di cervo sulla macchina. I suoi sensi si attivarono. Un ringhio sordo gli uscì dalla gola, facendo tremare l’aria.

— Sparagli, spara a quella bestia! — gridò Damiano.

Il barbuto alzò il fucile. L’orso partì. Non corse: balzò. Tre, quattro tonnellate di furia pelosa coprirono la distanza in un lampo. Il colpo partì, ma la mira era imprecisa. La pallottola colpì l’orso di striscio alla spalla, facendolo ruggire di dolore e rabbia. Con una zampata, il braccio destro del barbuto si spezzò come un ramo secco, fucile e dita in un’unica poltiglia. L’uomo crollò urlando.

Damiano tentò di estrarre un coltello. L’orso gli fu addosso in un soffio, lo sollevò e lo scagliò contro la fiancata della macchina con la forza di un bulldozer. La testa di Damiano sbatté sul vetro, che andò in frantumi. Rimase a terra immobile, con il collo in un angolo innaturale.

Dall’auto, Carlo urlava a squarciagola. L’orso, ferito e infuriato, lo caricò. L’animale si fermò a pochi centimetri dalla portiera, ruggendo in faccia al ragazzo, il fiato caldo e l’odore di selvatico. Carlo sbiancò a tal punto che si vide il terrore e basta, le sue grida si spensero in un rantolo. Perdeva sangue dalle orecchie per la paura? Non si capiva. Poi l’orso si accasciò sulla zampa ferita, il fianco che si alzava e abbassava per la fatica e il dolore.

Matteo gridò con quanto fiato aveva in gola: — Carlo! La radio! Nella tasca della mia giacca, prendila e chiama i soccorsi!

Il ragazzo, mezzo paralizzato, riuscì a strisciare fino a Matteo. Con mani tremanti infilò la mano nella tasca della giacca, trovò la radio e premette il pulsante. «Aiuto… quinta zona nord, radura della carbonara… uomo legato, orso ferito, uomini a terra…»

Nel frattempo, l’orso era steso sul muschio, il respiro pesante ma regolare. Guardava Matteo. Gli occhi scuri ancora vivi, non più rabbiosi. Come se stesse aspettando qualcosa.

Matteo, usando i denti e una scheggia di osso del cervo che giaceva lì accanto, riuscì a segare la fascetta di plastica. Ci mise venti minuti, con i polsi sanguinanti della prima ora. Poi sciolse i nodi della corda al petto e alle gambe. Barcollò fino all’orso, si accasciò accanto a lui, gli posò una mano sulla testa enorme.

«Resisti, Orfeo. Arrivano.»

I soccorsi arrivarono trenta minuti dopo: due elicotteri, un’ambulanza, i carabinieri forestali. Il medico veterinario del parco riuscì a sedare l’orso sul posto, a fermare l’emorragia e a trasportarlo in un centro specializzato all’Aquila. Il barbuto morì durante il trasporto in ospedale. Damiano era già deceduto. Carlo confessò tutto, senza nemmeno che glielo chiedessero. Aveva lo sguardo di chi ha visto l’inferno e non lo dimenticherà mai.

La notte stessa, all’ospedale di Sulmona, Matteo si fece medicare i polsi e la testa. Non volle restare. Appena dimesso, prese la sua Ape Car e andò al recinto di quarantena dove avevano messo Orfeo.

L’orso dormiva, la spalla fasciata. Respirava piano. La macchia bianca saliva e scendeva sul petto peloso.

Matteo rimase seduto fuori dalla gabbia fino all’alba. Non disse niente. Quando il sole spuntò, l’orso aprì un occhio, lo vide e richiuse la palpebra. Poi emise lo stesso brontolio basso del bosco.

Tre mesi dopo, in una fredda mattina di gennaio, Matteo si fermò su una cresta rocciosa sopra Valle di Rose, con il binocolo in mano. Un maschio adulto di orso usciva dalla tana, seguito da due cuccioli dell’anno. L’orso girò la testa massiccia verso di lui, lo fissò per un lungo istante. Poi si scrollò il pelo dalla neve e si dileguò tra i faggi.

Matteo abbassò il binocolo e si mise in tasca un pezzetto di corteccia del castagno dove era stato legato. Sorrise appena.

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Mi legarono a un albero nel bosco e se ne andarono ridendo. Poi arrivò l’orso…