La notte dei quattro cerchi

La calura di agosto scendeva su San Giorgio Lucano come una coperta bagnata. Il vecchio quartiere arabo, arroccato sulla collina di tufo, si svuotava già alle dieci del mattino: i turisti si rifugiavano nei bar con l’aria condizionata, i cani randagi sparivano sotto i balconi di pietra, e solo le lucertole restavano immobili sui muri bianchi, come dipinte.

Lassù, in cima alla scalinata di via dei Sospiri, viveva donna Agnese. Nessuno sapeva con certezza quanti anni avesse. Il suo corpo era una radica di ulivo: contorta, scura, apparentemente secca. Ma gli occhi — due schegge di lavagna bagnata — ti entravano dentro e ci restavano. Le anziane del quartiere le portavano il pane fresco il giovedì, non per carità: per rispetto. E un po’ di paura.

Agnese era l’ultima della sua generazione a conoscere le parole della “tessitrice”. Così la chiamavano da quelle parti: colei che intreccia le cose viste e non viste. Sua madre, Saveria, negli anni Cinquanta era stata portata via da due agenti in borghese. Motivo ufficiale: esercizio abusivo della professione medica. Motivo vero: aveva curato la figlia di un sindaco con un impacco di malva e poi le aveva detto che il marito la tradiva con la cugina.

Saveria era tornata a casa in una cassa di legno grezzo. Il referto diceva collasso cardiaco. La schiena era piena di lividi che nessuno aveva mai visto, perché Agnese l’aveva lavata da sola, con l’acqua e l’aceto, chiudendo le persiane.

Quel pomeriggio d’agosto, la sua pronipote Dina salì i centododici gradini di via dei Sospiri senza fermarsi. Aveva vent’anni, i capelli neri tirati in una treccia da cui sfuggivano riccioli ribelli, e una cartella di pelle marrone sotto il braccio. Studiò giurisprudenza a Matera. Leggeva i codici come altre persone leggono i salmi.

Trovò la vecchia seduta sul terrazzino, davanti a una tazzina di caffè diventato freddo. Le colombe tubavano sui fili della luce. Una pannocchia di granturco rosso pendeva dalla ringhiera, accanto a un mazzetto di lavanda.

— Ti ho sognata, — disse Agnese senza voltarsi.

Dina appoggiò la cartella sul tavolino di maiolica. Una cartella non lo faceva mai. — Io non vengo per i sogni, nonna Agnese. Vengo perché devi smettere di raccontare in giro quella storia. Lo zio Carmine è arrabbiato. Dice che ci porti la jella.

Agnese versò il caffè freddo nel terriccio del basilico. — Tuo zio Carmine ha paura dell’acqua, — disse. — E ha ragione.

Dina si sedette. Il cielo era di un azzurro così carico che pareva lacca. — Che c’entra l’acqua?

— Stanotte ho tirato le ossa. Le stesse di mia madre. Non le uso da undici anni, da quando è morta tua madre. Ma stanotte il ripiano della credenza ha tremato. Da solo.

— Scosse di assestamento. C’era in Abruzzo.

— No, Dina. Era il richiamo.

La vecchia entrò in casa. Dina sentì i suoi passi leggeri sul pavimento di cotto, lo scatto di una serratura, il fruscio di un panno. Quando tornò, teneva tra le mani una scatola di latta — quelle dei biscotti Gentilini, marchiata anni Sessanta che la madre di Dina conservava per i bottoni. Agnese la aprì.

Non c’erano bottoni.

C’erano quattro pezzi di osso di capra, levigati da generazioni di mani femminili. Su ognuno era inciso un simbolo: una fiamma, una goccia, un monte, una bolla. Fuoco, acqua, terra, aria. Agnese li fece rotolare sul tavolino di maiolica. Le ossa disegnarono un cerchio quasi perfetto.

— Quattro ombre in divisa, — disse la vecchia, con gli occhi chiusi. — Vengono per la ragazza che sa troppo. La portano giù, alla cava di tufo. C’è acqua nera laggiù. E il suo viso ci galleggia sopra.

Dina sentì il caldo, per la prima volta quel giorno. Un caldo che veniva da dentro. — Nonna, stai parlando di me?

Agnese aprì gli occhi. — Di te, sì. Hanno già deciso. Il maresciallo Belmonte ha chiesto a tuo zio dove ti trovi. Vogliono che tu chiuda la bocca sulla discarica abusiva. Centoventi ettari di tumore vicino al fiume. Tu hai i documenti.

Dina involontariamente toccò la cartella. Dentro c’erano le carte che una compagna di corso le aveva passato a Matera: perizie pagate da Lauria Costruzioni, timbri comunali falsi, una firma del viceprefetto.

— E tu che vuoi che faccia, nonna? Che scappi come una lepre?

— No. Tu vai al patronato di Don Salvo, in piazza. Porta questa. — Agnese le mise in mano una busta ingiallita. — È la denuncia che mia madre voleva fare. Non ha mai potuto. Ora tocca a te.

Dina la infilò nella cartella. Le dita tremavano, ma non per paura. — E se vengono stanotte?

— Verranno. Non stanotte. La prossima. Perché prima devono bere.

Agnese si alzò, staccò la pannocchia di granturco rosso e la mise sopra la cartella. — Questo è il segno. Quando lo vedrai staccato dalla rete, vuol dire che li hai addosso.

La discesa fu rapida. Dina non si voltò. Sentiva il peso della cartella sul fianco, come un’arma caricata.

Nella piazza di San Giorgio Lucano, Don Salvo stava chiudendo il patronato. Una lampadina al neon ronzava sopra la porta. Il vecchio prete guardò la ragazza e capì tutto. Le diede una chiave di rame.

— Questa apre l’armadio dove conservo l’olio santo e le carte di chi non vuole essere trovato, — disse. — Il resto lo sai già.

Quella notte, Dina non dormì. Ascoltò il silenzio del vicolo: una moto in lontananza, il pianto di un bambino, il ronzio di un ventilatore. Alle tre e mezzo, sentì uno starnuto. Poi un secondo. Poi una voce bassa: «C’è il segno sulla finestra?»

Un’altra voce: «Il granturco non c’è più».

Agnese aveva ragione. La pannocchia era sparita dalla rete: qualcuno l’aveva staccata. Ma non era un messaggio per lei: era un avvertimento per loro. I quattro erano fuori.

Dina afferrò la cartella e uscì dalla porta sul retro. Nel buio, i suoi piedi conoscevano ogni gradino sconnesso. Ma in fondo alla scalinata, un faro di moto si accese all’improvviso. La lama di luce la prese in pieno.

— Dove vai, dottoressa?

Era la voce di maresciallo Belmonte. Lo vide in controluce: basso, tozzo, il colletto sudato. Con lui c’erano Toni Lauria, l’assessore Di Pinto e un agente giovane che Dina conosceva dai tempi delle elementari: Saverio Cafarella.

— Vado a prendere il pane, — disse Dina. — È pronto alle quattro.

Belmonte sogghignò. — Il pane lo prendi dall’altra parte. Tu vai da don Salvo, no? A consegnare le carte.

Saverio fece un passo avanti. — Lasciala stare, maresciallo. Non ha niente addosso.

— Ah sì? Controlla.

Saverio la guardò. Aveva gli occhi lucidi, come se avesse già capito. Dina non provava rabbia. Solo una tristezza enorme, che le bloccava i muscoli. Belmonte la spinse contro un muro, le strappò la cartella. Dentro c’era la busta di Agnese e le carte della discarica.

— Brucia tutto, — disse Belmonte.

Di Pinto versò benzina. Lauria accese l’accendino. Le fiamme divorarono i fogli. La perizia, le firme false, la denuncia di Saveria — tutto. In pochi secondi.

Dina guardò i pezzi di carta nera che volavano via. Poi guardò Saverio. Lui aveva la pistola nella mano destra, puntata verso di lei. La mano sinistra stringeva un cellulare.

— Puntala bene, — disse Dina.

Saverio abbassò l’arma. — No.

Belmonte lo spinse. — Puntala, ho detto. Non possiamo lasciarla andare.

Saverio non si mosse. Allora Belmonte prese la pistola dell’agente. La alzò. Il colpo partì secco, come una pannocchia spezzata.

Dina vide il lampo. Poi il freddo.

Il corpo fu ritrovato all’alba da un pescatore, nella cava di tufo allagata. Mani e piedi legati con il filo di ferro. Il volto galleggiava nell’acqua nera, come aveva detto Agnese.

I quattro pensarono di averla chiusa lì. Ma non avevano fatto i conti con la vecchia.

Quattro giorni dopo, il maresciallo Belmonte fu trovato nella sua auto, una Fiat Panda blu, parcheggiata sotto un fico. Il corpo era seduto al posto del guidatore, la testa piegata in avanti. Il medico legale scrisse infarto. Ma sulla pelle del collo c’erano quattro piccole bruciature, disposte a cerchio.

Due giorni dopo, Toni Lauria cadde da un ponteggio della sua impresa. Nessuna rete di sicurezza. Era scomparsa la settimana prima. Il biglietto d’addio, scritto a macchina, parlava di debiti. Ma la firma era sbavata, come se la mano fosse stata guidata.

L’assessore Di Pinto organizzò una conferenza stampa per dire che la giustizia stava facendo il suo corso. Davanti a trenta giornalisti, si accasciò nel mezzo di una frase. Ictus. Tre giorni di coma, poi la morte.

Restava Saverio Cafarella. L’unico che non aveva voluto sparare.

Dina non c’era più, ma i suoi occhi li vide Agnese. Li vide ogni notte, nel riflesso della luna sull’acqua della cava.

Il quindici settembre, Agnese scese dal suo quartiere. Per la prima volta in trent’anni, andò in questura. Chiese di parlare con Saverio. Lui venne, pallido, dimagrito, la divisa stinta.

— Sei l’unico che non ha sparato, — disse Agnese. — Ma hai visto tutto. E non hai parlato.

Saverio non rispose.

— Tua madre veniva a pulirmi la casa quando eri piccolo. Ti ricordi? Avevi cinque anni. Un giorno hai rotto una tazza. Neanche quella buona. Una tazza col gallo. Hai messo i pezzi in tasca invece di dirglielo.

Saverio sbiancò ancora di più.

— Non devi parlare con me, — disse Agnese. — Devi parlare col giudice.

Il giorno dopo, Saverio depositò una confessione. Tutto: la benzina, le carte bruciate, il colpo, la cava. Ma il giudice era cugino di Di Pinto. La confessione sparì. Saverio fu trasferito a Bolzano per motivi di servizio.

Allora Agnese fece ciò che sua madre non aveva potuto fare.

Andò dal notaio Nardelli, lo stesso che aveva firmato le compravendite di Lauria Costruzioni. Gli consegnò una busta gialla. Il notaio la aprì. Dentro c’erano le fotocopie delle perizie false, con le date e le firme. E una lettera.

— Dina mi ha portato le copie un’ora prima che la prendessero, — mentì Agnese. In verità, quelle carte le aveva pagate lei, undici anni di risparmi. Ma non era il momento di dirlo.

Il notaio la guardò. — Questa lettera… è una denuncia. Ma non ha valore legale. Non ora. Sono passati i termini.

— Non per te, — disse Agnese. — Tu sei amministratore del fondo per le vittime di usura. Hai in mano i soldi del Comune. Ottantanovemila euro.

Nardelli sbiancò.

— Dina era povera, — continuò la vecchia. — Ma studiare l’aveva portata da te, due mesi fa. Ti aveva chiesto un prestito per l’università. Tu le hai riso in faccia. Ora quei soldi li userai per la sua famiglia.

Agnese prese dalla borsa una busta più piccola. La aprì. C’erano i quattro pezzi di osso.

— Questo è il segno, — disse. — Quattro. Tu sei il quarto. Non sei stato nella cava, ma hai firmato i fogli che l’hanno condannata. Hai incassato. La goccia ti troverà.

Il notaio alzò la mano come per fermarla. Agnese lasciò le ossa sul tavolo, sopra la busta. Poi uscì.

La settimana dopo, il notaio Nardelli convocò la famiglia di Dina: la madre, il padre, il fratello piccolo. Davanti a tutti, firmò il bonifico di ottantanovemila euro al fondo per le vittime della cava. E scrisse una dichiarazione in cui confessava di aver falsificato i documenti. Poi si chiuse nel suo studio. Lo trovarono il lunedì. Morto per infarto, come gli altri. Sul tavolo c’erano le carte sparse. E quattro piccoli cerchi bruciati sul legno, come occhi di un gufo.

Agnese guardò la pannocchia di granturco rosso. L’aveva riattaccata alla ringhiera del terrazzino. Questa volta non per avvertire. Per ricordare.

La notte, il vento che saliva dalla cava portava un canto. Non era un lamento. Era la voce di Dina, che ripeteva le parole dell’ultima lezione di diritto privato: «La proprietà si trasferisce con il consenso delle parti». Le pareti di tufo la rimbalzavano fino alla cima della collina. Fino alla casa di Agnese.

La vecchia non pianse. Staccò la pannocchia, la sgranò sul davanzale. I chicchi rossi caddero nel vuoto, uno per uno, contandoli. Centododici. Come i gradini di via dei Sospiri. Come i giorni della sua attesa.

Poi prese la cartella di Dina, quella vera, ancora sporca di polvere, e la mise sotto il materasso. Sopra, adagiò la busta gialla vuota. E chiuse la porta.

Il rumore della serratura rimbombò nel vicolo. Qualcuno che passava alzò gli occhi. Ma non vide nulla: solo una persiana che sbatteva.

La mattina dopo, sul portone della questura, qualcuno aveva disegnato con la calce quattro cerchi concentrici. Dentro, una scritta: «Contati». Nessuno cancellò. Il sole di settembre la prosciugò, ma il segno restò lì per settimane, come un marchio sul muro.

E la cava di tufo, da quel giorno, non fu più silenziosa: chi ci andava a gettare rifiuti diceva di sentire, dal fondo dell’acqua nera, un canto di donna. Antico. In una lingua che non si capiva.

Ma che faceva paura.

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