L’ultima cena non pagata

Faccio il fioraio da ventidue anni, ho il negozio proprio davanti alla chiesa di Santa Chiara, a Lecce, e quella domenica di giugno mi trovavo lì per caso — dovevo consegnare le composizioni per il tavolo degli sposi, non per la festa dei diciotto anni della ragazza. Ma la villa dove si celebravano i due eventi era la stessa, divisa in due giardini da una siepe di lauro, e da dietro quella siepe ho visto tutto.

Il giardino di destra era quello giusto: tovaglie color avorio, palloncini lilla legati alle sedie pieghevoli, e ventisette vassoi allineati su tre tavoli lunghi, ancora fumanti. Ho contato dopo, quando mi hanno chiesto di aiutare a portare via i fiori rimasti — ventisette piatti diversi, dalla parmigiana alle orecchiette con le cime di rapa, dai involtini di carne alla caprese, fino a una torta con scritto "Auguri Giulia" in glassa color prugna. Dietro quei tavoli c'era una donna sulla sessantina, il grembiule ancora addosso, due dita della mano destra fasciate con del garza da farmacia. Non l'avevo mai vista prima, ma il modo in cui teneva le mani incrociate davanti al grembiule — come chi aspetta un giudizio — quello me lo ricordo bene.

Poi è arrivata l'altra donna. Più giovane, tacco dodici, un vestito verde smeraldo che stonava con l'erba appena tagliata. Ha alzato il calice, ha aspettato che tutti si voltassero, e ha detto una frase che io, da dietro la siepe con in mano un vaso di gerbere, ho sentito perfettamente:

— Ho prenotato la sala privata al ristorante "Il Barocco". Giulia merita qualcosa di più elegante. I miei ospiti non sono venuti fin qui per sedersi su sedie da giardino.

Silenzio. Poi quel rumore che conosco bene, perché lo sento ogni volta che porto i fiori a un funerale: sedie che si spostano piano, una dopo l'altra, non di scatto — con quella lentezza di chi vuole andarsene senza dare troppo nell'occhio. In cinque minuti il giardino si è svuotato. Ho visto un ragazzo sulla trentina — doveva essere il figlio, o forse il marito della signora anziana, non l'ho capito subito — passare a un metro dalla donna col grembiule senza fermarsi. Aveva il telefono in mano e non ha alzato gli occhi nemmeno una volta.

La ragazza del compleanno, quella in abito bianco, è rimasta ferma vicino al cancello con due amiche. L'ho vista guardare prima sua madre, poi sua nonna. Ha fatto un passo verso i tavoli. Poi si è fermata, come se qualcuno le avesse tirato una corda invisibile, ed è uscita col resto del gruppo.

Il cancello si è chiuso con un tonfo secco. Io ero ancora lì con le gerbere in braccio, e mi sono sentito quasi in colpa a esistere in quel momento, come se la mia presenza fosse un'intrusione in qualcosa che non mi riguardava. La signora col grembiule — ho saputo poi che si chiamava Rosanna — non ha detto niente. È rimasta a guardare i vassoi che fumavano ancora, con le mani incrociate. Poi ha tirato fuori il telefono dalla tasca del grembiule e ha fatto una foto. Una sola.

Sono tornato al negozio pensando che l'avrei dimenticata entro sera, come capita con certe scene viste per lavoro. Invece il lunedì mattina, mentre sistemavo le rose per una consegna, ho sentito la mia commessa, Carmela, che è nipote di una vicina di Rosanna, raccontare che il telefono della signora non aveva smesso di squillare da quando aveva pubblicato quella foto su Facebook — i ventisette piatti, la torta intatta, la didascalia era una sola riga: "Trentasei ore di lavoro, due dita bruciate, zero forchette usate." La foto era arrivata a diciottomila condivisioni entro la sera, e mezza Lecce ne parlava.

Ho saputo il resto perché Carmela conosce tutti in questo quartiere, e perché ho consegnato di persona i fiori per quello che è successo dopo, il sabato successivo.

Rosanna gestiva, insieme al marito Vito, una piccola trattoria vicino a Porta Napoli — "Da Rosanna", ventidue coperti, aperta da trentun anni. Per organizzare quel pranzo aveva speso settemilaquattrocento euro, presi dai risparmi che teneva da parte per rifare il forno a legna del locale, ormai rotto da mesi. Aveva cucinato tutto lei, in trentasei ore filate, con l'aiuto di sua figlia solo per lavare i piatti. La nuora — quella con il vestito verde, si chiamava Simona — le aveva mandato la lista dei piatti un venerdì pomeriggio, un foglio con ventisette voci numerate, "solo per aiutarmi con il cibo", aveva detto, come se fosse un favore da poco. Alle due di notte era arrivato un altro messaggio: "Ho dimenticato che mio cugino è intollerante al lattosio e mia cognata non mangia carne rossa, aggiungi qualcosa di semplice, grazie." Altri tre piatti. Vito, il marito di Rosanna, mi ha raccontato tutto questo mentre gli portavo le corone per la vetrina del locale, che nel frattempo era diventato meta di curiosi — la gente veniva a mangiare "da Rosanna" apposta, dopo aver visto la foto.

La foto era arrivata anche a un giornalista del Quotidiano di Puglia, che aveva scritto un pezzo breve, niente di clamoroso, ma abbastanza perché in paese tutti sapessero. E abbastanza perché Simona, la nuora, si presentasse un sabato mattina alla trattoria, sola, senza trucco, con gli occhi di chi non ha dormito.

Io ero lì per caso di nuovo — dovevo consegnare un bouquet per un tavolo prenotato — e ho visto la scena dalla vetrina. Simona è entrata, ha chiesto di parlare con Rosanna. Rosanna è uscita dalla cucina col solito grembiule, le dita ormai guarite. Non ha alzato la voce. Ha detto una cosa sola, che ho sentito bene perché la porta era aperta per il caldo:

— Non voglio le tue scuse a parole, Simona. Voglio che tu dica a Giulia perché quel giorno se n'è andata anche lei.

Simona non ha risposto subito. Ha guardato il pavimento, poi ha detto che Giulia non le parlava più da una settimana, che si era trasferita momentaneamente dalla zia, che il marito — il figlio di Rosanna — dormiva sul divano di casa perché non riusciva a guardarla in faccia dopo aver letto i commenti sotto quella foto.

Rosanna è tornata in cucina senza aggiungere altro. Non ha urlato, non ha pianto davanti a lei. Ha solo tirato fuori da un cassetto vicino alla cassa una cartellina di plastica trasparente — l'ho vista con i miei occhi, perché gliel'ho portata io stesso pochi giorni prima insieme alle fatture dei fiori per un altro evento — e l'ha appoggiata sul bancone. Dentro c'erano i documenti della trattoria: l'atto di comproprietà che, da due anni, includeva anche il nome di Simona, messa come socia al venticinque per cento per questioni fiscali legate a un prestito che il figlio aveva chiesto per comprare casa.

— Da lunedì la tua quota non c'è più — ha detto Rosanna. — Il notaio ha già i documenti pronti, li ho firmati venerdì. Ti restituisco quello che avevi versato, con gli interessi legali. Non voglio che il tuo nome resti su qualcosa che tratti come una mensa scolastica.

Non ho sentito altro perché ho dovuto portare i fiori al tavolo, ma quando sono tornato in vetrina Simona non c'era più. Vito mi ha raccontato, qualche giorno dopo, che quella quota valeva circa ventimila euro, e che Rosanna l'aveva liquidata sul serio, con tanto di bonifico tracciato e ricevuta del notaio incollata sul registro della trattoria, come se volesse che chiunque, aprendo quel raccoglitore, capisse esattamente cosa fosse successo e perché.

Giulia, la nipote, è tornata alla trattoria due settimane dopo, da sola, in bicicletta. L'ho vista io stesso, perché ero lì a consegnare i fiori per il compleanno di un'altra cliente — questa volta festeggiato dentro, tra i ventidue tavoli di sempre. Giulia si è seduta al bancone, ha ordinato la parmigiana della nonna, quella che nessuno aveva assaggiato quel giorno di giugno. L'ha mangiata tutta. Rosanna non le ha chiesto scusa e non le ha fatto una predica. Le ha solo versato un bicchiere d'acqua e si è seduta cinque minuti accanto a lei, prima che arrivasse un altro cliente a chiamarla in cucina.

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