Mi chiamo Matteo. Ho quarantatré anni. Lavoro in uno studio di progettazione a Torino, terzo piano di un palazzo anni Sessanta con l'ascensore che cigola tra il secondo e il terzo, come se ogni volta stesse per mollare. Progetto impianti di illuminazione per uffici e negozi. È un lavoro preciso, fatto di calcoli, cavi, flussi luminosi. Non c'è spazio per le emozioni. Ed è esattamente per questo che l'ho sempre amato.
Giulia è arrivata due anni e mezzo fa. Trentaquattro anni, capelli scuri raccolti con una molletta di plastica che perdeva i denti. Sposata, due bambini. Io sposato da dodici anni. Due figli anch'io. Case, suoceri, mutui, asili, assemblee di condominio. La vita che ti costruisci mattone su mattone e che un giorno, da un momento all'altro, può andare in frantumi senza che nessuno abbia fatto niente.
All'inizio non ci facevo caso. Era una che arrivava alle otto e mezzo, si faceva il caffè con la moka che teneva in un cassetto, parlava poco. Poi ci hanno messo sullo stesso progetto: la ristrutturazione dell'illuminazione di un albergo in via Po. E lì è successo.
Non subito. Non come nei film.
Succede che cominci a notare il modo in cui muove le mani quando spiega una cosa. Poi un giorno ti accorgi che sei arrivato in ufficio dieci minuti prima solo per vederla entrare. Poi smetti di dormire: stai lì, al buio, con il respiro di tua moglie accanto, a chiederti se anche lei, in quel momento, sta pensando a te.
Non so come chiamarlo. Amore? Forse. O forse era solo la sensazione di essere di nuovo vivo, di avere vent'anni, di avere davanti un muro da scavalcare. Fatto sta che cominciavo a fare cose di cui mi vergognavo: mi cambiavo la camicia più spesso, stavo attento a come parlavo, mi ritrovavo a cercarla con gli occhi nei corridoi.
E il peggio è che non facevamo niente. Niente. Solo lavoro. Commenti sui progetti, riunioni, qualche pranzo in mensa. Eppure mi sembrava di tradire mia moglie cento volte al giorno, solo per il fatto di esistere con quei pensieri in testa.
Una sera di novembre, dovevamo consegnare il progetto. In studio eravamo rimasti solo noi due. Fuori pioveva, e l'acqua batteva contro le finestre con un rumore costante. Lei era seduta accanto a me, con lo schermo che le illuminava il viso, e a un certo punto ha tolto la molletta dai capelli. L'ha appoggiata sul bordo del tavolo, un gesto qualunque, nemmeno le importava di farlo.
Io sono rimasto fermo. Il cuore picchiava. E mi è venuto in mente tutto: il matrimonio, i bambini, i dodici anni, le vacanze al mare in Salento, le cene di Natale, i regali comprati insieme. Tutto quello che avevo costruito stava lì, su quella molletta di plastica.
Lei mi ha guardato. Non so cosa avesse capito. Forse tutto.
"Dovrei andare," ho detto.
E mi sono alzato. Sono usito dallo studio con le mani che tremavano. Fuori pioveva così forte che non sentivo più i miei pensieri.
Il mese dopo è peggiorato. Perché non ho smesso di pensare a lei. E nello stesso tempo non riuscivo a guardarla in faccia. Ogni riunione era una prova di resistenza. Ogni "ciao" era una bugia. Mia moglie mi chiedeva: "Sei stanco?" E io: "No, tutto bene." Un'altra bugia.
Poi Giulia ha dato le dimissioni.
L'ho saputo da una voce in corridoio, delle due che parlavano di lei. "Se ne va," diceva una. "Ha trovato un altro lavoro." Non ricordo altro. Ricordo solo che sono andato in bagno e mi sono sciacquato la faccia con l'acqua fredda, e i polsi mi facevano male dalla tensione.
Sono andato da lei. L'ho trovata alla sua scrivania, con una scatola di cartone piena di libri e fogli.
"Perché te ne vai?"
"Ragioni personali."
"È per me?"
Lei ha esitato. Poi ha fatto una cosa che non dimenticherò mai: ha continuato a sistemare i fogli nella scatola, senza alzare lo sguardo.
"Non riesco a stare qui sapendo che…"
Non ha finito. Non ce n'era bisogno.
"Anche per me è difficile," ho detto. "Ma io la mia famiglia l'ho scelta tanti anni fa. Non la distruggo per un sentimento che magari, tra un anno, non c'è più."
Era una frase orribile. La frase giusta e orribile. L'ho vista fare un respiro, uno solo, profondo. Poi ha chiuso la scatola.
"Lo so," ha detto. "Per questo me ne vado."
Io non ho avuto il coraggio di chiederle di restare. Sarebbe stato da egoista. Anzi: il solo fatto di pensarlo mi faceva schifo. Così sono rimasto lì, fermo, con le mani lungo i fianchi, e ho assistito alla fine di qualcosa che non era mai cominciato.
Dodici anni di matrimonio. Undici anni di mutuo. Due figli. Una suocera che ogni domenica ci invita a pranzo e che, per quanto a volte mi faccia impazzire, è la nonna dei miei figli. Una vita intera appesa a un filo, e per cosa? Per uno sguardo. Per una moka in un cassetto. Per una molletta di plastica che perdeva i denti.
Giulia se n'è andata a fine mese. Io ho continuato. Ho continuato ad arrivare in ufficio, a progettare, a tornare a casa, a preparare la cena. Ho continuato a fare il padre e il marito. E a un certo punto il pensiero di lei è diventato un sottofondo lontano, come il rumore della pioggia che non senti più dopo un po'.
Due anni dopo l'ho vista per strada. Era domenica, tornavo dal mercato di Porta Palazzo con mia moglie e i bambini. Lei era con un uomo, un uomo che non conoscevo. Camminavano tenendosi per mano. Non mi ha visto subito. Poi sì.
Non ci siamo salutati. Ci siamo guardati. Lei ha abbassato lo sguardo per primo. Io ho proseguito con la mia famiglia e non mi sono voltato.
Non perché non volessi. Perché non dovevo.
Quella sera, a casa, ho preparato la pasta al pomodoro. Ho tagliato il basilico, ho messo l'acqua sul fuoco. E a un certo punto mia moglie è entrata in cucina e ha detto: "Oggi ti sei incantato due volte davanti alla finestra."
Io ho spento il fornello. Ho preso il pelapatate e ho cominciato a pelare una carota per l'insalata. "Pensavo al lavoro," ho detto.
Lei non ha insistito. Mi ha appoggiato una mano sulla schiena, un gesto che faceva da sempre, e che in quel momento mi ha fatto chiudere gli occhi per un secondo.
Poi ho tirato fuori il contratto che tenevo nel cassetto della cucina da due settimane: l'atto di compravendita del bilocale in collina che lei sognava da anni. Gliel'ho messo davanti, sopra il tagliere. C'erano le nostre firme, la caparra già versata, la data del rogito.
"Non è il lavoro," ho detto.
Lei ha letto. Poi ha appoggiato il foglio sul tavolo e non ha detto niente per un bel po'. "Sono contenta," ha detto solo.
E io ho capito che era vero. Non era per Giulia che avevo comprato quella casa. Era per noi. Per il fatto che la vita che avevo scelto era ancora la mia, e che nessuno sguardo, nessuna pioggia di novembre, nessuna moka in un cassetto avrebbe potuto portarmela via.
Il basilico nel piatto aveva un odore forte. Ho cominciato a mangiare. Fuori, il solito rumore del cortile.
La casa in collina l'abbiamo comprata a primavera. Mia moglie ci ha messo la cucina nuova. Io ho montato la libreria del soggiorno da solo, in tre ore, bestemmiando come un fabbro. Poi mi sono seduto sul balcone, con una birra, e ho visto che dal terrazzo si vedeva fino al Monviso, limpido, vicino.
Non so se Giulia è felice. Non mi riguarda. So che quella domenica, per strada, non ho sentito dolore. Ho sentito solo che ero stanco. E che avevo fame.
La pasta, quella sera, era buona.
Io non so dirvi se mi sono salvato. So solo che non ho distrutto niente. E che ogni volta che qualcuno mi chiede se sono felice, io penso al rogito, al notaio, ai confetti del pranzo, a mio figlio che sposta la sedia con un grattare di gambe contro il pavimento. E dico: sì. Sì, ho quello che mi basta.
Non l'ho mai detto a nessuno. Fino a oggi.







