Faccio la barista da sei anni allo stesso bar, quello vicino al mercato di Porta Palazzo, a Torino, e in genere le facce dei clienti abituali le imparo a memoria dopo la terza volta. Quella mattina di ottobre entrarono in due, due donne sui sessant'anni, e capii subito che erano sorelle prima ancora che aprissero bocca — stesso modo di tenere la borsa sul braccio, stesso modo di guardarsi intorno prima di sedersi.
Si misero al tavolino vicino alla vetrina, quello con la gamba corta che io tengo sempre a posto con un sottobicchiere piegato in quattro. Fuori pioveva, uno di quei giorni in cui l'umidità entra nelle ossa, e il tavolino accanto al loro aveva ancora i resti di un cappuccino di qualcuno che se n'era andato di fretta — non avevo fatto in tempo a sparecchiare.
Presi l'ordine: un cappuccino e una spremuta d'arancia, più due cornetti, uno semplice e uno alla crema. Fin qui niente di strano. Il problema arrivò dopo, quando portai il conto — dodici euro e cinquanta — e lo appoggiai in mezzo al tavolo, come faccio sempre quando non capisco chi vuole pagare.
Quella con il cappotto verde, la più magra delle due, lo guardò e disse: "Dividiamo, no?" Non era proprio una domanda. L'altra, quella con gli occhiali da vista spessi, rimase in silenzio un paio di secondi — abbastanza perché io, che stavo ancora lì a raccogliere le tazzine, lo notassi.
"Paolo mi ha chiesto duemila euro per l'affitto del negozio," disse quella con gli occhiali, e da come lo disse capii che non era la prima volta che lo diceva a qualcuno, forse a se stessa. "Gliel'ho dato io, sola. E tu quel giorno non hai risposto neanche al telefono."
L'altra si sistemò la sciarpa, un gesto secco. "Avevo il turno in ospedale, te l'ho spiegato mille volte."
Io a quel punto ero già al bancone a preparare un altro cappuccino, ma il locale era mezzo vuoto e le voci arrivavano lo stesso. Non è che origliassi apposta — è che in un bar piccolo, con la macchina del caffè che fa rumore solo a tratti, certe frasi ti restano incollate alle orecchie che tu voglia o no.
Quella con gli occhiali — poi ho saputo che si chiamava Marisa — tirò fuori il telefono e mostrò qualcosa allo schermo all'altra, che si chiamava Carla. "Guarda qui. Bonifico del quattro luglio. Millecinquecento. Bonifico del dodici agosto, altri cinquecento. Io gliel'ho versati tutti e due i soldi per rifare l'insegna del negozio di mamma, quello di corso Regina Margherita, perché tu dicevi che non ce la facevi."
Carla non rispose subito. Guardava fuori, verso il banco della frutta sotto la pioggia, quello con i teli di plastica tirati su di fretta.
"E adesso," continuò Marisa, "Paolo ha deciso di intestare il negozio solo a suo nome. Sua idea, non mia. E tu mi chiedi se dividiamo dodici euro di colazione."
Qui devo dire una cosa di me: io in quel momento avevo il turno che finiva tra venti minuti e stavo già pensando a chi mi avrebbe dato il cambio, se Fabio sarebbe arrivato puntuale come sempre o in ritardo come al solito. Non è che mi importasse granché della loro storia — è successo tante volte, in sei anni, di sentire pezzi di vite di sconosciuti tra un caffè e l'altro. Ma quella frase, "sua idea, non mia," mi si è impressa perché Marisa l'aveva detta piano, senza rabbia, come una cosa già digerita da tempo.
Carla allora tirò fuori il portafoglio, uno di quelli in pelle scamosciata un po' consumati agli angoli, e ne cavò un biglietto da venti. Lo mise sul tavolo, sopra il conto.
"Tieni tutto tu," disse. "Non voglio litigare per dodici euro."
"Non è per i dodici euro," rispose Marisa. "È che tu non c'eri. Non c'eri quel giorno al telefono, non c'eri quando ho firmato dal notaio in via Garibaldi, non c'eri quando ho dovuto dire a mamma che il negozio adesso è di tuo genero e non più nostro."
Io in quel momento stavo pulendo la macchina del caffè con lo straccio, un gesto meccanico che faccio decine di volte al giorno, e ho visto Carla restare ferma con la mano ancora sul portafoglio aperto. Fuori, sotto la pensilina del mercato, un uomo stava chiudendo un ombrello rotto e lo buttava dentro un cassonetto — non c'entrava niente con loro, ma io quel dettaglio me lo ricordo ancora, chissà perché certe cose restano e altre no.
Marisa richiuse il telefono e lo posò sul tavolo, schermo verso il basso. Poi disse una frase che mi ha fatto smettere di pulire per un secondo: "Da lunedì l'insegna nuova la pago solo io, e la metto a mio nome. Il negozio di mamma resta suo finché campa, ma quello che ci ho messo dentro io, lo riprendo. Ho già parlato con l'avvocato — la dottoressa Ferraris, quella di corso Vittorio."
Carla la guardò, e per la prima volta da quando erano entrate le tremò la voce: "Non puoi fare così, è anche il negozio di famiglia."
"Era. Prima che Paolo lo intestasse a sé. Io continuo a pagare la bolletta della luce da tre mesi, Carla, la bolletta di un negozio che non è più mio. Da lunedì smetto."
Non seppi mai come andò a finire davvero, quella storia dell'avvocato e dell'insegna — il mio turno finì, arrivò Fabio con dieci minuti di ritardo come sempre, e io andai a prendere l'autobus numero 4 sotto la pioggia che ancora non aveva smesso. Ma quando passai a incassare il conto, prima di andarmene, vidi che sul tavolo era rimasto solo il biglietto da venti di Carla, e il resto — sette euro e cinquanta — Marisa l'aveva lasciato lì accanto, spiccioli in fila, come per dire: i conti, da adesso, li faccio io, fino all'ultimo centesimo.







