La notte in cui ho scelto Firenze

Mia suocera, la signora Valeria, mi ha chiamato alle nove e un quarto di sera. Io e Chiara stavamo per sederci al ristorante: c'era un tavolo vicino alla finestra, con le candele accese, e la sua pasta alle noci era già arrivata. Aveva prenotato quel posto tre settimane prima per il nostro anniversario, tre anni di matrimonio. E io, come un idiota, mi ero preparato: le avevo comprato un braccialetto con una piccola conchiglia d'argento, l'avevo messo nella tasca della giacca, aspettavo solo il momento giusto per tirarlo fuori.

Valeria è mia madre. Ha settantadue anni, vive da sola a Palazzo Doria, al quarto piano senza ascensore, e da quando mio padre è morto, quattro anni fa, è diventata un'altra persona. O forse è sempre stata così, solo che prima non la vedevo. Adesso la vedo.

"Matteo, sto male. Ho la pressione alta, mi gira la testa. Non mi sento le gambe."

Chiara mi ha guardato. Non ha detto niente, ma io ho visto le sue dita stringere il tovagliolo, proprio dove c'era il ricamo con le iniziali del ristorante.

"Devo andare," le ho detto.

"Adesso?"

"Sì. Mia madre sta male."

Chiara ha posato la forchetta. L'ha posata accanto al piatto, in diagonale, come si fa quando si è finito. Ma non aveva mangiato niente.

"È il nostro anniversario," ha detto.

"Lo so. Ma lei è sola, ha paura. Lo capisci?"

Non mi ha risposto. Si è alzata, ha preso la borsa, ha lasciato i soldi sul tavolo. Il cameriere ci guardava con una faccia che non dimenticherò: quella di uno che vede una coppia andare in pezzi davanti a sé e finge di non accorgersene.

Siamo usciti. Firenze era piena di gente, turisti, luci. Chiara camminava due passi avanti a me. Non si voltava. Io l'ho raggiunta al semaforo, ma non ho trovato le parole. Cosa dovevo dirle? Che mia madre veniva prima di tutto? Che un anniversario si poteva recuperare? L'ho pensato, ma non l'ho detto. E anche se l'avessi detto, sarebbe stata la cosa sbagliata.

A casa di mia madre c'era odore di bucato e di cera per mobili. Lei ci ha aperto la porta con il suo accappatoio rosa, truccata di tutto punto, con la collana d'oro che si metteva solo quando doveva fare bella figura. Chiara è rimasta sulla soglia. Io sono entrato, mi sono tolto le scarpe, le ho messe contro il muro, accanto alle pantofole di mia madre.

"Tesoro, finalmente," ha detto Valeria, afferrandomi le braccia. "Ti ho aspettato per mezz'ora. Pensavo non venissi più."

A Chiara ha rivolto uno sguardo veloce, di quelli che si danno a un cappotto appeso male sull'attaccapanni. Poi l'ha ignorata.

"Preparo un tè. Anzi, no, mettiti lì, ti faccio una camomilla. Hai una faccia stanchissima."

Chiara era ancora in piedi. Piccola, con il suo vestito blu, i capelli raccolti, la borsa stretta al petto come uno scudo. Mi ha guardato dritto negli occhi.

"Matteo. Le è successo qualcosa?"

"Non adesso," ho mormorato.

"Le è successo qualcosa?"

"Non iniziare."

"Non sto iniziando. Sto chiedendo. Perché se sta male, chiamiamo un'ambulanza. Se non sta male, torniamo al ristorante. Dov'è il termometro?"

Mia madre è ricomparsa dalla cucina con un vassoio. Basta. Non riuscivo a respirare. C'era Chiara che faceva domande, mia madre che sorrideva e mi chiamava "tesoro", e il braccialetto nella tasca della giacca che mi pesava come un mattone. Ho detto l'unica cosa che mi sembrava sensata:

"Chiara, va' a casa. Torno domattina."

Lei è rimasta ferma. Ha aperto la bocca, l'ha richiusa. Poi ha fatto un respiro lungo, il mento le si è piegato per un attimo, ma non ha pianto. Non davanti a mia madre.

"Va bene," ha detto.

È uscita. Ho sentito la porta chiudersi, il rumore dei suoi passi sulle scale. Mia madre mi ha stretto la mano: "Bene. Adesso mangiamo qualcosa."

Non ho dormito. Il divano di mia madre è duro, c'è una coperta che puzza di naftalina, e il ritratto di mio padre mi fissava dalla parete. Ogni tanto guardavo il telefono. Nessun messaggio da Chiara. Le ho scritto alle undici: "Scusa. Ti spiego domani." Non ha risposto. Ho messo il braccialetto sul comodino, senza aprirlo. La scatolina blu sembrava un rimprovero.

La mattina sono uscito prima che mia madre si svegliasse. Le ho lasciato un biglietto sul tavolo: "Chiamami se hai bisogno." Poi ho corso a casa, con un senso di colpa che mi mangiava lo stomaco.

La porta era aperta. Non spalancata: socchiusa, con la chiave infilata. Sono entrato e ho visto Checco, il gatto nero di Chiara, seduto sul mobile dell'ingresso. Mi ha guardato come si guarda un estraneo che entra senza permesso. Poi sono andato in camera da letto.

L'armadio era aperto. Metà vuoto. I cassetti di Chiara erano puliti, senza una piega. Sul letto c'era un biglietto scritto a mano, con una grafia che conoscevo bene, quella dei suoi taccuini di lavoro. Diceva solo:

"Anniversario cancellato. Torno per il gatto."

Mi sono seduto sul letto. Ho aperto il comodino. Dentro, al posto del suo profumo, c'era il braccialetto che le avevo comprato. Ancora nella scatolina. Non l'avevo mai tirato fuori dalla tasca, non l'aveva mai visto. Era lì, intatto, come un pugno in piena faccia.

L'ho chiamata. Niente. Ho scritto. Niente. Ho fatto un giro per Firenze, sono passato davanti al ristorante di ieri sera, ho visto il tavolo vuoto. Poi mi sono fermato davanti alla porta di casa sua. In realtà, era ancora anche casa mia, sulla carta. Ma dentro, ne ero già fuori.

Sono andato da mia madre. Lei era in cucina, spalmava burro su una fetta biscottata. Mi ha visto e ha sorriso: "Hai dormito bene?"

"Mamma," ho detto. "Ieri sera tu stavi male?"

"Perché me lo chiedi?"

"Perché devo capire."

Lei ha posato il coltello. Si è sistemata i capelli, quel gesto lento con cui aggiustava sempre la piega prima di rispondere.

"Cosa vuoi che ti dica? Ero agitata. Sarà stata la pressione. Anche il dottore dice che devo evitare le emozioni forti."

"Quali emozioni forti?"

"Non lo so, Matteo. Mi sei mancato. È un peccato?"

In quel momento ho capito che non era un peccato. Era una manovra. E lo era da sempre: ogni compleanno, ogni domenica, ogni volta che Chiara ed io facevamo un passo verso una vita che non la includeva in ogni singola domenica, lei trovava il modo di tirarmi indietro. E io, come un figlio ubbidiente, ci cascavo. Anzi, peggio: la difendevo.

Ho passato la settimana a lavorare, a mandare messaggi a Chiara senza ricevere risposta, a dormire sul divano di casa come un naufrago su una zattera. Il gatto mi evitava, mia madre mi chiamava ogni sera per raccontarmi i suoi malanni. Io ascoltavo, ma non ero più lì. Non ero più lì.

La domenica dopo, Chiara è venuta a prendere Checco. Non da sola. C'era con lei una sua amica, Silvia, quella diplomata in Legge che non mi era mai piaciuta. Chiara era vestita con un maglione grigio e i capelli sciolti, come se fosse una mattina qualsiasi. Mi ha salutato con un cenno. Ha preso il trasportino, il cuscino del gatto, la lettiera. Non ha detto una parola. Io le ho messo davanti una busta.

"Cosa sono?"

"Il bonifico. Per la quota del mutuo. E un foglio che ho preparato."

Silvia ha preso la busta. L'ha aperta, ha letto. Poi ha guardato Chiara.

"Dice che cede la sua parte."

"Quale parte?" ha chiesto Chiara, e per la prima volta in sette giorni mi ha guardato negli occhi.

"La casa. Voglio che resti a te. La mia parte è un regalo. Senza condizioni."

Chiara non ha detto niente. Ha infilato il foglio nella borsa, ha sollevato il trasportino con Checco e si è avviata alla porta. Sulla soglia, si è fermata.

"Tua madre sta bene?"

"Ha la pressione alta."

"Lo so. Lo sapevi anche tu, quella sera."

Non ho risposto.

"Ti ho lasciato il braccialetto nel comodino," ha detto. "Non sarebbe stato giusto tenerlo."

E se n'è andata. Ho chiuso la porta. Sono rimasto in piedi nell'ingresso, con il maglione che sapeva ancora di lei e il telefono che vibrava per un messaggio di mia madre: "Vieni stasera? Cucino la zuppa di farro."

Ho guardato il numero. L'ho fissato per un po'. Poi ho posato il telefono, ho preso le chiavi della macchina e sono uscito. Non sono andato da mia madre. Ho guidato fino al centro, parcheggiato a caso, camminato lungo le spallette dell'Arno come si cammina dopo un naufragio. C'era un chiosco all'angolo, uno di quelli che vendono vin brulé in bicchieri di carta. Ne ho preso uno. L'ho bevuto guardando l'acqua scura, con il fiato che fumava nell'aria di gennaio.

Il telefono ha squillato di nuovo. Mia madre. Ho risposto.

"Matteo?"

"Sì, mamma."

"Dove sei?"

"Fuori. Da solo."

"Come? Ma avevo preparato…"

"Non vengo stasera, mamma."

Silenzio. Neanche il respiro.

"Non sto bene," ha detto.

"Lo so."

"Ho chiamato il dottore. Mi ha detto di stare a riposo."

"Bene. Riposati."

"Vuoi che muoia senza vederti?"

Ecco. La frase di sempre. La chiave di volta di ogni ricatto: la morte in agguato, il figlio lontano, la solitudine che diventa un ring vellutato. L'avevo sentita centinaia di volte. Ma quella sera, per la prima volta, non ho abbassato la testa.

"Mamma, ho bisogno che tu ascolti," ho detto. "Chiara se n'è andata. La casa è sua, io ho ceduto la mia parte. Non so se tornerò da te per cena. Non so se tornerò da te, punto. Perché ogni volta che mi chiami, io lascio tutto. E quello che lascio, dopo, non c'è più."

"Matteo, ti prego…"

"Ti voglio bene, mamma. Ma non vengo."

Ho riagganciato.

Sono rimasto sul lungarno, con il bicchiere di plastica in mano e quel silenzio che finalmente non faceva paura. Il braccialetto era rimasto nel comodino, al buio, come un promemoria. Io ero in piedi sul ponte, a guardare le luci di Firenze sull'acqua, e per la prima volta dopo tanto tempo non sentivo il bisogno di correre da nessuna parte.

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