Ornella e il laboratorio di via Volturno scomparso in febbraio

Faccio la ragioniera part-time per il condominio di via Volturno, a Bergamo, zona Colognola — quello con la siepe di ortensie che d'estate diventano quasi blu per via della terra acida, dice il portinaio, anche se io non ci ho mai creduto fino in fondo. Il mio lavoro è controllare le spese ordinarie, le rate del riscaldamento, e due volte l'anno andare a bussare a chi non ha pagato. Non è un lavoro che mi piace particolarmente, ma paga l'affitto, e in dodici anni ho imparato più cose sulle famiglie che uno psicologo.

La faccenda dell'appartamento 4 l'ho seguita da vicino perché toccava proprio le quote condominiali, e quindi toccava me.

Al quarto piano ci abitava Ornella, settantatré anni, vedova da otto. Il marito le aveva lasciato un piccolo laboratorio di sartoria al piano terra dello stesso stabile — due vetrine su strada, una Singer vecchia di quarant'anni ancora funzionante, e un cartello scritto a mano con lo scotch scrostato: "Orlature e riparazioni". Non era un'attività che rendeva molto, ma le bastava per la spesa e per pagare Marta, una ragazza polacca che veniva tre pomeriggi a settimana ad aiutarla con gli orli.

Il figlio di Ornella, Fabrizio, quarantadue anni, faceva il rappresentante di prodotti farmaceutici e viveva a Treviglio con la moglie e due bambini piccoli. Veniva a trovarla la domenica, portava sempre la stessa scatola di cannoncini dalla pasticceria vicino alla stazione, e ripeteva sempre la stessa frase mentre si sedeva: "Mamma, quel laboratorio ti sta consumando la salute."

Io lo sentivo dal pianerottolo, quando passavo a ritirare le buste. Non origliavo apposta — ma il palazzo è vecchio, i muri sono sottili, e certe voci passano.

A gennaio Fabrizio ha cominciato a portarle documenti. Diceva che era per "semplificarle la vita": una delega, poi una procura, poi un atto per intestare a lui il locale commerciale "solo per questioni fiscali, mamma, così tu non hai più pensieri con l'IVA". Ornella firmava. Si fidava di lui come ci si fida di un figlio, senza calcolare che la fiducia, quando è scritta su carta bollata, diventa qualcos'altro.

A marzo il notaio di piazza Pontida mi ha chiamata — mi conosceva perché tenevo anche i conti del suo studio — per chiedermi conferma di un dato catastale sull'immobile del piano terra. È lì che ho scoperto che l'atto era già stato registrato: il laboratorio, muri e attrezzatura compresa, risultava di proprietà di Fabrizio Bellini dal 14 febbraio.

Non ho detto niente a nessuno. Non era compito mio.

Quello che è successo dopo, però, l'ho visto io, dal bancone del bar Roma all'angolo, dove prendo il cappuccino prima di salire in ufficio la mattina.

Era un martedì di aprile, verso le nove. Ornella era arrivata al laboratorio con le chiavi come sempre, ma la porta aveva una serratura nuova — Fabrizio l'aveva fatta cambiare il weekend prima, senza avvisarla, "per sicurezza, mamma, con tutti i furti che ci sono in giro". Lei ha bussato. Marta era già dentro, perché a lei le chiavi nuove Fabrizio gliele aveva date. Ha aperto, imbarazzata, senza sapere cosa dire.

Ornella è rimasta sulla soglia con la borsa di tela che usava per portare i rocchetti di filo. Non è entrata. Ha guardato la sua Singer attraverso la vetrina — quella macchina l'aveva comprata suo marito nel 1987, a rate, e gliel'aveva regalata per l'anniversario — e poi si è girata ed è tornata verso l'ascensore.

Io ero al bancone, con la tazzina a metà. Ho visto tutto dal vetro. Non mi sono mossa: non era affar mio, e comunque non sapevo ancora cosa avrei potuto dire che non fosse fuori luogo.

Quello che ho scoperto dopo — perché il notaio, questa volta, me lo ha raccontato lui, visto che la vicenda ormai la sapeva mezzo palazzo — è che Ornella non è salita a piangere in casa. È salita, ha preso l'autobus numero 6 fino in centro, ed è entrata nello studio dell'avvocato Renata Cavalli, quella con lo studio sopra la farmacia di via Sant'Orsola, la stessa che aveva seguito la successione dopo la morte del marito.

Aveva con sé una cosa che nemmeno Fabrizio conosceva: la ricevuta originale d'acquisto della Singer, intestata a lei, e soprattutto il contratto di comodato d'uso gratuito che suo marito aveva fatto firmare vent'anni prima al fratello di lui — un documento dimenticato in un cassetto — dove si specificava che il locale, all'epoca intestato alla famiglia, era vincolato da un diritto di abitazione e uso a vita in favore della moglie superstite, mai revocato, mai cancellato dai registri. Fabrizio si era fatto intestare le mura, ma quel vincolo — l'usufrutto vitalizio — restava lì, scritto, valido, più forte della procura firmata a gennaio.

L'avvocata ha impiegato tre settimane a preparare l'atto di diffida e la richiesta di ripristino del possesso, con contestuale denuncia per abuso della procura, visto che l'atto di trasferimento era stato firmato da un'anziana senza che le fosse stato letto per intero, e senza la presenza di un secondo testimone indipendente come la legge richiederebbe in questi casi.

La lettera è arrivata a Fabrizio un venerdì, tramite ufficiale giudiziario, a casa sua a Treviglio, davanti alla moglie che stava rientrando dalla spesa al Carrefour con le buste ancora in mano.

Io quel giorno ero al lavoro nel mio ufficio al pianterreno del condominio, la porta accanto al laboratorio ormai chiuso, e ho sentito il citofono del 4 suonare due volte, poi tre. Fabrizio è arrivato senza preavviso, ha salito le scale di corsa — l'ascensore era occupato — ed è rimasto davanti alla porta di sua madre per un tempo che io, dal mio banco, ho calcolato in orologio: dodici minuti prima che lei aprisse.

Non ho sentito le parole. Ho sentito i toni: prima alti, i suoi; poi bassi e fermi, i suoi di lei.

Quello che so per certo è come è andata a finire, perché la nuova serratura del laboratorio l'ha rifatta cambiare Ornella stessa, tre giorni dopo la sentenza del giudice di pace che le riconosceva il diritto d'uso vitalizio: ha chiamato un fabbro di corso Buenos Aires, tale Salvatore, che io stessa avevo consigliato perché aveva sistemato anche la porta della cantina condominiale l'anno prima. Poi Ornella ha portato a Marta due mazzi di chiavi nuovi — uno per lei, uno di riserva da tenere in un cassetto dell'ufficio mio, "così, tanto per sicurezza, signora Elena", mi ha detto, ed è stata la prima volta che mi ha chiamato per nome dopo cinque anni che le tenevo i conti del condominio.

Fabrizio ha dovuto restituire, con atto notarile, l'intestazione delle mura — restava proprietario nudo, ma senza alcun diritto di gestione finché la madre era in vita — e pagare millecinquecento euro di spese legali, oltre alle quote condominiali arretrate del locale che, tecnicamente, per tre mesi erano rimaste a suo nome e quindi a suo carico.

Non l'ho più visto salire la domenica con la scatola di cannoncini. Marta mi ha detto che è tornato una volta, a giugno, ha suonato al citofono del laboratorio invece che a quello di casa, e Ornella gli ha risposto dal citofono stesso, senza aprire il portone: "Se vuoi vedermi, vieni di sopra. Qui sotto si lavora."

Il laboratorio è ancora aperto. Passo davanti tutte le mattine per prendere il caffè al bar Roma, e la Singer è sempre lì, nella vetrina, con il filo bianco infilato nell'ago come se qualcuno l'avesse appena lasciata a metà di un orlo.

Rate article
Mediatop Newsline
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

Ornella e il laboratorio di via Volturno scomparso in febbraio