La Chiave di Ottone della Signora Bruna

Ho capito tutto una sera di novembre, con le mani nella farina. Stavo tirando la sfoglia per i cappelletti quando ho sentito la voce di mia nuora in corridoio.

«Bruna è proprio fuori di testa», diceva al telefono. «Non ne posso più, te lo giuro, oggi ha spostato i barattoli della dispensa. I BARATTOLI! E ha pure criticato il detersivo che compro io, dice che non lava bene. Ma chi si crede di essere?»

Mi sono fermata con il matterello a mezz'aria. Il cuore ha fatto un tuffo, di quelli brutti, che ti lasciano l'acido in gola.

Lei era in cucina, io in corridoio. Non mi aveva sentita entrare. Aveva lasciato le chiavi di casa nella toppa, all'esterno, e io gliele stavo riportando dopo che me le aveva dimenticate dal panettiere.

«Federico, ascoltami», continuava lei. «Tua madre ha bisogno di uno psichiatra, non di venire a ficcare il naso in casa nostra ogni santo giorno.»

Federico. Mio figlio.

Sono rimasta lì, immobile, con il mazzo di chiavi che mi pesava in mano come un blocco di marmo. C'era un portachiavi di plastica rosa, un coniglietto. Lo avevo comprato io a Chiara, mia nuora, due Natali fa.

Poi ho fatto la cosa più difficile della mia vita: ho appoggiato le chiavi sul mobiletto d'ingresso, sono uscita in punta di piedi, ho chiuso la porta senza fare rumore.

E sono tornata a casa mia, a due isolati di distanza, con la pioggia sottile di Bologna che mi entrava nelle scarpe.

Mi chiamo Bruna, ho sessantatré anni. Lavoro al banco salumi del mercato rionale da quando ne avevo ventidue. Mio marito se n'è andato dodici anni fa, un infarto mentre potava l'ulivo in terrazzo. Federico è il mio unico figlio.

Lui fa l'elettricista. Un bravo ragazzo, mani d'oro, ma con la testa per aria. Due anni fa ha sposato Chiara, commessa in un negozio di abbigliamento in via Indipendenza. Hanno preso un trilocale in periferia, a Borgo Panigale, con un mutuo trentennale.

L'anticipo gliel'ho dato io. Centomila euro. Tutti i miei risparmi di una vita, messi da parte centesimo dopo centesimo, rinunciando alle vacanze, al nuovo cappotto, perfino alle cure del ginocchio che mi fa male da dieci anni.

Non gliel'ho mai rinfacciato. I soldi si danno e basta, se li dai devi dimenticarteli.

Quello che non riuscivo a dimenticare, però, era che fino al giorno prima ero una madre premurosa. E adesso, in una telefonata, ero diventata una vecchia rimbambita.

Perché andavo da loro ogni pomeriggio, dopo il turno al banco. Cucinavo: lasagne, polpette, minestrone. Stiravo le camicie di Federico. Piegavo la biancheria. Riordinavo la cucina.

Lo facevo con amore, non per invadere. Lo facevo perché sapevo quanto sono pesanti le giornate quando lavori dieci ore e torni a casa distrutta.

Ma per Chiara ero un'intrusa. Una suocera impicciona che spostava i barattoli e osava dire che il detersivo economico non lava via l'unto.

Quella sera, a casa mia, mi sono seduta sul divano. C'era la coperta di lana che aveva fatto mia madre, con i colori degli anni Ottanta. L'ho guardata a lungo, passandoci sopra le dita, contando i punti irregolari come faceva lei quando era nervosa.

Poi ho spento il cellulare.

E ho iniziato la mia nuova vita.

La prima settimana non ho chiamato nessuno. Né Federico né Chiara. Mi sembrava che il telefono pesasse un quintale.

Ho ricominciato ad andare in piscina, alla piscina Carmen Longo, quella coperta. Il martedì e il venerdì, alle sette di sera. Ho comprato un costume intero blu scuro e le cuffie di silicone.

Ho rispolverato la macchina da cucire che non toccavo dalla morte di mio marito. Ho fatto le tende nuove per la camera da letto, con un tessuto a fiori che avevo comprato alla bancarella di stoffe della Piazzola, il sabato mattina.

Una mattina, al banco salumi, la mia collega Lorena mi ha guardata dritta negli occhi.

«Bruna, che ti è successo? Sei strana.»

«Mi sono liberata», ho detto.

E lei ha riso. «Era ora.»

Il primo mese è stato strano. Mi aspettavo una chiamata, un messaggio, qualcosa. Invece niente. Il silenzio era assordante.

Poi, un martedì di metà dicembre, con la nebbia che avvolgeva i portici, è successo il fattaccio.

Erano le dieci di sera. Stavo guardando un documentario sui fenicotteri rosa della Camargue, con una tazza di camomilla fumante tra le mani.

Il telefono ha squillato.

«Bruna, sono Chiara.»

La voce era strana. Tirata. Come quelle corde che stai per tagliare.

«Dimmi, Chiara.»

«Sono chiusa fuori di casa.»

Ho spento il televisore.

«Come sarebbe?»

«La porta blindata si è incastrata. La chiave gira a vuoto. Federico è a Faenza per un lavoro, non torna prima di domani. Ho chiamato tre fabbri, uno non risponde, uno vuole duecento euro, uno dice che arriva domani.»

Si è fermata. Sentivo il respiro spezzato.

«Bruna, tu hai ancora le chiavi di riserva?»

Le avevo. Erano nel cassetto della credenza, insieme ai tappi di sughero e alle pile scariche.

Ma non l'ho detto.

«Chiara, mi dispiace», ho risposto con voce calma. «Quelle chiavi le tengo solo per le emergenze vere, e stanotte a casa vostra c'è comunque Federico che rientra domani mattina presto. Te la caverai fino ad allora.»

Silenzio.

«Ah», ha fatto lei. Poi: «Non importa, mi arrangio».

E ha riattaccato.

Sono rimasta a guardare il telefono per un buon minuto.

Poi ho tirato fuori dal cassetto le chiavi di riserva. Erano lì, con l'etichetta scritta a mano: «Casa Federico». Le ho messe sul tavolo.

E sono andata a dormire.

La mattina dopo, alle otto, sono andata al mercato come sempre. Ho preparato il banco, sistemato i salumi, tagliato la mortadella per i primi clienti.

Verso mezzogiorno è arrivato Federico.

Non viene mai al mercato. È sempre di corsa, telefonate, cantieri, emergenze.

«Mamma.»

«Ciao, amore.»

Aveva la faccia stanca. I capelli arruffati. Le mani sporche di grasso, come sempre.

«Chiara ha passato la notte in albergo», ha detto. «La porta l'ha aperta il fabbro stamattina. Centottanta euro.»

«Mi dispiace tanto», ho detto. Ed era vero.

Lui si è passato una mano sul viso.

«Mamma, le chiavi ce le hai tu. Lo so. Perché non gliele hai portate? Abitate a due isolati.»

Ho poggiato il coltello sul tagliere. Mi sono pulita le mani nel grembiule.

«Perché tua moglie ha detto che sono fuori di testa. E una fuori di testa, alle dieci di sera, con la nebbia, non si mette in macchina per attraversare mezza città.»

È rimasto lì, impalato, con la bocca aperta.

«Federico, io ho fatto per voi tutto quello che potevo. Ho rinunciato alla mia vita per farvi comoda. E sono stata ripagata con una telefonata in cui ho sentito tua moglie dire a sua madre che sono rimbambita.»

Ha abbassato lo sguardo.

«Lo so», ha detto piano. «Me l'ha raccontato. Sta malissimo.»

«Sta malissimo perché ha dormito in albergo. Non perché ha capito.»

Lui ha provato a dire qualcosa, ma non gli ho lasciato il tempo.

«Il prossimo fine settimana, se volete, venite a cena da me. Ma solo se portate il dolce. Io non cucino più per chi non mi rispetta.»

Il sabato dopo, alle otto di sera, hanno suonato al citofono.

Ho aperto.

Chiara era sotto il portico, con una torta della pasticceria Atti in mano e le guance rosse dal freddo. Federico le stava accanto, con una bottiglia di Pignoletto.

«Ciao, Bruna», ha detto lei, a bassa voce.

«Entrate», ho detto.

A tavola non sapevamo da che parte cominciare. Io avevo fatto i passatelli in brodo, leggeri, come piacevano a Federico. Ma l'aria era tesa, come quando stiri una camicia e il ferro è troppo caldo.

Poi Chiara ha posato il cucchiaio.

«Lo so che mi hai sentita», ha detto.

Non ho negato.

«Quella sera, al telefono, con mia madre. Ho detto cose orribili. Cose che non pensavo davvero.»

«Invece le pensavi», ho risposto. «Se le hai dette, le pensavi. Almeno in quel momento.»

Ha preso un respiro profondo, le dita che stringevano il tovagliolo fino a spiegazzarlo tutto.

«Hai ragione. Ero arrabbiata. Mi sentivo giudicata. In casa mia, con le mie cose, e tu che sistemavi tutto. Mi sentivo come se non fossi capace di fare niente.»

«Non era quello che volevo», ho detto.

«Lo so. Adesso lo so.»

Ci sono state lacrime. Poche, ma vere. E parole, quelle che erano mancate per mesi.

Non le ho raccontato la verità fino in fondo. Non ho detto che quella sera le chiavi le avevo davanti, sul tavolo, mentre lei aspettava in un albergo a due stelle vicino alla stazione.

Non serviva.

Invece ho fatto una cosa. Mi sono alzata, sono andata alla credenza, ho preso il mazzo con l'etichetta «Casa Federico» e l'ho messo sul tavolo, davanti a lei.

«Queste sono le vostre», ho detto. «Le tenevo qui, per le emergenze. Adesso ve le restituisco.»

Lei le ha guardate a lungo. Poi ha scosso la testa.

«Tienile tu. Così, se una sera ho voglia di venire a cena, posso entrare.»

Adesso sono passati due anni.

Chiara viene a cena ogni due settimane, con Federico. Porta sempre qualcosa: una torta, il pane, una bottiglia di vino. E io cucino volentieri, senza invadere, senza giudicare.

Non le ho più spostato i barattoli.

Neanche una volta.

Però la scorsa settimana, quando mi ha chiesto quale detersivo usassi per le tovaglie, le ho dettato il nome di quello buono, quello caro.

Lei ha preso il telefono e l'ha scritto nella nota della spesa, tra "farina 00" e "candele per la torta di Federico".

Le chiavi di riserva sono ancora da me, nel cassetto della credenza, tra i tappi di sughero e le pile scariche.

Con l'etichetta nuova, scritta a penna: «Da Chiara e Federico».

Non le ho più usate.

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