Officina Bordonaro

Quella mattina di marzo il termometro sul balcone di zia Assunta segnava sette gradi, e io stavo scaricando due gomme nuove dal furgone quando ho visto arrivare mia suocera con la sua Panda color sabbia, quella che tiene lucidata come se fosse una Ferrari.

Mi chiamo Renato Cusimano, ho cinquantotto anni e da trentadue mando avanti l'officina meccanica che era di mio padre, in via Sant'Isidoro, a Ragusa. Mia moglie Carmela l'ho persa quattro anni fa, un tumore al pancreas che se l'è portata via in sette mesi. Da allora sua madre, Filomena, ha deciso che il suo compito nella vita fosse controllare che io non "sciupassi" quello che restava della famiglia. E con "quello che restava" intendeva soprattutto l'officina.

Devo essere onesto: capisco perché diffidava di me. Quando Carmela si è ammalata io ho chiuso baracca per due mesi, ho lasciato che i clienti storici andassero da Peppe Scrofani, il mio concorrente diretto in via Roma, e Filomena quello non me l'ha mai perdonato, come se curare mia moglie fosse stato un capriccio. Ma la verità che lei non vede — o non vuole vedere — è che io quell'officina l'ho salvata due volte: dopo il fallimento di mio padre nel 2009, e dopo la malattia di Carmela. L'ho ricostruita con le mie mani, letteralmente, ho rifatto l'impianto elettrico da solo un weekend di agosto perché non potevo pagare un elettricista.

Quella mattina Filomena è scesa dalla Panda con una cartellina di plastica trasparente sottobraccio, di quelle che si comprano alla cartoleria Buccheri per due euro e cinquanta. Dentro c'era un atto notarile. Si era presentata dal notaio Sammartino, quello vicino al Duomo, e aveva fatto mettere per iscritto che l'officina — l'immobile, non l'attività, quello ancora è mio — doveva tornare a sua nipote Erika, la figlia di sua sorella che vive a Modica e fa l'estetista part-time.

"Renato, tu qui sei solo un affittuario di fatto," mi ha detto, piantata davanti al bancone dei ricambi, con addosso quel profumo di violetta che usa da sempre. "Il terreno era di tuo suocero, buonanima, e la sua volontà era che restasse in famiglia. Erika ha bisogno di un posto per il suo salone."

Io sono rimasto con la chiave inglese in mano, la stessa che stavo usando per il montante di un cambio ruota, e per un momento non ho detto niente. Non perché non avessi argomenti — ce li avevo, e buoni — ma perché in trentadue anni nessuno mi aveva mai parlato così, come se fossi un dipendente da licenziare.

Poi è arrivata mia figlia Sonia, ventisei anni, che studia legge a Catania e quel weekend era tornata a casa. È entrata proprio mentre sua nonna alzava la voce, ha guardato la cartellina, ha guardato me, e ha detto una frase che non dimenticherò: "Nonna, prima di firmare qualsiasi cosa contro papà, forse dovresti sapere chi ha pagato il tuo intervento all'anca due anni fa, visto che tu dicevi di non avere abbastanza pensione."

Filomena è impallidita. Perché la verità è questa: quando lei ha avuto bisogno di quattromilaseicento euro per l'operazione all'anca alla clinica privata di via Risorgimento, io glieli ho anticipati senza dire una parola a nessuno, nemmeno a Carmela quando era ancora viva, perché non volevo che sembrasse un ricatto morale. L'ho fatto perché era la madre di mia moglie e perché a Carmela avrebbe fatto piacere.

Ho messo giù la chiave inglese, mi sono pulito le mani con lo straccio che tengo sempre in tasca posteriore, e le ho detto: "Filomena, tu hai tutto il diritto di volere bene a Erika e di aiutarla a mettere su la sua attività. Ma non su questa officina, e non con questo metodo."

Le ho spiegato con calma — e qui la mia rabbia si era già trasformata in qualcosa di più freddo, più deciso — che il terreno intestato a suo marito era stato regolarmente donato a me e Carmela nel duemilasette, con tanto di atto registrato, proprio per evitare situazioni come questa. Il notaio Sammartino, se avesse controllato bene prima di redigere quelle carte, glielo avrebbe detto subito. Probabilmente Filomena si era presentata da lui raccontando una versione tutta sua, e il notaio aveva semplicemente messo per iscritto quello che lei gli aveva chiesto, senza verificare i titoli reali.

Quel pomeriggio stesso sono andato io dal notaio Sammartino, con Sonia al mio fianco che portava la cartellina con la donazione originale del duemilasette, quella vera, ingiallita agli angoli. Il notaio ha controllato, ha fatto una faccia imbarazzata, e ha detto che l'atto appena firmato da Filomena era semplicemente nullo, perché lei non aveva alcun titolo su un immobile che non le apparteneva.

Ma la parte che mi ha fatto più male non è stata quella burocratica. È stata quando, tre giorni dopo, Filomena si è presentata di nuovo in officina, questa volta senza Panda lucidata e senza cartellina, con gli occhi gonfi. Mi ha detto che Erika, saputo dell'ingiustizia che stava per fare, si era arrabbiata con lei più di quanto mi fossi arrabbiato io: "Zia, non voglio un negozio rubato a chi ha cresciuto mia cugina," le aveva detto al telefono.

Io non le ho fatto una scenata. Le ho offerto un caffè dalla macchinetta, quella scassata che tengo vicino alla cassa, e le ho detto solo una cosa: che se avesse voluto davvero aiutare Erika, la porta accanto, il vecchio magazzino di ferramenta di Cocuzza che aveva chiuso l'anno scorso, era libero e io conoscevo il proprietario, potevo mettere una buona parola per un affitto onesto.

Quello che ho fatto dopo, però, è stata la cosa che ha davvero chiuso la faccenda. Sono andato dal mio commercialista, il dottor Alessi in corso Italia, e ho fatto redigere un atto di destinazione vincolato: l'officina, l'immobile e l'attività, passano interamente a Sonia il giorno della sua laurea, prevista a luglio del prossimo anno, con l'obbligo per lei di gestirla o di trovare un gestore di fiducia se vorrà fare l'avvocato, ma senza possibilità che finisca in mano a nessun altro parente, presente o futuro. Quattromilaseicento euro — la stessa cifra dell'operazione di Filomena — li ho fatti scrivere nell'atto come prestito già restituito, chiuso, sistemato, giusto per lasciare nero su bianco che tra me e mia suocera non c'erano debiti pendenti, di nessun tipo, materiale o morale.

Ho portato l'atto firmato a Filomena io stesso, un sabato mattina, mentre lei stendeva il bucato sul terrazzino di casa sua in via Ecce Homo. Gliel'ho messo in mano, ancora con l'odore di detersivo dei panni bagnati intorno a noi, e le ho detto solo: "Ora è tutto scritto. Nessuno può più toglierlo a chi se l'è guadagnato con le mani." Lei ha letto la prima pagina, poi ha ripiegato il foglio con cura, come faceva sempre con le lenzuola, e non ha detto niente. Ma la Panda color sabbia, da quel giorno, la vedo parcheggiata davanti all'officina quasi ogni domenica, e lei entra senza cartelline, solo con due arancine per me e Sonia, ancora calde dal forno di piazza San Giovanni.

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