Sono tre anni che aspetto che mia madre muoia, e questo mi rende un pezzo di merda, lo so, ma lasciatemi spiegare come si è arrivati a questo punto prima di condannarmi.
Mi chiamo Marco Bellandi, ho quarantasei anni, faccio il carrozziere a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Ho un capannone su via Circonvallazione che era di mio padre, poi diventato mio quando lui è morto — dodici anni fa — e che mia madre, Ornella, considera ancora suo, anche se sulla carta non lo è più da tempo.
Ornella ha settantun anni e vive da sola in una casa colonica fuori paese, verso Fosdondo. Ci sono andato a trovarla il martedì dopo Pasqua, quest'anno, perché mia sorella Chiara mi aveva chiamato dicendo che la mamma non rispondeva più al telefono da due giorni. L'ho trovata seduta in cucina con la vestaglia sopra il maglione, la stufa a legna spenta, e un elenco scritto a penna su un foglio a quadretti: notaio, banca, Chiara, Marco. In quest'ordine.
— Sto vendendo il capannone — mi ha detto, senza guardarmi, mentre girava il caffè con un cucchiaino che sbatteva contro la tazza più forte del necessario. — E anche il terreno dietro. Tanto a voi due non interessa niente di quello che faccio.
Le ho detto che il capannone non era suo da vendere, che gliel'avevo comprato io la sua quota quando è morto papà, con un mutuo che sto ancora pagando alla Banca Popolare dell'Emilia Romagna. Trecentoventimila euro, dodici anni fa. Lei lo sa. L'ha firmato davanti al notaio Ricci, in via Cavour, con la sua firma tremolante ma lucida.
— Il terreno dietro è mio — ha detto. — Quello lo vendo a chi voglio.
Qui devo essere onesto su una cosa che nella versione di mia madre — quella che probabilmente ha raccontato a qualche vicina affacciata sul niente della sua vialetto vuoto — non compare mai: io e Chiara non l'abbiamo abbandonata. L'abbiamo evitata. Sono due cose diverse, anche se dall'esterno sembrano identiche.
Mio padre, prima di morire, ci ha chiesto una cosa: non lasciarla sola con le sue idee. Ornella ha un modo di amarti che assomiglia a un controllo di magazzino — conta quante volte vieni, quanto resti, cosa porti, se hai chiamato prima di Natale o dopo, se hai chiesto soldi in prestito quell'anno che avevo il figlio piccolo e il lavoro fermo per due mesi. Ogni visita diventava un processo. Ogni telefonata un'accusa mascherata da domanda. "Come va il lavoro" voleva dire "hai ancora quei soldi che mi devi". "Come sta il bambino" voleva dire "perché non me lo porti più spesso, forse perché mia moglie non mi piace a te".
Ho smesso di andarci ogni domenica quando mio figlio Nico aveva sei anni, ora ne ha dieci. Non per cattiveria. Per sopravvivenza, la mia e quella di mia moglie Serena, che dopo ogni pranzo dalla nonna tornava a casa con la testa piena di frasi da disinnescare per giorni.
Quel martedì, in cucina, con la stufa spenta e il caffè che si raffreddava, Ornella mi ha detto la frase che ha fatto scattare tutto:
— Chiamerò l'agenzia immobiliare Casa&Casa di via Roma. Il signor Pratissoli mi ha già detto che il terreno vale sui novantamila euro. Con quei soldi vado a vivere in una RSA di Reggio, quella carina vicino al Duomo, e voi due potete continuare a fare come se non esistessi.
Non ho reagito subito. Sono uscito, sono tornato al capannone, ho passato il pomeriggio a lucidare il cofano di una Fiat Punto del 2009 che dovevo consegnare il giorno dopo, mentre alla radio Radio Bruno mandava le stesse quattro canzoni dell'estate scorsa. C'era un cane del vicinato, un bastardino nero che si chiama Tordo, che veniva sempre a dormire sotto il ponte elevatore quando faceva freddo, e quel giorno era lì, e io gli ho dato metà del panino al prosciutto che mi ero portato, senza nessun motivo, solo perché avevo le mani libere e lui aveva fame.
Il giorno dopo Chiara mi ha chiamato in vivavoce mentre guidava verso l'ospedale di Guastalla, dove lavora come infermiera al pronto soccorso.
— L'ha chiamata anche a te? Dice che se non ci facciamo vedere entro fine mese vende tutto e sparisce in una casa di riposo senza dirci dove.
— L'hai presa sul serio?
— Marco, ha già chiamato il geometra per il terreno. L'ho saputo perché il geometra è il marito di una mia collega.
Questo è stato il punto in cui ho capito che non era più teatro. Ornella aveva davvero fissato un appuntamento, il 14 maggio, per far misurare il terreno dietro il capannone — quello che confina con il mio piazzale, quello dove parcheggio i mezzi in attesa di riparazione, quello che se venduto a uno sconosciuto mi avrebbe messo in mezzo a una causa per la servitù di passaggio che dura vent'anni in tribunale a Reggio Emilia.
Sono andato da lei il sabato, questa volta con Chiara. Ci ha fatto sedere in salotto, non in cucina — segno che aveva preparato la scena — e ha tirato fuori una cartellina di plastica trasparente con dentro le fotocopie della planimetria e il contratto preliminare già pronto, mancava solo la firma.
— Ho aspettato — ha detto. — Ho aspettato che vi ricordaste di avere una madre. Ora la vendo, e con i soldi mi tolgo dai piedi, così non dovrete più preoccuparvi di passare a controllarmi.
Chiara ha iniziato a piangere, come sempre, e io per la prima volta in tanti anni non ho sentito il bisogno di calmarla o calmare la mamma. Ho preso la cartellina, l'ho aperta, ho letto il contratto preliminare riga per riga mentre Ornella mi guardava con l'espressione di chi ha già vinto.
C'era una clausola strana: il terreno veniva venduto "libero da vincoli e servitù", cosa falsa, perché quel terreno serve da vent'anni come unico accesso carrabile al retro del mio capannone, dove tengo i sollevatori e dove arrivano i carri attrezzi con le auto incidentate. Senza quel passaggio, l'attività chiude. Non in senso figurato: chiude davvero, perché il fronte su via Circonvallazione è troppo stretto per far girare un carro attrezzi.
Gliel'ho detto, con calma, senza alzare la voce, cosa che a lei ha sempre fatto più rabbia di qualsiasi urlo:
— Mamma, se vendi quel terreno così com'è, io perdo il lavoro. Non il capannone — il lavoro. Dieci dipendenti a casa, compreso Loris che ci lavora da vent'anni e ha due figli all'università.
— Non è un problema mio.
— È un problema tuo dal momento in cui l'hai messo per iscritto in un contratto che il tuo avvocato — perché immagino tu abbia già un avvocato, visto quanto sei preparata — sa benissimo che non regge, perché la servitù esiste anche se non è scritta nell'atto, per uso continuato da più di vent'anni. Lo dice il codice civile, articolo 1061 e seguenti. Qualsiasi notaio serio te lo direbbe prima di farti firmare, e se il tuo geometra non te l'ha detto, ti ha fatto un pessimo servizio.
Lei è rimasta zitta per un tempo lungo, il tipo di silenzio che in quella casa significava non "hai ragione" ma "sto ricalcolando". Poi ha detto la cosa che ancora oggi mi fa più male di tutte le altre:
— Allora forse è meglio che vendo anche il capannone. Così vediamo chi si preoccupa davvero.
Non era una minaccia economica. Era un test. Voleva vedere quanto le importavo, misurato in euro e in disperazione mostrata in salotto. E io, che per una vita ho cercato di dimostrarle di essere un buon figlio pagando, aiutando, tacendo, per la prima volta ho scelto di non superare il test.
Sono passate sei settimane. Ornella ha davvero fissato l'appuntamento dal notaio, il 3 giugno, per la vendita del terreno a un certo signor Bortolotti, un imprenditore agricolo di Rio Saliceto che voleva ampliare un capannone per mangimi proprio accanto al mio. Io non l'ho fermata con le parole. L'ho fermata con un documento.
Sono andato dal notaio Ricci — lo stesso di dodici anni prima — con l'atto di acquisto del capannone e una perizia dell'ingegnere Falco, che conosco da quando giocavo a calcio con suo figlio, in cui si certificava l'esistenza della servitù di passaggio ventennale, con foto aeree scaricate dal geoportale della Regione Emilia-Romagna che mostravano i mezzi parcheggiati su quel terreno anno dopo anno, dal 2004 in avanti.
Il notaio Ricci ha guardato le carte, ha guardato me, e ha detto una frase che mi sono portato a casa come un sollievo fisico:
— Se sua madre firma questo contratto senza menzionare la servitù, e il compratore poi la scopre, non solo la vendita rischia l'annullamento, ma lei, signora Bellandi, rischia una causa per dolo. Le consiglio di non firmare niente finché non risolvono la questione in famiglia.
Il 3 giugno, alle dieci del mattino, io e Chiara siamo andati allo studio del notaio in via Cavour, senza avvisare la mamma. Il signor Bortolotti era già seduto, con la sua giacca a vento verde della Agrifil, un caffè bevuto a metà sul tavolino. Ornella è arrivata dieci minuti dopo, con la borsetta di finta pelle marrone che usa da anni, e si è bloccata sulla porta quando ci ha visti.
— Cosa fate qui?
Non ho urlato. Ho messo sul tavolo la busta con la perizia, davanti al signor Bortolotti, non davanti a lei.
— Signor Bortolotti, mi scusi per il disturbo, ma prima che firmi qualcosa deve sapere che quel terreno è gravato da una servitù di passaggio che uso da vent'anni per la mia attività di carrozzeria. Qui c'è la documentazione. Se compra, si troverà con un carro attrezzi che passa sul suo terreno ogni giorno, per legge, senza che possa impedirlo.
Bortolotti ha letto due righe, ha guardato il notaio, il notaio ha confermato con un gesto secco della testa, e Bortolotti si è alzato dicendo che non firmava niente senza risentirsi con il suo geometra. È uscito senza nemmeno finire il caffè.
Ornella è rimasta in piedi, la borsetta stretta con due mani, e per la prima volta da quando è morto mio padre non ha detto una parola. Ha guardato il notaio Ricci come per chiedergli conferma di qualcosa che non voleva sentire, e il notaio ha semplicemente allargato le mani.
L'ho accompagnata fuori io, non Chiara. Sul marciapiede di via Cavour, con il rumore del mercato del sabato due strade più in là, le ho detto l'unica cosa vera che avevo da dirle:
— Mamma, io non voglio i tuoi soldi e non voglio il tuo terreno. Voglio che smetti di usarli come arma. Se vuoi vendere qualcosa che è davvero solo tuo, vendilo, e vai a vivere dove ti pare. Ma quel passaggio resta mio, perché senza quello dieci famiglie restano senza stipendio, e questo per me pesa di più di qualsiasi prova d'amore che vuoi farmi superare.
Lei non ha risposto. È salita in macchina — ancora la sua vecchia Y10 grigia che non vuole cambiare — e se n'è andata.
Sono passati due mesi. Il terreno non è stato venduto. Ornella non è andata alla RSA vicino al Duomo. Ha ripreso a chiamare, non tutti i giorni, ma il martedì, sempre il martedì, verso le sei di sera, quando sa che sono ancora al capannone a chiudere. Non parla di vendite. Parla del tempo, di come sta Tordo — il cane lo conosce, gli porta gli avanzi quando passa di là — e una volta, una sola volta, mi ha chiesto se Nico aveva ancora quella bicicletta rossa o se era già troppo grande.
Non l'ho perdonata, perché non c'era niente da perdonare in senso religioso — c'era solo da smettere di farsi processare ogni volta che si bussava a una porta. Il capannone è ancora mio, il mutuo lo sto ancora pagando, dieci famiglie continuano a portare a casa lo stipendio il giorno 27 di ogni mese, e il passaggio dietro resta libero, con le tracce delle gomme dei carri attrezzi stampate nella terra, anno dopo anno, come prova che qualcosa, almeno quello, non si muove.







