Quando mia madre, Anna, ricevette l'invito a cena da Donatella, la madre del mio fidanzato Riccardo, passò due giorni a provare mezzo armadio. Voleva fare bella figura. L'appuntamento era alle otto di sera alla Trattoria del Cambio, in piazza Carignano, uno di quei posti dove i camerieri ti versano l'acqua come se stessero incoronando un re. Io ero a casa con trentanove di febbre, uno straccio, e Riccardo era via per lavoro. Le dissi di rimandare. Lei non volle. «È la prima volta che mi invita da sola, Giulia. Non posso tirarmi indietro.»
Quando arrivò, Donatella era già seduta. E non era sola. Ai lati del tavolo, come due corvi ingioiellati, c'erano le sue migliori amiche: la signora Wanda e la signora Ines, entrambe con quel genere di borse che costano più di una vacanza al mare. Donatella, ex direttrice scolastica in pensione, sorrise ad Anna con la stessa indulgenza che si riserva a un alunno un po' lento. Le porse il menù. Lei lo aprì e impallidì. I prezzi non c'erano. Non in quella copia, almeno.
«Ordino io per tutte, non vi preoccupate» sentenziò Donatella, e giù un carrello di antipasti caldi, aragoste alla catalana, due bottiglie di Franciacorta, tagliate di tonno, un dessert al piatto d'oro che manco sapevo esistesse. Mia madre, confusa, bisbigliò che per lei andava bene un'insalata. Solo un'insalata, grazie. Le altre tre la ignorarono per due ore piene, parlando di yacht, di trust e dell'ultimo lifting della contessa Tal dei Tali. Anna rimase lì, col tovagliolo stropicciato in grembo, a contare i minuti.
Alla fine della cena, Donatella fece un cenno al cameriere. Lui posò il conto al centro del tavolo dentro una cartellina di cuoio. Donatella lo afferrò con due dita, lo guardò un secondo e poi, con il gesto teatrale di chi porge il conto al maggiordomo, lo fece scivolare verso mia madre. Milleseicento euro.
«Ma… io…» balbettò Anna, guardando la cifra come se fosse scritta in una lingua sconosciuta.
«Tradizione vuole» cinguettò Donatella, già infilandosi il cappotto di lino, «che la madre della futura sposa offra la cena del primo incontro. Festeggiamo la nuova famiglia, no?»
Wanda e Ines ridacchiavano, sistemandosi le stole. Mia madre era diventata di gesso. «Io non ho questa somma con me. Non subito. Possiamo dividere?»
Donatella scoppiò in una risata leggera, come se avesse sentito una barzelletta ingenua. «Oh, Anna, che carina.» Poi le tre si alzarono. Uscirono senza voltarsi. Mia madre rimase seduta davanti a un esercito di gusci d'aragosta vuoti e a un conto che valeva metà del suo stipendio mensile da sarta in pensione.
Mi chiamò col filo di voce. Buttai giù due pastiglie, mi infilai i jeans e corsi in centro. Trovai mia madre nell'atrio, in piedi, che stringeva la borsetta e fissava il pavimento di marmo come se volesse sprofondarci dentro. Il maître, un uomo gentile con i baffi alla Vittorio De Sica, mi prese da parte: «Signorina, mi dispiace per sua madre. Quelle signore sono state… sgradevoli. Non ho potuto intervenire.»
Pagai. Milleseicento euro. Mentre digitavo il PIN, mi tornarono in mente le cene di Natale, i pranzi di Pasqua, le grigliate di Ferragosto. Tre anni esatti. Donatella, Wanda e Ines piombavano a casa nostra cariche di sorrisi, mangiavano per quattro, bevevano come spugne e poi, con una scusa qualunque, si facevano impacchettare gli avanzi. Filetti di manzo, arrosti, bottiglie di vino buono che papà conservava per le occasioni. Spariva tutto in quei loro contenitori di plastica. E mai, dico mai, un fiore, un dolce, un contributo qualsiasi. Solo pacche sulle spalle e «ah, come state bene, che bella famiglia».
Arrivai a casa che la febbre mi era passata di colpo. Al suo posto, una calma fredda. Aprii il computer. Compilai un documento. Un prospetto dettagliato: data, occasione, ospiti, pietanze consumate, costo approssimativo dei beni sottratti. Natale 2021: arrosto, cappelletti in brodo, pandoro artigianale — stima 180 euro. Pasqua 2022: agnello, crescionda, vino — stima 140 euro. Ferragosto 2023: grigliata mista, contorni vari, sei birre artigianali — stima 200 euro. E avanti così per tre pagine. Totale: quasi duemilatrecento euro.
Poi rovistai nel telefono. Mia madre, benedetta, fotografava tutto. Ogni festa, ogni tavola imbandita. E Donatella era sempre lì, in primo piano, col piatto traboccante e il bicchiere in mano. Ne scelsi otto, le più eloquenti. Le stampai in grande formato. Sotto ciascuna, un commento asciutto: «Signora Donatella, 25 dicembre, porzione doppia di arrosto, portati via sei fette e mezza bottiglia di Amarone.» Allegai al pacco la scansione dello scontrino della Trattoria del Cambio, segnando con un evidenziatore rosa l'insalata di mia madre — 8 euro — e il totale del loro banchetto.
La mattina dopo, Donatella festeggiava il suo onomastico con un elegante buffet in giardino. Io lo sapevo, perché aveva fatto mandare a Riccardo un whatsapp vocale in cui dettava la lista dei vini che avrebbe gradito ricevere. Feci recapitare un pacco. Lo confezionai con un vecchio cartone di scarpe di raso bianco, chiuso da un nastro dorato che sembrava di seta ma era di poliestere. Dentro, sopra uno strato di carta velina, una selezione di cibo preconfezionato del discount: tramezzini mollicci, pizzette tristi, olive verdi slavate. E sotto, il dossier.
La signora Donatella aprì il pacco davanti alle sue venti ospiti, convinta fosse un omaggio di qualche pasticceria modaiola. Sollevò il coperchio. Le pizzette guardarono il sole. Dalla carta velina spuntò la prima fotografia: lei che, con un ghigno, arraffa un vassoio di salumi da casa nostra. Il titolo, in cima al documento, era stampato in un elegante Times New Roman: «Competenza spese — Parassitismo conviviale triennio 2021–2024 — Saldo richiesto». Le signore allungarono il collo. Qualcuna sbiancò. La contessa, quella del lifting, si mise gli occhiali e lesse ad alta voce la riga sul pandoro.
Mi chiamò venti minuti dopo. Ebbi la prontezza di metterla in vivavoce. Lei urlava, parole a raffica, «rovina», «calunnia», «ridicola», «ti denuncio». La interruppi.
«Signora Donatella, lei ha due possibilità. La prima: mi trasferisce entro stasera milleseicento euro, esattamente la cifra che ha estorto a mia madre. La seconda: domattina questa documentazione arriva al circolo, alla parrocchia e al gruppo Facebook “Sei di San Salvario se…”. E aggiungo una nuova sezione con gli screenshot dei suoi messaggi vocali. Scelga lei.»
Il silenzio dall'altra parte durò sei secondi. Poi uno scatto metallico: «E va bene. Ma non ti azzardare mai più…» riattaccai. Non avevo altri affari con lei.
L'SMS della banca arrivò alle diciotto e quarantasette. Bonifico di milleseicento euro. La causale diceva: «Rimborso». Chiamai mia madre. Le dissi di controllare il saldo. Lei rimase zitta un attimo. Mi chiese se avevo mangiato, se la febbre era calata. Le dissi di sì, mamma, tutto a posto. Attraverso il telefono sentii il rumore della sua vecchia macchina da cucire che riprendeva a correre.







