Marta rigirava la tazza di caffè tra le mani, senza berne un sorso. Fuori dalla finestra della cucina, Trastevere si svegliava piano: un vespino sfrecciava sul selciato, una vicina stendeva i panni al balcone di fronte. Erano le otto di una domenica di fine agosto, e Roma già scottava.
«Dobbiamo parlare di tua madre» disse Carlo, entrando in cucina con il giornale sotto il braccio.
Marta posò la tazza. «Non oggi, Carlo. Avevamo detto niente discorsi pesanti la domenica.»
«Non oggi, non ieri, non la settimana scorsa. Quando, allora? Ha bisogno di una badante fissa, non possiamo continuare così, con tua sorella che si tira indietro ogni volta.»
Marta sentì lo stomaco stringersi. Sua sorella Elena non rispondeva più alle chiamate da tre giorni, da quando avevano discusso su chi dovesse occuparsi delle pratiche per l'invalidità civile della madre. Era sempre stato così tra loro: Marta organizzava, Elena prometteva e spariva.
«Chiamo Elena» disse, alzandosi.
Il telefono squillò a lungo prima che Elena rispondesse, la voce impastata di sonno o forse di vino della sera prima.
«Che vuoi.»
«Voglio che ti assumi le tue responsabilità, per una volta.»
«Ah, ecco la santa Marta che viene a farmi la predica. Tu che vivi a due passi da mamma e ti prendi tutto il merito, mentre io che sto a Milano dovrei fare cosa, esattamente? Il telepatico?»
«Potresti rispondere al telefono, per cominciare. Potresti versare la tua parte per la badante invece di sparire ogni volta che si parla di soldi.»
Il silenzio all'altro capo durò abbastanza da far pensare a Marta che la sorella avesse riattaccato. Poi Elena parlò, e la voce le tremava.
«Ho perso il lavoro tre settimane fa, Marta. Ecco perché non rispondo, ecco perché non mando niente. Non ho niente da mandare.»
Marta si appoggiò al bancone della cucina. Carlo, che fingeva di leggere il giornale, alzò gli occhi dalle pagine.
«Perché non me l'hai detto?»
«Perché sei sempre quella che sistema tutto, e io sono sempre quella che sbaglia. Non avevo voglia dell'ennesima conferma.»
Quel pomeriggio Marta prese la Panda e guidò fino a Milano, quattro ore di autostrada con l'aria condizionata che perdeva colpi e la radio che ripeteva le stesse tre canzoni. Trovò Elena in un monolocale di Lambrate, le persiane abbassate contro il caldo, scatoloni di curriculum stampati accatastati sul tavolo.
Non si abbracciarono subito. Restarono un attimo sulla soglia, due donne che si somigliavano nel taglio degli occhi e in una certa ostinazione ereditata dal padre, morto da anni, quello che aveva sempre detto: voi due, insieme, potreste spostare le montagne, ma non lo farete mai perché siete troppo cocciute per chiedervi aiuto a vicenda.
«Non sono venuta per giudicarti» disse Marta, posando la borsa su una sedia spaiata.
«Sei venuta per sistemare anche questa cosa, come sistemi tutto.»
«Sono venuta perché sei mia sorella e hai perso il lavoro e non me l'hai detto per tre settimane. Questo mi fa più male del non ricevere i soldi per la badante.»
Elena si sedette sul letto singolo, le ginocchia strette al petto come quando erano bambine e si nascondevano insieme nell'armadio durante i litigi dei genitori.
«Ho fatto trentadue colloqui. Trentadue, Marta. Alla fine ho smesso di dirlo anche a me stessa, figurati agli altri.»
Marta si sedette accanto a lei, sentendo il materasso cedere sotto il loro peso combinato, come tante volte da ragazze.
«E mamma? Lo sa?»
«No. E non deve saperlo, non ora, con tutto quello che deve affrontare lei.»
«Mamma capirebbe. Mamma ci ha cresciute da sola dopo che papà è morto, sa cosa vuol dire non farcela.»
«Facile dirlo per te che hai sempre avuto la macchina che parte al primo colpo e lo stipendio che arriva puntuale.»
«Non è una gara, Elena.»
«No, però lo sembra sempre, da qui.»
Passarono il pomeriggio a riordinare gli scatoloni, a leggere insieme gli annunci di lavoro, a telefonare a un paio di ex colleghe di Elena che potevano avere contatti utili. Una diceva di richiamare a settembre, un'altra non rispose nemmeno. Non risolvevano tutto, ma qualcosa si allentava, come un nodo che si scioglie non di colpo ma un centimetro alla volta.
Verso sera, prima che Marta ripartisse, si sedettero sul balcone minuscolo con due bicchieri di vino bianco tiepido, l'unico rimasto in frigo.
«Trova un lavoro part-time, qualsiasi cosa, anche temporaneo» disse Marta. «E per la badante di mamma, ci penso io per ora. Non è una gara a chi fa di più, Elena. È una famiglia.»
«Mi dispiace di averti fatta sentire sola in questo.»
«Anch'io mi dispiaccio di…» Elena si fermò, girò il bicchiere tra le dita, poi scrollò le spalle. «Vabbè, dai, non ricominciamo con le scuse, sennò stiamo qui fino a domani mattina e tu devi guidare.»
Marta scoppiò a ridere, una risata breve che le uscì quasi per sorpresa.
Elena posò il bicchiere sul davanzale e prese la mano della sorella, stringendola tra le proprie dita screpolate dalle troppe notti insonni a scrivere lettere di presentazione mai risposte.
«La prossima domenica vengo a Roma io. Porto qualcosa per mamma, magari quei biscotti che le piacciono, quelli al pistacchio della pasticceria vicino casa vostra.»
«Ti aspettiamo per pranzo. Tutte e tre insieme, come una volta.»
«Non prometto niente sull'orario, lo sai come sono con i treni.»
«Lo so. Vieni e basta.»
Marta ripartì che il sole calava dietro i palazzi di Lambrate, tingendo di arancione i cavi del tram. Guardò nello specchietto retrovisore: Elena era rimasta sul balcone, il bicchiere ancora in mano, una sagoma piccola che rimpiccioliva ancora mentre l'auto girava l'angolo verso la tangenziale.







