Faccio l'elettricista da ventisei anni nello stesso condominio di via Bramante, zona Isola, a Milano. Conosco ogni citofono che non funziona, ogni contatore che perde, ogni vicina che ti offre il caffè mentre aspetti che scenda la corrente. E conosco anche Loredana, la signora del terzo piano interno, quella con il balcone pieno di gerani anche a novembre.
Quel martedì di marzo mi aveva chiamato per un portalampada bruciato in cucina — cosa da dieci minuti, in teoria. Sono arrivato verso le sei, quando fuori dalla finestra si sentiva già il tram numero 4 che strideva sulla curva e l'odore di risotto allo zafferano che saliva dal piano di sotto. Loredana mi ha aperto in vestaglia, con gli occhiali da lettura ancora appoggiati sulla testa, e dietro di lei, seduto al tavolo della cucina, c'era il genero, Riccardo. Non l'avevo mai visto così: giacca ancora addosso, cravatta allentata, un plico di fogli davanti a sé come se stesse per giocare a poker con dei documenti al posto delle carte.
Ho cominciato a smontare la plafoniera sopra il lavello, e da lì — diciamo che la cucina di Loredana ha un'acustica infame, tutto rimbomba tra le piastrelle — ho sentito tutto quello che non dovevo sentire.
Riccardo stava dicendo a sua suocera che l'officina meccanica di famiglia, quella in via Sammartini che il marito di Loredana aveva aperto nel 1987 e portato avanti fino alla morte tre anni fa, andava "sistemata sulla carta". Che lui, in quanto socio al 30%, aveva già parlato con un notaio. Che bastava una firma su una procura per "semplificare la gestione" mentre Loredana si riprendeva — perché Loredana, tre mesi prima, aveva avuto un piccolo ictus, niente di grave dicevano i medici, ma le mani ancora le tremavano un po' quando scriveva.
Io stavo lì con il cacciavite in mano, il portalampada mezzo smontato, e facevo finta di essere concentrato sui fili. Ma guardavo Loredana con la coda dell'occhio. Lei girava il cucchiaino nella tazza di camomilla senza berla, tac tac tac contro la ceramica, e non diceva niente. Fuori, in cortile, un gatto — quello grigio senza un orecchio che gira sempre tra i cassonetti — miagolava contro la saracinesca del garage.
"Firma qui, mamma, così non devi più pensarci tu," ha detto Riccardo, spingendo il foglio verso di lei con due dita, come se fosse un conto da pagare al bar.
Io in quel momento ho fatto cadere apposta il cacciavite. È rotolato sotto il tavolo, e mentre mi chinavo a raccoglierlo ho visto la faccia di Loredana da sotto in su: non stava piangendo, non stava tremando. Stava calcolando qualcosa, con gli occhi fissi sul foglio come se leggesse i numeri di una tombola che non le tornavano.
"Domani," ha detto solo. "Domani lo guardo con calma."
Riccardo ha stretto la mascella, ha raccolto i fogli con un gesto un po' più brusco del necessario, ha detto che "il tempo stringe" e che il notaio aveva un'agenda piena. Poi è uscito, e la porta blindata ha fatto quel tonfo pesante che fanno certe porte quando chi le chiude vorrebbe sbatterle ma si trattiene.
Io ho finito il portalampada. Ho acceso la luce, ho controllato che reggesse, ho scritto la ricevuta. Loredana mi ha pagato in contanti, trentacinque euro, contandoli piano perché le dita ancora un po' le tremavano, e mi ha chiesto se volevo un pezzo di crostata alle mele che aveva fatto il giorno prima. Ho detto di sì, anche se avevo altri due appuntamenti, perché qualcosa in quella cucina non mi convinceva a lasciarla sola in quel momento.
Mentre mangiavo la crostata — buonissima, con la cannella — lei mi ha chiesto, quasi distratta, se conoscevo un buon commercialista. Non un avvocato, ha detto proprio commercialista. Le ho fatto il nome di uno che lavora per il condominio di fronte, uno serio, in via Confalonieri. Lei ha annuito e ha cambiato discorso, mi ha chiesto dei miei figli.
Non ci sono più tornato per tre settimane, fino a quando non mi ha richiamato per una presa che scintillava nel corridoio. Quando sono entrato, la casa era diversa: non nel senso dei mobili, ma nell'aria. Loredana aveva i capelli fatti, tinti di un castano più deciso del solito, e sul tavolo della cucina — lo stesso tavolo — c'era una cartellina blu con l'intestazione dello studio commercialista di via Confalonieri.
Mi ha raccontato lei stessa, mentre lavoravo alla presa, senza che le chiedessi niente. Aveva chiamato il commercialista il giorno dopo la mia visita. Si era fatta portare, nell'arco di due settimane, tutti i documenti dell'officina: l'atto costitutivo del 1987, i bilanci degli ultimi cinque anni, il libro soci. Aveva scoperto che il 30% di Riccardo, quello che lui sventolava come un diritto acquisito, in realtà era una quota che suo marito gli aveva ceduto solo sulla carta, anni prima, per motivi fiscali — mai pagata, mai formalizzata con un vero passaggio di denaro. Il commercialista le aveva detto chiaro: quella quota si poteva contestare, e nel frattempo, come amministratrice unica rimasta dell'azienda dopo la morte del marito, Loredana aveva pieno diritto di gestire tutto senza bisogno di nessuna procura.
Aveva anche aperto un nuovo conto corrente intestato solo a lei, alla Banca Popolare di via Volturno, e vi aveva fatto transitare gli incassi dell'officina che prima passavano su un conto cointestato con Riccardo — quello che lui controllava dal suo telefono, con l'app della banca sempre aperta.
Poi mi ha mostrato, con la mano ormai ferma, una busta chiusa sul ripiano vicino al pane. Dentro, mi ha detto, c'era la lettera raccomandata che aveva già spedito il giorno prima: revoca di ogni delega bancaria a nome di Riccardo, comunicazione formale che l'officina restava sotto la sua gestione diretta, e la richiesta al notaio — non quello di Riccardo, un altro, scelto da lei — di verificare la validità della cessione di quota del 30%.
Tre giorni dopo sono tornato per un'altra piccola riparazione, un campanello che non suonava, e mentre ero sul pianerottolo ho sentito il citofono squillare forte. Era Riccardo, e Loredana non l'ha fatto salire. Gli ha parlato dal citofono, in piedi nell'ingresso con la cornetta in mano, la voce calma, quasi annoiata: "Ho parlato con il commercialista e con un notaio, Riccardo. La quota va verificata. Il conto dell'officina adesso lo gestisco io. Se vuoi discutere di soldi, chiamami un appuntamento con l'avvocato, non un lunedì sera in cucina."
Dal pianerottolo ho sentito il citofono gracchiare qualcosa, una voce alterata che diceva che era "sua madre" e che si sarebbe "ricordata chi l'aveva aiutata in questi anni". Loredana ha risposto solo: "Ti ho aiutato io, per trentacinque anni, a tenere in piedi quest'officina con tuo suocero. Ora la tengo in piedi da sola." Ha riattaccato la cornetta senza aspettare risposta.
Sono tornato altre due volte in quel palazzo, per lavori senza importanza. L'ultima volta Loredana aveva un gatto nuovo, grigio, senza un orecchio — lo stesso del cortile, mi ha detto che aveva iniziato a dargli da mangiare sul balcone e ormai non se n'era più andato. Mi ha offerto di nuovo la crostata, con la cannella, e mentre me ne andavo ho notato sul tavolo la stessa cartellina blu, ormai più spessa, con un post-it giallo attaccato sopra: "bilancio trimestrale — firmato". Nient'altro. Nessuna traccia di Riccardo, in quella cucina, da allora.







