Il corridoio del terzo piano della Rai di Roma puzzava di caffè bruciato e ammoniaca. Non era cambiato niente in sette anni. Le stesse mattonelle a scacchi bianchi e verdi, la stessa macchinetta delle merendine che inghiottiva monete a vuoto, lo stesso silenzio finto dei tecnici che la vedevano passare e abbassavano lo sguardo sul cellulare. Alessandra Costa camminava tenendo il braccio destro piegato a proteggere la custodia di tela dell’auricolare, come se qualcuno potesse strapparglielo.
Si fermò davanti alla porta dello studio 3. La targhetta era stata cambiata di recente: «Buongiorno Italia – diretta ore 7.00». Sotto, in caratteri più piccoli, il nome del conduttore titolare e, a seguire, il suo: Alessandra Costa. L’avevano aggiunto in un secondo tempo, la colla del biadesivo sporgeva ancora di un millimetro. Passò il polpastrello sulla scritta e sentì la plastica ruvida.
Quando l’avevano chiamata, due settimane prima, pensava fosse uno scherzo. Il direttore di rete le aveva detto: «Ci serve qualcuno che regga la botta. Il pubblico ti ricorda.» Non avevano specificato *come* la ricordava. Alessandra lo sapeva benissimo: il video che aveva fatto il giro dei social nel 2018, la voce fuori campo di un ex collaboratore che la accusava di aver copiato format altrui, la gogna, le scuse in conferenza stampa, il contratto rescisso. Sette anni a fare la ghostwriter per influencer della domenica, a correggere menù di ristoranti su commissione, a pagare il mutuo di un bilocale a Centocelle saltando il pranzo.
Ora era lì, alle sei e quaranta del mattino, con un tubino blu comprato al mercato di Porta Porte e rifatto due volte dalla sarta sotto casa, e il battito cardiaco che le pulsava nella tempia sinistra.
La guardò uno degli operatori di studio, un ragazzo con la barba a chiazze e la felpa dei Litfiba. «Sei tu quella nuova?» chiese, senza smettere di controllare il bancone.
«Sono io quella vecchia», rispose Alessandra. E il ragazzo rise. Non si aspettava una risposta del genere, si vedeva.
La regia chiese un test audio. Lei si infilò l’auricolare ancora prima che il fonico glielo porgesse. Il gesto le venne automatico. «Prova uno, due, tre…» disse, e la sua voce risuonò vuota nella stanza ancora spenta. Il fonico alzò il pollice dal vetro.
Mancavano dodici minuti.
Il conduttore titolare, Carlo Vergani, entrò di corsa con un bicchiere di plastica in mano e un cerotto sul mento. Si erano incrociati una volta, anni prima, a una cena di lavoro. Lui l’aveva guardata senza riconoscerla. Ora le strinse la spalla: «Pronta?»
Alessandra annuì. Non disse: «Sto per vomitare». Non lo disse perché aveva il palato incollato alla lingua, e ogni tentativo di articolare parole le sembrava un miracolo mancato.
L’orologio del mixer di regia scattò sul 6:59. Qualcuno da dietro il vetro contò alla rovescia con le dita: cinque, quattro, tre… Poi il dito puntò Carlo. Lui iniziò la sigla. Alessandra fissò la telecamera due, quella con il cerchio rosso acceso, e allargò le labbra in un sorriso che le sembrò di plastica bollita.
Partì il primo blocco. Dovevano leggere i titoli, commentare un servizio sul traffico al GRA e poi introdurre l’ospite musicale. Alessandra attaccò il suo pezzo esattamente al punto giusto, senza un respiro di anticipo, senza una pausa fuori posto. Quando finì, Carlo la guardò con un sopracciglio alzato. Non era previsto che fosse così precisa.
In regia, il capo autore smise di tamburellare sul tavolo. Disse nell’interfono solo due parole: «Cristo santo». Il fonico rise.
Poi arrivò il momento del collegamento telefonico con gli spettatori. La redazione ne aveva selezionati due: una signora da Napoli e un ragazzo da Torino. Domande leggere, niente di impegnativo. O almeno così avevano detto.
La prima telefonata entrò in cuffia. Voce di donna, cinquanta anni circa, accento napoletano spesso come il miele. «Buongiorno, Alessandra, mi chiamo Filomena. Volevo chiederti: ma sette anni fa, quando ti hanno tolto tutto, come hai fatto a rialzarti?»
Il silenzio in studio durò esattamente un secondo e mezzo, ma ad Alessandra sembrò una lastra di ghiaccio che le scivolava lungo la schiena. Il monitor del mixer mostrava la regia: il capo autore si era irrigidito, un’assistente aveva portato le mani alla bocca. Non era una domanda preparata.
Alessandra inspirò. Sentì l’imbottitura dell’auricolare premere sul trago, il filo di sudore che le scendeva dietro l’orecchio. Poggiò entrambi i palmi sul bancone e rispose guardando dritto nell’obiettivo. «Filomena, io per sette anni ogni mattina mi svegliavo e scrivevo un bigliettino con tre cose che dovevo fare quel giorno. Non grandi cose: pagare la rata del dentista, comprare il detersivo, rispondere a una mail. E a fine giornata ne cancellavo una, due se andava bene. La terza la trascrivevo sul biglietto del giorno dopo. Un passo alla volta. Ho smesso di guardare l’intero precipizio e mi sono concentrata sul prossimo centimetro.»
Filomena rimase zitta un attimo. Poi disse, con la voce cambiata: «Grazie. Mi serviva.»
La regia mandò la pubblicità con dieci secondi di anticipo.
Carlo staccò il microfono e si voltò verso di lei. «Quella non era prevista», disse, a mezza bocca. «Lo so», rispose Alessandra. «Hai fatto bene.» Lui prese il bicchiere e lo alzò, un brindisi muto.
Quando il programma tornò in onda, il centralino era impazzito. La redazione filtro chiamate aveva la bacheca piena di post-it rosa e il telefono che squillava ogni tre secondi. Il capo autore entrò in studio durante l’intervallo successivo, cosa che non faceva mai. Si avvicinò al bancone e posò un foglio stampato davanti ad Alessandra. Era la curva degli ascolti minuto per minuto. Al minuto del collegamento con Napoli la linea schizzava in alto come un elettrocardiogramma dopo la scarica.
«Venerdì sei in prima serata», disse. E uscì.
Alessandra guardò quella linea e vide non la carriera, non il successo, non la rivincita. Vide il bigliettino con i tre compiti del giorno, quello con la calligrafia storta che aveva lasciato sul comodino quella mattina. Il primo punto era: comprare il dentifricio.
Alla fine della diretta, le luci si abbassarono. Carlo le cinse le spalle con un braccio e la condusse verso l’uscita, superarono le mattonelle a scacchi, la macchinetta delle merendine, l’odore di caffè. Davanti all’ascensore Alessandra si fermò. Tirò fuori dalla borsa il pennarello nero e si chinò sulla targhetta dello studio. Ricalcò i contorni del suo nome, piano, lentamente. Perché restasse, stavolta.







