La sera prima di Sant'Elia, a Modena, Rosanna Bertelli aveva ancora l'odore di grasso motore sotto le unghie, anche dopo essersi lavata le mani tre volte al lavandino del retrobottega.
Ventotto anni. Officina di famiglia, quella del padre, in via Emilia Ovest, sotto i portici scrostati dove d'estate i gatti dormono all'ombra delle Panda parcheggiate in seconda fila. Suo padre l'aveva costruita bullone dopo bullone per trentaquattro anni, prima di morire d'infarto in un giovedì di gennaio, davanti a un motore aperto che non avrebbe mai richiuso.
Rosanna aveva lasciato l'università — mancavano due esami a Ingegneria Meccanica — per tenere in piedi quel posto. E l'aveva tenuto in piedi, insieme a Matteo, il suo compagno, che ci aveva messo la faccia con i clienti e le mani sui conti.
O almeno così credeva lei.
La telefonata arriva alle sette e mezza di sera, mentre in tivù su Rai Tre stanno dando le previsioni del tempo — caldo torrido fino a domenica, punte di trentotto gradi in pianura. È Loredana, la commercialista, la voce tesa come un cavo teso.
«Rosanna, devi venire in studio. Subito.»
«Domani è festa, Loredana, non può aspettare fino a—»
«No. Non può.»
Sul tavolo dello studio, tra le foto dei nipoti della commercialista e una pianta grassa mezza secca, c'è una visura camerale. Rosanna la legge due volte perché la prima non ci crede.
L'officina — la sua officina, quella di suo padre — risulta intestata al cinquanta più uno per cento a Matteo Ferraresi. Da undici mesi. Da quando lei gli aveva dato la delega per "sistemare le pratiche" durante la maternità, con la piccola Bice che aveva tre mesi e lei non dormiva da settimane.
«C'è una firma tua sull'atto,» dice Loredana, mostrandole il documento. «Notaio Falcieri, corso Canalgrande. Tu hai firmato.»
«Io non ho mai firmato niente dal notaio Falcieri. Non conosco nessun notaio Falcieri.»
Ma la firma, in fondo alla pagina, le somiglia. Le somiglia da far paura.
Torna a casa che sono le nove passate, in via Ganaceto, sopra la salumeria che chiude sempre tardi il sabato per via del gnocco fritto da asporto. Sente ancora, salendo le scale, l'odore di strutto fritto che si infila sotto la porta di casa sua.
Matteo è in cucina, in canottiera, con Bice in braccio che si è appena addormentata dopo il bagnetto. La scena è quella di sempre: la brocca dell'acqua sul tavolo, il telecomando sul bracciolo del divano, il ventilatore che gira lento perché fa ancora caldo anche di sera.
«Hai fatto tardi,» dice lui, senza voltarsi, sistemando la bimba nel lettino.
Rosanna posa la visura sul tavolo, accanto alla brocca. Non dice niente. Aspetta.
Lui si volta. Per un istante lungo — e poi qualcosa nel suo viso si arrende.
«Dovevo tutelarci,» dice piano. «C'erano dei debiti, Rosanna. Tuo padre aveva lasciato dei debiti che tu non sapevi nemmeno—»
«Quali debiti?»
«Ventiduemila euro con la Regione, per i contributi non versati sui due meccanici stagionali. Se il fisco veniva a controllare, rischiavamo il pignoramento di tutto. Ho parlato con un commercialista — non Loredana, un altro — e mi ha detto che intestando l'attività a me, che non ho legami diretti con la vecchia gestione, proteggevamo il patrimonio.»
«E allora perché non me l'hai detto? Perché hai fatto firmare a me un pezzo di carta che io non ho letto, con la mano di Bice che mi tirava la manica mentre tu mi dicevi solo "firma qui, è per l'INPS"?»
Lui non risponde. Il ventilatore continua a girare. Da fuori arriva il rumore di uno scooter che frena male sotto casa.
«Ventiduemila euro di debito non giustificano che tu ti sia intestato il cinquantuno per cento di quello che ha costruito mio padre,» dice Rosanna. «Tu potevi dirmelo. Potevamo andare da un avvocato insieme.»
«Avevo paura che tu dicessi di no.»
«Infatti avrei detto di no.»
Quella notte Rosanna non dorme quasi. Sta seduta sul balcone che dà sui tetti di via Ganaceto, con una tazza di camomilla che si raffredda senza che lei la tocchi, e pensa a suo padre che le insegnava a smontare un carburatore quando aveva dodici anni, dicendole: «Ogni pezzo ha il suo posto, Rosanna. Se lo metti dove non deve stare, il motore non parte.»
La mattina dopo — il ventuno luglio, festa di Sant'Ilarione secondo il calendario ravennate ma per lei solo un altro giorno feriale mancato — telefona all'avvocato Casadio, che aveva seguito la successione di suo padre tre anni prima.
Passano quaranta giorni. Quaranta giorni in cui Rosanna continua ad aprire l'officina alle otto, a fare i preventivi, a parlare con i clienti come se niente fosse, mentre dentro porta avanti, zitta, una causa civile per annullamento dell'atto notarile per vizio del consenso e simulazione di firma. Un perito calligrafico — pagato milleduecento euro di tasca sua, prelevati dal conto cointestato con la sorella — conferma quello che lei già sapeva: la firma non è sua. È una firma fatta somigliare alla sua, ma non è sua.
Il notaio Falcieri, convocato in udienza, ammette di aver ricevuto le carte già firmate, portate da Matteo con la dichiarazione che la moglie non poteva presenziare per motivi di salute — la maternità, appunto — e che avrebbe fatto un atto integrativo dopo. L'atto integrativo non è mai arrivato.
Il tribunale annulla l'intestazione. L'officina torna a essere al cento per cento di Rosanna Bertelli, come era di suo padre prima di lei.
Matteo, quando arriva la sentenza, si presenta all'officina un martedì mattina di settembre, con l'aria di uno che ha perso peso in poche settimane. Rosanna è alla scrivania del retrobottega, quella di suo padre, con la cartellina della sentenza aperta davanti a sé e il telefono con l'app della banca ancora acceso sullo schermo — ha appena finito di spostare l'affitto della casa di via Ganaceto su un conto solo suo.
«Possiamo parlarne,» dice lui, dalla porta.
«Della bambina, sì. Sempre. Dell'officina, no. È già stato deciso.»
«Rosanna, io lavoro qui dentro da sei anni.»
«E da oggi lavori qui dentro con un contratto da dipendente, se vuoi restare. Contratto che l'avvocato Casadio ha già preparato. Millequattrocento euro al mese, tredicesima compresa, come tutti gli altri.»
Lui resta fermo sulla soglia. Fuori, sotto i portici, un cliente sta parcheggiando una Fiat Punto proprio davanti all'insegna con il nome di suo padre, ripitturata la settimana prima.
Rosanna prende dal cassetto il contratto già firmato da lei e la penna, e li posa sul bordo della scrivania, dalla parte di Matteo.
«Firma o non firma,» dice.
Poi si alza, va alla finestra del retrobottega e resta a guardare il cliente che scende dalla Punto e si ferma un momento a leggere l'insegna, prima di entrare.







